Di là dei vetri: Intervista a Paola Bassani Pacht

Di là dai vetri.

Giorgio Bassani.

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Intervista a Paola Bassani Pacht.

Paola Bassani Pacht, figlia ed erede di Giorgio Bassani, è storica dell’arte. Autrice di studi e mostre dedicate all’arte figurativa del Seicento in Francia e in Italia, ha insegnato presso le Università di Tours e di Rennes. Presiede la Fondazione Giorgio Bassani. Attualmente, dirige la rivista internazionale ArtItalies e presiede l’Association des historiens de l’art italien (Parigi). Vive tra Parigi, Roma e Ferrara e, per il suo impegno nella valorizzazione delle relazioni culturali tra Italia e Francia, nel 2015 è stata insignita dell’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia.

Biagio Vitale, insegnante e scrittore – tra i suoi libri “Candore barbarico” (2010), “Il mare ti allontana da tutto” (2017), “Poesie da camera” (2023) –, l’ha intervistata per L’Incendiario.

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  Alcune settimane fa, ho contattato Paola Bassani per parlarle di poesia e di Giorgio Bassani. Mi ha accolto con dolcezza ed eleganza. È stata subito disponibile: il suo candore e la sua vivacità intellettuale mi hanno conquistato. Dopo alcuni scambi epistolari, abbiamo deciso di fissare un appuntamento per un’intervista, che si è tenuta il 1º agosto 2023 in modalità videoconferenza.

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Buon giorno, Paola Bassani, la ringrazio per aver accettato il mio invito. La settimana scorsa, durante una nostra conversazione telefonica, mi ha riferito che vive a Parigi. Le manca l’Italia?

Buon giorno, Biagio, grazie a lei. Sì, vivo a Parigi, ma – come le ho detto al telefono, alcuni giorni fa – ora mi trovo nel Nord della Francia, al Touquet. Io e mio marito veniamo spesso in vacanza qui. Un posto molto bello per noi, con grandi spiagge. Ci ricorda il Belgio. È tutto Art déco: è molto elegante dal punto di vista architettonico. Ora qui il tempo non è sereno: c’è vento, ci sono continue piogge. Ma mi piace questo luogo: facciamo lunghe passeggiate. Non mi manca l’Italia, non perché vivo in Francia, ma perché dentro di me ci sono due luoghi: l’Italia è il mio paese d’origine; la Francia, che ho capito attraverso lo studio e mio marito.

 Lei è Presidente della Fondazione Giorgio Bassani. Negli ultimi anni, lei ha dato un nuovo ed entusiasmante impulso all’opera di suo padre. Com’è nata la Fondazione e da chi è animata da un punto di vista intellettuale e culturale?

La Fondazione l’ha voluta il mio papà, perché voleva che la sua opera avesse una prosecuzione. Ci sono due fondi archivistici: uno degli eredi, a Parigi, e l’altro a Ferrara. È possibile consultare l’archivio a Parigi, perché è stato totalmente digitalizzato; l’altro archivio, che appartiene alla Fondazione di Ferrara, è in via di digitalizzazione grazie a un gruppo di giovani studiosi. Tuttavia, l’archivio di Ferrara può essere consultato di persona previa richiesta. La Fondazione è animata da alcuni giovani studiosi: Angela Siciliano, per esempio, che ha curato il “Catalogo della biblioteca di Giorgio Bassani”, e Gaia Litrico, che ha digitalizzato l’archivio di Parigi. Ovviamente, ci sono tanti altri studiosi.

Alcuni critici hanno accostato “Il romanzo di Ferrara” all’opera di Marcel Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”. Lo ammetto, vi pensai anch’io quando ero un ragazzo, forse perché ero innamorato di Proust. Ora ho un’altra visione. Sicuramente, Bassani era affascinato dalla struttura architettonica della Recherche, ma la memoria – tema fondamentale per entrambi – ha una funzione ben precisa: la memoria del romanziere francese è, direi, estetica, involontaria, mentre quella di Giorgio Bassani è civile, etica, storicistica. Cosa ne pensa lei?

Concordo. L’opera di mio padre è nata dalla Resistenza e dalla sua delusione. Lui era spinto da un intento civile e storicistico. La raccolta di racconti, “Cinque storie ferraresi”, che vinse il Premio Strega, era un’opera completamente nuova rispetto a quella prodotta fino al 1956. Mio padre parte dallo spirito della Resistenza e, ripeto, dalla sua delusione. Nel racconto “Gli ultimi anni di Clelia Trotti”, per esempio, il mio papà ha raccontato la storia di Clelia, una partigiana, e si è soffermato sulla commemorazione formale da parte del Partito Socialista. Proust, che è stato un grande scrittore, era animato da altri propositi.

