Il non dovere della letteratura

No, la letteratura non deve, chiariamolo subito. E non deve per lo stesso motivo per cui la letteratura non serve, perché non è schiava di nessuno. Solo chi è schiavo deve e serve. La letteratura può, e può infinitamente. Può raccontare, può veicolare messaggi, può trasmettere idee e valori, ma assolutamente non deve. Il concetto di dovere implica una divisione tra ciò che adempie al dovere e ciò che non lo fa, quindi, in termini troppo stringenti, tra ciò che è utile e ciò che è inutile. La letteratura non ha il dovere di essere utile, ne ha la possibilità e soprattutto può risultare tale in base a chi ne fa uso. Può essere resa utile, dunque, anche se non lo è per tutti allo stesso modo e nelle stesse forme. Non si può stabilire un grado di utilità e, se si cerca di farlo, si parte da presupposti errati, proprio perché ogni opera, ogni testo, ogni singola frase possono risultare utili.
Il dibattito riguardo l’utilità della letteratura, o intorno ai suoi doveri, è materia troppo antica per rintracciare il primo momento in cui il discorso ha preso vita. Per di più, in ogni epoca storica, in ogni angolo del mondo l’utilità è stata intesa in maniera differente, in base a fattori troppo complessi per essere trattati in questa sede. Per rimanere nelle zone che più conosciamo, Manzoni definì come utile la moralità cristiana, ad esempio, intendendo il racconto in quanto luogo in cui presentare la Fede come mezzo di salvezza, perché Dio è l’unico che possa portare giustizia in un mondo che non riesce a farlo solo tramite leggi e strutture umane. Allo stesso modo, Vittorini e Togliatti discussero sul tema confrontando posizioni opposte, ma distanti anni luce da quella manzoniana. Sulla rivista Il Politecnico, lo scambio di opinioni fu vivace nel ’46. Togliatti sosteneva la necessità di una sorta di sottomissione della letteratura alla componente ideologica del PCI, mentre Vittorini riteneva la prima non scevra dalla seconda, ma emancipata, in un certo senso quasi superiore, e che fosse la politica a doversi sottomettere quando necessario alle istanze letterarie. Questi esempi, per quanto celebri, sono solo una goccia in un mare sconfinato. La stessa idea di ruolo civile della letteratura ha cambiato i propri connotati in base alle situazioni storiche, socio-politiche e alle rivendicazioni, dimostrando la propria natura camaleontica. Inoltre, per quanto mossi da principi comuni, i letterati possedevano e possiedono un pensiero sensibilmente differente dai loro colleghi se presi uno ad uno.
Tuttavia, per quanto il discorso appena esposto possa risultare condivisibile a livello ideale, parliamo e agiamo in modo contrario, proprio perché da sempre siamo abituati a dividere la letteratura, la stessa vita in queste categorie, e così anche le relazioni che abbiamo con gli altri. Siamo vittime di questa grave abitudine che ci spinge ad ottimizzare, a massimizzare il risultato di fronte ad ogni situazione, ma allo stesso tempo non facciamo che alimentarla. Si è andato perdendo il piacere dell’inutile, del non formativo, del non strutturante. Inutile non è superfluo, sia chiaro, ma è da intendere come una non-necessità di dare istruzioni, risposte o porre domande banali. Non accettiamo il perturbante che è tale in funzione del proprio carattere straniante e distruttivo, che pone interrogativi insoliti, che costringe a spingersi al limite delle proprie facoltà di ragionamento, fino alla catabasi che conduce nel mondo del paradosso, del torbido e dell’oscurità che fa parte di ognuno. Siamo poi così sicuri di chiamarlo ancora inutile? Forse sì, perché non c’è spazio per questo lato nascosto e caotico in una realtà che vuole certezze, dati e risposte assolute per adagiarsi sulla loro inconsistenza. Così il discorso si rivolge alla letteratura. Le distinzioni, a ben vedere, nascono già dai manuali. Non possiamo negare una maggiore influenza, risonanza e una maggiore capacità di alcuni autori a discapito di altri, una fattura più o meno pregevole di certi testi, sarebbe ipocrita, ma sin da subito un numero spropositato di essi cade nell’oblio, o peggio nell’approssimazione che si esplicita con sterili categorie che le incasellano senza riguardi. Poi il canone, concetto oggi discutibile e quasi obsoleto per certi versi, contribuisce alla canalizzazione, alla creazione di intoccabili, da opporre ad altri che tutti abbiamo pensato “ma chi li conosce questi?”, i non abbastanza della storia letteraria.
Immergendomi in queste riflessioni, ho volontariamente omesso di approfondire un punto centrale: la letteratura è di fatto ritenuta inutile, ma nel senso errato del termine. Lo è perché non è abbastanza concreta, non porta guadagni se non a chi ci lavora intorno, è un mestiere per chi non ha voglia di fare nulla nella vita, a detta di molti. Ma ciò che mi interessa è mettere in risalto la libertà del non dovere, innanzitutto del non dover rendere conto a nessuno. La letteratura è prima di tutto un prodotto artistico, legato allo scrittore e al lettore, tutto il resto è contorno, incluse le figure di mezzo (editore, eventuale traduttore, libraio ecc). Lo scrittore non ha doveri nemmeno nei confronti dello stesso lettore e viceversa. Non ci sono contratti che definiscono limiti, oneri e onori del mestiere, non ci sono scadenze o obblighi da adempiere.
Basta con le dispute superflue, con lotte tra fazioni che credono di possedere la formula finale, con la spocchia di chi emette giudizi affrettati in base a visioni strettamente personali e non ad analisi quanto più possibile distaccate. Basta incatenare un corpo libero come la letteratura nei nostri schemi ristretti. Basta cercare l’utile a tutti i costi. Questa ricerca ossessiva è il primo passo verso un annullamento della letteratura stessa, che rischia di veder ridimensionata la sua componente artistica in favore di valori ben diversi, importanti sì, ma limitanti. Va riconosciuto in principio l’atto artistico in sé, per poi dedicarsi a tutto il resto, per scegliere in modo personale dove trovare dell’utile, dove spingere l’interesse individuale e scartare ciò che non sentiamo come nostro o ciò che non è di nostro gradimento.
Alessia Martoni esordisce presentando un’analisi generale di una scrittrice controversa e affascinante, a tratti contraddittoria, ma sempre scomoda: Oriana Fallaci. Alessia ripercorre la vicenda letteraria dell’autrice, legandola sempre e indissolubilmente a quella personale, per capirne alti e bassi, per comprendere ogni momento dell’artista e della donna, senza fretta di spargere giudizi circa l’ultimo controverso e discutibile periodo. Un’intellettuale messa a nudo, con tutti i pregi e i difetti, una donna che divide.
La nostra Eleonora Bufoli ci regalerà invece un’intervista recente a Gianluigi Simonetti, illustre critico della letteratura dei giorni nostri, che si prende la responsabilità di analizzare in particolare gli ultimi anni della narrativa, della poesia e dell’editoria. Il compito arduo del critico che studia il tempo in cui vive raccontato in un interessante dialogo da cui trarre spunti e riflessioni.

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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