CARA PACE

Cara Pace di Lisa Ginzburg
Edito da: Ponte delle Grazie
Anno edizione: 2020

Il titolo è un gioco di parole: la cara pace, tanto cercata dalla protagonista Maddalena detta Maddi, è per lei impossibile da raggiungere a causa del suo carapace, cioè lo scudo protettivo che si è costruita crescendo.
Ma facciamo un passo indietro.
Il romanzo si svolge su tre livelli, come tre sono i capitoli in cui è diviso: c’è il presente, cioè la vita di Maddi adulta, a Parigi, con marito e figli; l’infanzia turbolenta che lei e sua sorella Nina hanno vissuto a causa della fuga della madre Gloria e l’incapacità affettiva del padre Seba; e, infine, l’adolescenza delle due ragazze in un appartamento a Monteverde, noto quartiere di Roma, accudite da una modernissima “Mary Poppins”.
La storia è raccontata dalla protagonista Maddi in prima persona: il passato (infanzia e adolescenza) è raccontato attraverso una serie di flashback, che affiorano in sequenza lineare mentre Maddi progetta un viaggio a Roma, la sua città, in cui non tornava da molto tempo, impaurita dai fantasmi che avrebbe potuto ritrovare.
Il primo fantasma – che si rivela essere un importante protagonista del libro, o comunque il più interessante – è quello della sorella: Nina. Le due donne, sin dall’infanzia, sono state molto unite e crescendo, in seguito ai traumi a cui sono state sottoposte, il loro legame si è sempre più rafforzato.
Ovviamente, Maddi e Nina non potrebbero essere più diverse. Maddi è la canonica protagonista da romanzo di formazione: sorella maggiore, timida e solitaria, intelligente, riservata e un po’ bruttina. Ha problemi di ansia che si manifestano attraverso attacchi d’asma. Una moderna Jane Eyre – con meno carattere però.
Nina, invece, ha i tratti somatici (e caratteriali) che si addicono ad una villain dal cuore tenero: bellissima, superba, con una “passione irresistibile a distruggere, mandare a monte le cose, e dal guastarle, trarre linfa”. Due donne opposte ma profondamente dipendenti l’una dall’altra, da sole contro il mondo: dove l’abbiamo già visto?
Ah sì: Lila e Lenù. La loro storia travagliata, una rocambolesca fuga dall’infanzia, attraverso mille screzi e, tuttavia, un profondo legame che supera la distanza fisica e temporale. Nina e Maddi sono un po’ così – o almeno vorrebbero esserlo. Maddi è una Lenù che ha fatto funzionare il suo matrimonio con l’uomo ricco e altolocato: con lui ha messo su famiglia e, nella sua quotidianità da casalinga, si atteggia a donna sicura (ma profondamente sola).
Poco femminista è il suo essere – senza giri di parole – una mantenuta: il marito, Pierre, è un diplomatico facoltoso. Maddi l’ha sposato dopo un paio d’anni di conoscenza, senza nemmeno far finta di cercare un lavoro, una volta terminati gli studi.
Nina, invece, è una Lila (meno geniale) che figli non ne ha mai potuti avere. Fugge dall’amore vero (quello degli impegni, robusto e casalingo) e non ha nessun tipo di talento intellettuale. L’unica cosa che le riesce bene è correre, grazie alle sue lunghe gambe snelle. Neanche a dirlo, nemmeno lei provvede a se stessa: “lavora” (cioè fa bella presenza) nella galleria del suo fidanzato a Brooklin, tale Brian O’Brien (ho tremato, leggendolo, sperando di averne colto un’intrinseca ironia) che ha conosciuto seguendo la sua passione per la meditazione, dopo aver tentato la carriera da attrice. Questo tentativo di sfondare nel mondo dello spettacolo è il primo (di tanti) rami tronchi della trama: non sappiamo perché abbia lasciato, quando, e se abbia mai avuto successo.
Insomma: il libro – il lungo racconto al passato fatto da Maddi – è la storia di una coppia di sorelle. Solo che, appunto, la coppia funziona poco.
Per quanto la Ginzburg sia proficua di dettagli nelle sue descrizioni accurate, il lettore fatica ad immedesimarsi in questa piccola tragedia dell’infanzia. Vuole essere un romanzo di formazione (piuttosto breve per i canoni del genere) che non valorizza la crescita – sopraggiunta dopo le varie vicissitudini della vita – delle due protagoniste.
Ci si chiede quando (e se) questa crescita sia avvenuta: dopotutto, Nina è rimasta Nina, con tutte le sue contraddizioni e il brutto carattere, e Maddi rimane Maddi, chiusa nel suo carapace. Se davvero il fine dell’opera fosse rovesciare il canone e imporre un modello di romanzo di de-formazione, forse si gusterebbe meglio. Eppure io credo che, comunque lo si guardi – formazione o de-formazione – l’amaro in bocca rimarrebbe al lettore, deluso da tutti gli spunti che la scrittrice avrebbe potuto cogliere ed approfondire meglio, piuttosto che lasciarli a metà (i vari “rami tronchi”).