La struttura architettonica de “Il giardino dei Finzi-Contini” è molto complessa. Eugenio Montale definì il romanzo, in un articolo che pubblicò nel 1962 per “Il Corriere della sera”, «un giardino in cui si entra solo con lunghi movimenti concentrici».

Infatti, nella I parte del romanzo, la voce narrante arriva alle mura; nella II, nel giardino; nella III, entra in casa; nella IV, nella camera di Micòl, ma non c’è l’amplesso. Il romanzo potrebbe essere definito, oltre a un libro sulle persecuzioni razziali, sulla Storia, sulla giovinezza, anche un romanzo sul fallimento d’amore?

L’espressione «lunghi movimenti concentrici» era del mio papà. Sa, mio padre era un epigono: era appassionato più di Dante che di Montale. Inoltre, l’espressione richiama una visione architettonica di tipo rinascimentale. Il mio papà costruiva in modo geometrico la sua opera, perché era profondamente influenzato da Roberto Longhi e dalla storia dell’arte. Certo, l’opera, di cui lei parla, è anche un romanzo d’amore, oltre a un romanzo sulla Storia. “Il giardino dei Finzi-Contini”, che è del 1962, è un’opera più accessibile e seduttiva rispetto alle sue produzioni precedenti. La prosa delle “Cinque storie ferraresi” era più complessa; quella del “Giardino” è più piana. Penso che sia un’opera centrale per mio padre, perché ha rappresentato un cambiamento. Ma penso anche che lui l’abbia scritta dalla tomba: nel romanzo ci sono tanti elementi legati alla morte. Nel Prologo, è importante la gita a Cerveteri, dove i personaggi vanno a visitare le tombe etrusche. Mi viene in mente Caravaggio che, dopo la permanenza a Malta, torna in Italia avvertendo la morte. E da quel momento dipinge vivendo in quello stato.

È molto suggestiva la sua visione critica. Ne “Il romanzo di Ferrara”, Bassani ha esplorato alcune categorie esistenziali, quali la diversità, l’esclusione, la solitudine, l’inadeguatezza sociale. Se pensiamo ai luoghi topografici e sentimentali, quali il giardino, il cimitero, le mura, la camera, la finestra – che è un topos fondamentale, presente già nel racconto “Una notte del ’43” (basti ricordare il personaggio Pino Barilari) –, vien da pensare a Bassani come uno scrittore funereo. Al riguardo, Cesare Garboli scrisse ne “La stanza separata” che ne “Il giardino dei Finzi-Contini” ci sono schemi mortuari. Non solo. Credo che vi siano anche quelli sessuali ma la critica non ha, secondo me, evidenziato un elemento molto importante: entrambi gli schemi – mortuari e sessuali – sono animati da un lirismo struggente. Cosa ne pensa?

Sì, ha ragione. In tutta l’opera del mio papà il lirismo è molto presente. “Il romanzo di Ferrara” è un poema romanzesco, in cui sono presenti tutti questi elementi.

Non le chiedo chi si cela dietro i personaggi delle opere di Bassani, non solo per pudore, per discrezione, ma perché credo che i personaggi letterari siano proiezioni e reali e immaginarie.

Tuttavia, le chiedo: suo padre ha mai sottoposto, durante la stesura delle sue opere, a lei o ad altri scrittori i passi che scriveva?

I personaggi delle sue opere erano sia reali sia frutto della sua immaginazione. Di Micòl, per esempio, sono state fatte tante ipotesi, ma in lei vi sono tante figure femminili. Nel Prologo, per esempio, la bambina di nome Giannina sono io, ma nel romanzo il personaggio è la figlia di un suo amico. Mio padre sottoponeva alcuni brani dei suoi romanzi a me e a mio fratello Enrico: ci leggeva alcuni passi e ci chiedeva il nostro parere. Noi eravamo piccoli: entravamo nel suo studio e ascoltavamo. E lui ascoltava le nostre opinioni. Leggeva le sue opere anche ai suoi amici intimi: a Mario Soldati, a Niccolò Gallo, a Cesare Garboli. Era la sua ristretta cerchia di intellettuali. Ad Attilio Bertolucci, a Pier Paolo Pasolini. Si confrontavano molto: leggevano le proprie opere e discutevano. C’era uno scambio intellettuale molto profondo. Tra il 1955 e il 1956, Pasolini scriveva “Le ceneri di Gramsci” e mio padre “Cinque storie ferraresi”: loro si confrontavamo molto. Pier Paolo, quando venne a Roma, fu aiutato molto da mio padre. Gli diede la possibilità di introdurlo nel mondo del cinema.

