La storia di Mai: Un’estate con la Strega dell’Ovest

Recensione di Un’estate con la strega dell’Ovest di Kaho Nashiki

Tra i meriti della letteratura giapponese c’è sicuramente l’eleganza, prima di sentimenti e contenuti poi di scrittura e narrazione. Leggere Un’estate con la Strega dell’Ovest di Kaho Nashiki significa entrare in un mondo semplicissimo: non ci sono colpi di scena, amori o conflitti, ma solo una storia di momenti essenziali.

Mai è una «bambina difficile», troppo sensibile per la sua età in cui già avverte i solidi aculei dell’adultitudine e non sa che farsene nel suo corpo di bambina; è fuori tempo, fuori luogo, infinitamente sola. E come spesso accade in questi casi, la scuola le si materializza come lo spettro del suo disagio. Così madre e padre, vicini e assenti, decidono di farle trascorre l’estate a Ovest, dalla Strega più potente che conoscono, la nonna materna dal sorriso sornione e un cuore profondissimo. Mentre leggevo queste pagine, il presentimento che la storia prendesse la più banale piega della magia come antico e sempre verde deus ex machina, mi ha indotto per un attimo a lasciar perdere; e poi è accaduta la vera magia.

Perché gli incantesimi consistevano nel sapere che gli infusi di menta fresca lasciati in cesti di legno allontanano gli insetti e rendono le fragole più dissetanti, che per insaporire un pasto bastano solo le spezie giuste, che i sogni non sono solo proiezioni della nostra mente, ma anche la porta d’accesso per le nostre più grandi paure e così, senza accorgercene, gli incubi sono un regalo della nostra coscienza. Mai non ha imparato a volare o a fare pozioni, ma ha imparato a coltivare i frutti di bosco, a seminare la terra, ad ascoltare il vento e predire la pioggia, la brezza, ad aspettare il sole dopo la più fitta nebbia, e a ringraziare anche per quella. Dietro la realtà di queste piccole gioie quotidiane che hanno scandito ore felicissime, la piccola Mai imparava l’autodisciplina, il sacrifico e l’insegnamento più prezioso che la nonna potesse regalarle: «per ottenere le cose che per te hanno più valore, quelle che desideri di più, forse dovrai superare le prove più difficili» e senza farsi attendere, queste sono arrivate.

La paura più profonda di Mai era l’abbandono: gli affetti perennemente incostanti le hanno costruito intorno una geografia liquida che le proiettano continui promemoria della sua inconsistenza. Ma accadono due cose. La prima: Mai va a dormire e al suo risveglio, tutte le galline del pollaio sono state sbranate dal cane del vicino. La seconda: il «suo posto» dove «percepiva una sorta di volontà del luogo», una cornice di alberi e fiori dopo la collina in cui fioriscono i fiori antichi e dimenticati, viene deturpato. Allora sente riemergere quell’infantile cicatrice che le ricorda come ogni cosa finisce, deperisce contro il nostro volere e non riesce a perdonare la nonna che nonostante le avesse insegnato tutto, era stata muta spettatrice lasciandola sola – di nuovo – ad affrontare quel dolore.

In un silenzio che sembra durare una vita, Mai va via, torna in città dai genitori che ora si trasferiscono in una nuova metropoli e lo fa senza salutare la nonna, senza ringraziarla per quegli insegnamenti profondi e rari, senza ricordarle l’immenso affetto che le unisce, senza dirle ti voglio bene. Il nuovo calendario di Mai ora ruota intorno alla scuola, a delle amicizie con cui stavolta riesce a convivere, allo studio che ora la incuriosisce.

Fino a quando, in un giorno di diluvio e nostalgia, la Strega dell’Ovest muore, da sola.

Una volta Mai le aveva chiesto cosa accadesse all’anima dopo la morte e perché – se così era davvero – l’anima dovesse per forza entrare in un corpo per vivere pur sapendo che questo l’avrebbe condotta al suo deperimento. Nel più semplice e potente e difficile dei modi, la nonna le spiegò: «è la natura dell’anima e non può essere diversamente. Come a primavera i semi germogliano e si sviluppano cercando la luce, anche l’anima vuole crescere» – e continua – «inoltre, un corpo vive anche tante cose belle. Quando ti sei avvolta in queste lenzuola che profumano di lavanda e di sole, non ti sei sentita felice? Quando ti crogioli al sole in un freddo giorno d’inverno, oppure ti godi la brezza dell’ombra di un albero in un caldo giorno d’estate non ti senti felice? Quando sei riuscita per la prima volta a fare una capriola alla sbarra, non sei stata contenta di riuscire a muovere il corpo come volevi tu?». E questo perché «nascere in questo mondo, per l’anima è una grande occasione, non potrebbe chiedere di meglio. Perché significa che le è stata data l’opportunità di crescere».

Quella della Strega dell’Ovest è una filosofia tutta naturalistica, antiplatonica, antioccidentale, violenta e sana allo stesso tempo, fatta di verità così semplici da venir dimenticate e che una volta raccontate di nuovo scatenano l’effetto di un’epifania. Mai assorbe tutta questa vita attraverso la morte, e le lacrime annaffiano quel nontiscordardimé nano che nonostante tutto, la nonna aveva tenuto in vita per lei.

In quest’opera vincitrice di numerosi premi in Giappone, Kaho Nashiki rievoca l’atmosfera della religione più tradizionale e autentica e ne srotola i valori come sfogliando un antico erbario; e così Mai, una sacerdotessa nel tempio della vita, mi ha insegnato che la magia più grande avviene attraverso le conquiste della nostra piccola vita e che conoscersi è l’incanto più grande.

Lucrezia Arianna

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...