Al di là del dogma: Oriana Fallaci e la ricerca della verità

Sono tanti i nomi degli scrittori di un’ingombranza tale da accendere infinite e asprissime discussioni, che per amor di semplicità potremmo definire attraverso la formula “o li ami o li odi”. Ma le dinamiche divisive innescate dal nome di Oriana Fallaci sono piuttosto singolari, e il mio sospetto è che questo si debba allo sforzo inutile di inserire in una o un’altra categoria predefinita una figura dissidente che quelle stesse categorie disprezzava.

Per quanto sia deprimente constatarlo, non si può sfuggire all’evidenza che oggi molti ricordano Oriana Fallaci come la giornalista che attaccava i musulmani. Questo grazie anche alle recenti, discutibili affermazioni di alcune parti politiche che hanno pensato bene di strumentalizzarla per acquisire credibilità attraverso la parola di un’intellettuale. Non si vorrà qui negare l’aggressività degli scritti degli ultimi anni di vita di Fallaci, rispetto ai quali anche i suoi fedelissimi possono restare un po’ perplessi. Ma quegli scritti vanno letti con occhio molto critico, alla luce della vita straordinaria di questa donna e delle sue opere precedenti, la cui lettura getta una luce sul percorso che può aver portato Fallaci a quella deriva da alcuni definita addirittura razzista. Oriana Fallaci ha avuto una vita straordinaria, in senso proprio: fuori dall’ordinario. Dalla giovinezza nella Resistenza alla guerra in Vietnam, dalla morte sfiorata nel massacro di Città del Messico alla folle storia d’amore con Alexandros Panagulis, dalla guerra del Golfo al cancro che, forse, proprio a quella guerra si deve. Troppe cose ha visto, altrettante ne ha fatte, non riassumibili in queste poche righe volte soltanto a smontare il luogo comune di una doppia Oriana, prima di sinistra e poi di destra; tanto più che una definizione tanto semplicistica l’avrebbe fatta stizzire non poco, lei che ha dedicato libri interi all’attacco sfrenato ai fanatici dell’ideologia, quelli che nell’urgenza di collocarsi dalla parte buona della barricata tradiscono la loro stessa natura di esseri umani che pensano, ragionano, soffrono. Se qualcuno trova incoerente Oriana Fallaci, è perché crede o vuol credere che la natura dell’uomo sia coerente, scevra da contraddizioni. Io trovo che ci sia una straordinaria coerenza nelle opere di Oriana, perché tutte sono piccoli tasselli di un’instancabile e disperata ricerca sugli esseri umani, all’interno di una gigantesca inchiesta commovente e malvagia, gioiosa e perentoria, sospesa fra speranza e disincanto. Oriana Fallaci è la donna che, assistendo negli USA al lancio della missione Apollo 11, a meno dieci ci trasmette di propria voce la conta ma è così emozionata che sbaglia i numeri ed ha la voce incrinata dal pianto[1], in quell’occasione dice: vorrei che oggi nessuno morisse. Ma è anche la donna che a questo amore disperato verso gli uomini unisce la consapevolezza quasi infantile che sono fatti così: vanno sulla luna, ma possono anche fabbricare diligentemente una pallottola che viaggiando quasi alla velocità del suono gira su sé stessa ed entrando nella carne continua a girare su sé stessa, come ha appreso in Vietnam[2]. Quando le viene chiesto cosa ha pensato in quegli istanti a Città del Messico in cui era certa di morire, lei risponde che in quel momento ritrovò l’amore per gli uomini. L’amore per l’assurdità di una vita in cui si muore in modo illogico e ingiusto, al punto che sembra che nascere e morire non serva a niente, ma serve, invece, serve ad essere uomini anziché alberi o pesci, serve a cercare il giusto perché il giusto esiste, se non esiste bisogna farlo esistere, e allora l’importante non è morire, è morire dalla parte giusta, e io muoio dalla parte giusta, perdio[3]. Io credo fermamente che i libri di Oriana Fallaci ci urlino a gran voce di non smettere mai di rincorrere sempre la passione per la vita che è bella anche quando è brutta. Il fatto è che Oriana ha sposato un’esistenza che con il lato brutto della vita ci andava a braccetto. Quando passi una vita intera fra guerre e massacri, quando vedi un soldato che spara alla schiena un bambino che piange sul cadavere del fratellino, quando assisti a un corteo di gente che compostamente cammina sopra i cadaveri di dodici ragazzi giustiziati, quando durante un bombardamento ti viene impedito di ripararti in un rifugio perché una donna non può stare gomito a gomito con gli uomini, quando accade tutto questo, forse il cuore deve trovare un modo per difendersi. Giudicare la rabbia maturata nel corso degli anni da una donna che, alla fine dei giochi, è solo una donna, una persona – è una parola stupenda, la parola persona, perché non pone limiti a un uomo o a una donna, non traccia frontiere tra chi ha la coda e chi non ce l’ha, scrive nella sua Lettera a un bambino mai nato – è molto semplice, quando dalla poltrona imbottita degli intellettuali perbene si discorre di giustizia, tolleranza, compassione. E no, questo non significa condividere l’attacco all’Islam condotto da Oriana negli ultimi anni della sua vita: leggendo La rabbia e l’orgoglio, anche la mia prima reazione è stata di sconcerto e semi-delusione. Ma bisogna avere l’umiltà di riconoscere che la guerra lacera il cuore, la conoscenza della morte inasprisce, la ricerca sull’assurda natura degli uomini può portare a risposte terribili, anche se ci chiamiamo Oriana Fallaci e tutti si aspettano la grande giornalista che racconta il Bene e il Male in modo rassicurante –  ma questo significherebbe incasellarsi nel dogma, e che si tratti del dogma della verginità di Maria o della dittatura del proletariato, per lei cambia poco.

Io leggo Oriana Fallaci comodamente, dal mio divano. Le sue ultime parole a volte mi feriscono, sembrano diverse da quelle di un tempo. Ma non dimentico mai il divano su cui sono seduta, lontano anni luce da luoghi ed eventi che spero di non conoscere mai. E quando penso al percorso di vita che raccontano i suoi libri, mi prende una forte compassione unita a un emozionante senso di gratitudine: perché nessuno come lei mi ha sbattuto in faccia l’urgenza di sganciarsi dai condizionamenti del formicaio che chiamiamo società per inseguire l’unico fanatismo ammissibile: la libertà. E così, nei momenti di apatia, quando l’entusiasmo di fare si sgonfia nella voglia di fermarsi e di lasciar scorrere la vita senza troppe domande, mi ripeto come un mantra la formula che ho imparato da Niente e così sia: la vita è una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe.


[1] Oriana Fallaci (1969), “Niente e così sia”, pp.344.


[2] Oriana Fallaci (1970), “Quel giorno sulla luna”, pp.120.

[3] La descrizione della pallottola del fucile M16 è riportata da Oriana Fallaci in “Niente e così sia”, che racconta la sua esperienza della guerra in Vietnam.

Alessia Martoni

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