Beato lui! Attraverso l’opera narrativa e poetica di suo padre – non solo: penso anche alle interviste, alle foto che lo ritraggono seduto in una poltrona con la sua pipa –, ho sempre immaginato Giorgio Bassani come un uomo rigoroso, avvolto dai piaceri estetici della borghesia del secolo scorso, un uomo anche disposto agli entusiasmi.

Com’era nella vita quotidiana? Posso chiederglielo?

Quando il mio papà rincasava, noi – io ed Enrico – sapevamo da come apriva la porta che umore avesse. A volte, era molto nervoso e allora non potevamo disturbarlo. Il suo stato, in quei momenti, ci agitava. Ma era anche molto ludico: giocava a pallone o a tennis con Enrico e allora diventava un bambino: voleva vincere. Sì, amava gli aspetti estetici della borghesia: ricordo che impiegava tanto tempo per radersi la barba. Poi, soddisfatto, si mostrava allo specchio. Amava vestirsi in maniera elegante. Ricordo che, in occasione di un suo compleanno, Soldati, Garboli, Gallo e, mi pare, Citati, gli regalarono una giacca di cachemire molto elegante. Lui la indossò inorgoglito.

Grazie alla Fondazione Giorgio Bassani, durante gli ultimi anni sono state pubblicate opere molto importanti. Penso alle “Interviste”, alle “Poesie complete” a cura di Anna Dolfi, a “Italia da salvare”.

Quali sono i prossimi progetti della Fondazione?

Sì, le “Poesie complete” sono state curate da Anna Dolfi, con un apparato genetico molto importante. Ma penso anche al “Catalogo della biblioteca di Giorgio Bassani” a cura di Angela Siciliano. È stato pubblicato il Catalogo della mostra “Il volto e lo sguardo di Giorgio Bassani” di Georges de Canino. A gennaio, si è tenuto un Convegno internazionale sul rapporto tra Bassani e l’America; a maggio, invece, un Convegno internazionale dal titolo “Bassani e Torino”.

Suo padre è ricordato soprattutto per la sua opera romanzesca. Eppure, è stato autore di poesie, a mio giudizio, bellissime, di saggi; è stato insegnante, consulente editoriale, sceneggiatore, Presidente di “Italia Nostra” e vice presidente della Rai.

Come riusciva, secondo lei, a conciliare tante attività? Le confidava qualcosa al riguardo?

Mio padre era sempre molto impegnato. Non so come facesse a conciliare tante attività. Ricordo che quando era nel suo studio, noi – io ed Enrico – non potevamo disturbarlo. Lui aveva bisogno di tanti impegni pubblici e didattici per poi scrivere. Era un continuo dibattito tra gli impegni pubblici e quelli privati, insomma. Gli uni alimentavano gli altri.

Com’era il processo creativo di Bassani? Era metodico? Io so che scriveva le prime stesure su taccuini; poi, le trascriveva a macchina.

Il mio papà si svegliava all’alba e scriveva per due ore. Poi, si preparava per andare a lavorare. Durante il pomeriggio, non scriveva. Era sempre impegnato. Portava con sé dei taccuini su cui scriveva delle frasi; annotava delle idee. Lui redigeva un po’ per volta le sue opere su grandi quaderni di computisteria a quadretti. Quando non era soddisfatto di alcuni paragrafi, vi apponeva una croce e ne scriveva altri. Solo dopo tante fasi, quando era contento, li ricopiava a macchina per giudicarli. Era un lavoro faticosissimo. Ricordo che agli inizi degli anni Cinquanta Mario Soldati, un suo carissimo amico, gli diceva di smettere di andare sempre in giro. Sa, a quell’epoca il mio papà aveva un motorino e viaggiava spesso per Roma. Allora, Soldati gli diceva che per scrivere doveva fermarsi. Mio padre seguì il suo consiglio.

