Io Incendio: Iliade

Io Incendio: Iliade. Cavalli di Troia

Cara lettrice, caro lettore,

Il sabato, da bambino, era un giorno di festa. Mio padre, durante la settimana, lavorava fuori, faceva il pendolare tra Roma e Formia, e il nostro tempo era limitato, poche ore prima di andare a dormire. Il sabato si riempiva del suono della sua chitarra, svegliava me e mia sorella con molta calma, colazione al bar e a scuola in auto, poi in pescheria, pasta e vongole per il pranzo, l’unico piatto che mio padre abbia mai davvero saputo fare. A tavola eravamo tutti e quattro insieme: papà prendeva in giro mamma, le ingarbugliava la testa con scioglilingua, lei fingeva di offendersi ma rideva alle sue battute, io e mia sorella li guardavamo entusiasti. Nel pomeriggio, quando splendeva il sole, papà decideva di portarci in avventure. Ricordo la difficoltà di raggiungere gli scogli terminali, vicini all’acqua alta, del lungomare di Vindicio; in inverno, invece, si restava a casa, agli altri i giochi stupidi, a noi insegnava a giocare a scacchi. Passavamo ore intere a portare avanti una singola partita, una lotta cerebrale, tra padre e figlio, cercando di anticipare le mosse dell’altro, si diventava matti per poter raggiunge lo scacco matto. Mio padre era il re, io piccolo, scricciolo alfiere che portava a casa solamente qualche vittoria, colpevole di non saper usare tutte le armi a disposizione: i miei cavalli. Tutt’oggi, quando mi ritrovo a giocare, preferisco evitare il loro utilizzo: amo i pedoni, la regina e le torri, ma rigetto quell’andamento a L, non riesco a visualizzarne lo schema, a captarne le potenzialità, li voglio fermi, a cuccia in quegli angoli. Se non sono abbastanza bravo nel trovare delle alternative, io, rovinosamente, perdo. I cavalli, negli scacchi, sono pertanto i miei Cavalli di Troia.

Purtroppo si diventa grandi, i sabati perdono il sapore di zucchero, si smette di giocare, la scacchiera, rotti gli argini del fiume, si allarga e si espande a ogni nostro nuovo giorno. Si indossano le armature di guerra: la testa gloriosa, la lingua di fata, i miei occhi di brace; le mani dorate, le spade, lo scudo, si inizia a nitrire, a galoppo forzato, diventiamo tutti cavalli.

Lo so, cara lettrice o caro lettore, è un azzardo questa metafora, ma  faccio esplodere la città di Troia, la rendo il nostro pianeta, entrambi vittime della bellezza, la quale segna, nefasta, l’inizio e la fine della guerra omerica. Noi, la guerra, la facciamo ogni giorno: ci muoviamo inebetiti in città invisibili, visitiamo quelle degli altri con i nostri aspetti migliori, fingiamo di essere cavalli di Troia che non hanno il marcio al loro interno. Ci facciamo accogliere dentro le mura, accogliamo cavalli dentro le nostre. Le porte sono spalancate, prego, si accomodi, ecco davanti i miei spazi di vita: ci si concede, ci si consola, ci si consuma. Ma poi su Troia scende la notte: il Cavallo di Troia apre le viscere, inizia la sua espansione; il suo ventre rilascia i soldati notturni, queste bestie ci marciano contro. Noi ci comportiamo come i Troiani: iniziamo le nostre battaglie, si ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo, d’ambo i lati calpesta e rimbomba il suono dei nostri cavalli. Crolliamo, rabbrividiamo alle oscurità, le imperfezioni degli altri ci spaventano, i loro difetti diventano crepe. Le persone accolte devono uscire dalle nostre porte, chiudiamo le mura e alziamo un muro, il sonno dei Troiani genera mostri, la porta è chiusa; lo spazio a loro concesso è fuori. 

Nei nostri studi, però, caro lettore o cara lettrice, compiamo un errore, il paradosso di Omero. La fama, infatti, dell’Iliade e dell’Odissea è indiscussa, abbiamo tutti memoria dei loro studi scolastici; e se è scontato che tutti sappiano la trama dell’Odissea, non si può dire lo stesso dell’Iliade. A una domanda che può apparire banale, ne seguirà l’aspettata risposta: l’Iliade racconta della Guerra di Troia e della sua fine; la città, per amor di una donna, brucerà a seguito di un inganno, architettato dalla furbizia odissea. Caro lettore, cara lettrice, mi tocca dissentire, farti fare un breve ripasso: l’Iliade non racconta della Guerra di Troia, o meglio, non nella sua interezza. Omero ci narra solo di cinquantuno giorni del decimo anno di guerra, dall’accendersi dell’ira di Achille, ai languidi funerali di Ettore. Nel poema che è, nell’immaginario, il simbolo di una guerra infinita, ce ne è in realtà poca a livello concreto. E, soprattutto, non c’è nessun Cavallo. L’Iliade narra, pertanto, di una guerra più vera, meno lame nel petto, più chiodi nel cuore, lotte intestine tra ghiaccio e fuoco, tra opposti che si scontrano nella menti dei suoi personaggi: in Ettore, l’amore per la sua famiglia e il dover di Patria; in Priamo, il rigore di un regnante e il dolore per la perdita di un figlio; in Achille, l’Ira per la sottrazione della schiava Briseide, l’odio per la perdita del suo amico Patrocolo, e amore e vendetta per loro. L’eroe acheo, pertanto, è ciò che c’è di più umano nei testi omerici, poiché complicato: la sua vera Iliade è contro sé stesso, e le sovrastrutture, le sue imperfezioni, le tracotanze, le sue ire; si scopre ricoperto di troppi talloni, ed è quindi costretto a farsi guerra.

L’Iliade ci lascia, così, un insegnamento, caro lettore o cara lettrice: passiamo una vita a farci la guerra, a disarcionare i cavalli degli altri, ad ammirare i Cavalli di Troia, per poi vederli come minaccia; ma combattiamo una guerra sbagliata. Perdiamo tempo in questa.

La vera guerra è contro noi stessi:  gli errori, gli strappi, le solitudini, gli andamenti a L che non riesco a capire, la bellezza, i paradossi, le incoerenze, la volubilità, il suono dei nostri cavalli. Un giorno ci riuscirò. Riuscirò a capire i miei schemi, a visualizzare, con cura, le mie ispirazioni, a riuscire a spiegare l’irrazionale, a ottenere la mia vittoria. Caro lettore, cara lettrice, potremmo rischiare di superarci, potremmo riportare una nuova sconfitta. Potremmo vincere la nostra Iliade.

Io Incendio: Iliade di Antonello Costa

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