Ma torniamo alla trama: Nina e Maddi, piccolissime, devono fare i conti con la fuga della madre, Gloria, una donna di straordinaria bellezza, che ha dato loro tanto affetto ma che alla fine ha scelto la propria felicità. Le due bimbe rimangono bloccate nella casa paterna per un po’, finché anche quest’ultimo non sceglie la sua carriera di fotografo e le “abbandona” in un appartamento solitario, nei dintorni di villa Pamphili, alle cure di una giovanissima “tata” francese che insegna loro ad amare lo sport (e se stesse).
Emerge una contrapposizione abbastanza evidente: due genitori che hanno messo la loro carriera e felicità personale prima della famiglia e due sorelle che invece scelgono famiglia e affetto al posto di lavoro e carriera. Sarà stato studiato?
Ad esserci è, sicuramente, il dolore di due giovani donne che non sono state mai davvero amate dai loro genitori. Il lettore lo sente, lo percepisce. Ma loro, forse, non troppo. Dopotutto, nè la madre nè il padre hanno lottato per averle: la mamma è fuggita via con un aitante argentino, ha fatto carriera in una prestigiosa casa di moda e le ha lasciate dietro di sé. Eppure Maddi e Nina non provano nessun tipo di risentimento nei suoi confronti: il vero cattivo, ai loro occhi, è il padre, Seba (di nuovo: un personaggio che vuole essere un villain ma la cui trattazione è troppo sommaria, scade nei luoghi comuni, non convince).
Un uomo debole e solo – soprattutto dopo la fuga della compagna – che (quasi come un cliché) si rifugia nella droga, nelle auto di lusso e in amanti passeggere. Seba, a differenza di Gloria, non raggiunge nessuna catarsi finale e il suo destino viene fatto scivolare via nell’oblio (il secondo “ramo spezzato”), così come tutti i sentimenti contrastanti evocati dai ricordi di Maddi che scorrono tra le pagine. Avrei voluto vederlo meglio, questo padre assente e debole, capirlo di più invece di demonizzarlo. Il padre malefico contro la madre angelica: un dualismo troppo arbitrario per funzionare del tutto.
Come già detto, protagonista assoluto è il rapporto tra Maddi e Nina, legate nel dolore della perdita e dell’abbandono: si amano, si cercano, hanno bisogno l’una dell’altra. Anche se Nina fa un po’ la stronza, alla fine non riescono mai a separarsi. Eppure, quando Maddi adulta deciderà di tornare a Roma, non chiamerà la sorella per ritrovarsi. Perché?
Questa è la parte più interessante. Dopo quasi duecento pagine di ricordi d’infanzia e di adolescenza – lentissimi e retorici, pieni di frasi sentenziose e ridonanti, che ribadiscono sempre gli stessi concetti senza però mai approfondirli, in un circolo vizioso ripetitivo e flemmatico – si consuma una sorta di finale semi-catartico.
La Maddi adulta e parigina (quella che, nel presente, racconta la sua storia) si rende conto di sentirsi insicura nel suo “carapace”. Perché lo ha costruito? Ha a che fare con i problemi asmatici avuti da bambina, oppure con il suo rapporto di inferiorità/superiorità con la sorella? Forse ha scelto Pierre, il primo uomo che ha incontrato che l’abbia mai voluta, per poi sposarlo, e ora se n’è pentita? No, nessun rimorso. Lei ama Pierre.
La sua fuga finale – raccontata in itinere nel libro: è il secondo filo rosso della storia – non è una fuga “da” qualcosa, piuttosto è una fuga “verso” qualcosa: il tradimento. Va a Roma e lo consuma così, banalmente. Chissà, forse si vuole autodenunciare come la vera villain della storia, che risorge dalle ceneri del suo carapace – lo stesso che le impediva di raggiungere la tanto agognata, cara, pace. Me lo sto ancora chiedendo. Certo, il ruolo del villain familiare (la ribelle che piace a tutti, “quella tosta” della famiglia) l’ha sempre invidiato a Nina, la femme fatale, preda e carnefice di uomini dannati. Allora Maddi cosa fa: torna a Roma, nella sua città, nei luoghi dove lei e Nina andavano sempre da adolescenti – nel luogo dove la sorella ha consumato il primo vero amore – e tradisce (senza motivo) il marito con un ragazzino (senza carattere). Ci si potrebbero vedere tantissime cose in questo gesto: dei malsepolti dad issues? Risentimento e gelosia? Desiderio di evasione da una vita insoddisfacente? Voglia di rivivere quell’adolescenza che si era preclusa a causa del ruolo (autoimposto) di sorella maggiore? Ho chiuso il libro facendomi queste domande. A distanza di una settimana le ho ancora, ma solo perché sto scrivendo questa recensione, altrimenti le avrei già cestinate. I romanzi di formazione che funzionano sono quelli che, una volta chiusi, lasciano il lettore stordito, impressionato dall’evoluzione (positiva o negativa, non fa differenza) del suo protagonista, in cui un po’ ci si rivede. Maddi non lascia strascichi dietro di sé, funziona poco (e male) come protagonista e non si apre al lettore né dimostra una crescita reale, che vada verso qualsiasi destinazione – se non bruciarsi in un tradimento effimero, dolceamaro e decisamente insoddisfacente.

Di Angela Santomarco

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