Dopo “L’odore del fieno”, che è del 1971, suo padre rielabora l’intera opera romanzesca e la dà alle stampe, mi pare, nel 1980. Come sono stati gli ultimi 10/20 anni di Bassani?

Gli ultimi anni del mio papà non sono stati molto felici. Era malato. Iniziò a perdere l’olfatto – non c’era ancora il Covid, allora – e da lì capimmo che avrebbe avuto problemi. Fu segnato da una malattia degenerativa.

Nel 2016, lei pubblicò un libro molto bello per La Nave di Teseo, “Se avessi una piccola casa mia. Giorgio Bassani, il racconto di una figlia”. È, secondo me, uno scrigno familiare, un gioiello letterario e documentario custodito con cura e delicatezza da lei. Cosa la spinse a scriverlo?

Grazie per le sue parole. Il libro l’ho scritto, perché mio padre è una parte profondissima di me. È uno dei capisaldi della mia identità. Avevo bisogno attraverso il libro di parlargli. Poi, volevo fornire una testimonianza sulla sua figura.

Ritorno a “Il romanzo di Ferrara”. “Cinque storie ferraresi”, poi “Dentro le mura”, potrebbero configurarsi come un proscenio; “Gli occhiali d’oro” è il ritratto d’una diversità sessuale e sociale a Ferrara; “Il giardino dei Finzi-Contini” è il cuore della città; “Dietro la porta” è, secondo me, una pala d’altare; “L’airone” è un ritorno funereo e salvifico a Ferrara e, nella fattispecie, a Codigoro, nel 1947; “L’odore del fieno” è l’esegesi dell’opera.

Mi scusi la lunga premessa pedagogica. Innanzitutto, condivide la mia ricostruzione? In secondo luogo, Bassani le ha mai parlato della struttura architettonica e della rielaborazione dell’intera opera romanzesca?

Sì, condivido la sua ricostruzione. Dopo “L’odore del fieno”, il mio papà capì che aveva scritto un unico romanzo su Ferrara. Quindi rielaborò l’intera opera e la diede alle stampe.

A proposito, perché le piace “L’airone”? Me l’ha detto a telefono alcuni giorni fa. E perché ha definito “Dietro la porta” una pala d’altare?

Mi sono accostato a Bassani alcuni anni fa. Una mattina d’agosto, lessi su una spiaggia, senza mai fermarmi, “Gli occhiali d’oro”, e mi piacque tanto. Da allora, decisi di leggere tutta la sua opera: “Dentro le mura”, “Il giardino dei Finzi-Contini” e gli altri romanzi. Sa, le confesso che, quando iniziai a leggere “L’airone”, dopo alcune pagine interruppi la lettura. Notai che era diverso dalle sue produzioni precedenti. Quindi, rimasi deluso. Ma, dopo alcuni mesi, lo lessi di nuovo: fu una folgorazione. È un’opera stupenda: è scritta magnificamente. L’inadeguatezza sociale, che è il tema centrale, forse riguardava anche me. Non solo. Io so che suo padre scrisse il romanzo dopo un periodo di vuoto morale e creativo. Penso che con “L’airone” lui abbia scritto un grandissimo romanzo sia dal punto di vista strutturale sia dal punto di vista sintattico e credo che l’opera fosse anche una risposta – non so se Bassani ne fosse consapevole – alla Neoavanguardia, che lo aveva criticato.

Per quanto concerne “Dietro la porta”, la mia non è una definizione dispregiativa, ecco. Ho pensato di accostare il romanzo all’arte figurativa, perché penso che, dopo “Il giardino dei Finzi-Contini” – un’opera complessa e impegnativa sia per mole sia per la struttura architettonica –, suo padre abbia voluto dar vita a un romanzo statico, esiguo.

Lo sguardo oggettivo, che è presente ne “L’airone”, è legato all’interesse profondo che mio padre nutriva per la Pop Art. Lui voleva anche denunciare la società del tempo: lo sguardo oggettivo, di cui parlavo prima, è alienante. Prima abbiamo parlato dell’attività di insegnante di mio padre. Mio padre insegnava all’Accademia d’arte drammatica. E fu la conoscenza di Racine e di Corneille a dargli l’occasione di svolgere il romanzo in un solo giorno. “Dietro la porta” è un romanzo bellissimo: vi sono alcuni temi legati all’adolescenza. Mio padre ascoltava molto i giovani, li osservava, e osservava anche noi figli.

Mi scusi se la interrompo. La sua espressione relativa allo sguardo oggettivo mi fa venire in mente una dichiarazione di suo padre: «Un poeta è sempre in esilio», che implica secondo me uno sguardo ancipite. Inoltre, penso che questa categoria accomuni anche molti personaggi delle opere di suo padre. Loro vivono e guardano attraverso un filtro, uno schermo. È come se in loro vi fosse l’impossibilità di vivere pienamente le vicende umane e storiche.

Anche in “Dietro la porta” l’io sta fuori dalla classe: è già uno che guarda le cose. Sa, mio padre era da una parte un vulcano, si divertiva, gli piaceva discutere con gli amici; dall’altro lato, si chiudeva. Il nonno materno Cesare Minerbi, il dottore che compare nel racconto “La passeggiata prima di cena”, grande medico di fama, intellettuale, era primario dell’ospedale di Ferrara. Allievo di Murri, si è sposato con un’infermiera di origini contadine. Poteva fare molto, invece è un tipo che si è limitato molto. Io chiedevo a papà: «Perché nonno Cesare era così?». «Eh, la scienza!», rispondeva. Mio padre non ci spiegava cosa nascondesse il nonno. Lui stesso utilizzava un filtro. Lasciava il mistero. Lasciava il mistero e lo lasciava anche per noi.

Ho notato che ne “Il romanzo di Ferrara” è importante anche la figura del padre. Nelle “Cinque storie ferraresi”, ne “Il giardino dei Finzi-Contini” e in “Dietro la porta” vi sono alcuni paragrafi, in cui la voce narrante incontra il padre. È piuttosto uno scontro: la voce narrante accusa il padre d’una “ferita”: suo padre non è stato in grado di prevedere o denunciare gli orrori del fascismo.

C’è un capitolo de “Il giardino dei Finzi-Contini”, in cui Micòl lascia la voce narrante. Il padre, in quella occasione, ricuora l’io narrante. Lo aiuta. Questo padre è anche un salvatore. Però bisogna dire che Pasolini gli diceva che lui aveva veramente iniziato a scrivere, perché aveva perdonato il padre.

L’opera in versi di suo padre è stupefacente, perché secondo me fa parte dell’intero corpus di Bassani. Risente di alcune voci poetiche, ma risulta originalissima sia dal punto di vista formale sia linguistico. Basti pensare a “Epitaffio” e “In gran segreto”.

Cosa ne pensa? E quali sono le poesie che adora?

Sì, è vero. Io adoro la poesia “Rolls Royce”. Sa, quando il mio papà morì, venne al funerale Cesare Garboli. Durante il corteo funebre attraversammo tutti i luoghi che vengono citati nella poesia: il castello Estense, corso Giovecca, la pasticceria Folchini. E mi viene di nuovo in mente la tomba di cui le ho parlato prima: mio padre scrisse “Il giardino dei Finzi-Contini” dalla tomba.

In alcune interviste, suo padre si definiva poeta e non romanziere. Sa perché? Io avrei una risposta.

Mi dica cosa ne pensa lei.

Innanzitutto, in Bassani non vi sono due figure distinte, quella di poeta e quella di romanziere. Entrambe si compenetrano, ecco. Le poesie e i romanzi costituiscono un unico corpo vivente. Non a caso, nei suoi romanzi è evidente un riverbero lirico di cui le ho parlato prima. Credo, insomma, che si sentisse principalmente poeta.

Interessante la sua posizione. Io credo che per il mio papà il poeta si configurasse come una persona capace di avere una visione creatrice del mondo. Al tempo stesso, il poeta guarda il mondo da fuori, da una specie di esilio, come Dante Alighieri.

Ricorda cosa esaltava suo padre e, invece, cosa detestava?

Il mio papà era una persona molto diretta con gli altri. Credeva nell’onestà e nella chiarezza. Odiava il calcolo. Non è mai stato invidioso degli altri scrittori o del loro successo. Anzi, quando un giovane scrittore pubblicava un’opera importante, era molto contento. Quando lesse le prime pagine de “Il Gattopardo”, che è un’opera sulla delusione del Risorgimento, scoprì lo stile, l’originalità e la musica di quell’opera. In questo, era longhiano: scoprire la “mano” di un’opera.

E lei cosa esalta e cosa detesta?

Anch’io sono come il mio papà.

Ringraziamo Paola Bassani Pacht, intervista a cura di Biagio Vitale

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