Ma il cielo è sempre più blu

L’azzurro è un colore che trasuda italianità. Parola che viene da lontano – sonorità calde e musicali lasciano il posto all’esotismo di matrice araba di doppie rafforzate e vibranti – eppure sa raccontare la concordia discors tutta italiana.

È il colore del cielo terso e del clima salubre ricercato dai rampolli della nobiltà europea durante il Grand Tour. È il rassicurante simbolo mariano, di colei che si spoglia del possesso geloso dell’identità per accogliere la vita altrui – e che vita! È la risoluzione delle contraddizioni, la capacità italiana, troppo italiana di trovare una via di fuga proprio quando la fiamma delle speranze sta per diventare brace; è il biglietto per salire sul treno dei desideri di Celentano e la stella che nonostante tutto ancora brilla nel firmamento di contraddizioni e disuguaglianze – anche qui tutte italiane – della graffiante denuncia di Rino Gaetano. L’azzurro è l’Italia, sintesi plurale, trama intessuta di fili diversissimi tra di loro, le cui tonalità fanno a cazzotti, eppure l’intreccio è arricchito proprio dalla mescolanza di culture, tradizioni, narrazioni differenti.

Siamo un Paese inventato, messo assieme a forza con un’operazione artificiale di sintesi, ma ad accomunarci è proprio l’azzurro che è in noi, la capacità di sorprendere, di segnare in zona Cesarini, di ribaltare il risultato e rimescolare le carte quando la partita sembrava finita. Mi ha sempre affascinata questa miscela caustica, la particolarità che resiste alla spianata livellatrice di ogni costruzione nazionale che si rispetti, il donchisciottismo di Ascoli, paladino delle particolarità dialettali contro un mulino-mostro del calibro del Manzoni. Ci accomuna il fatto di essere stati oggetto del desiderio della brama altrui, serva Italia alla deriva, nave senza nocchier in gran tempesta– d’altronde anche il pius Enea ha perduto il suo Palinuro – sull’orlo del naufragio eppure alla fine sempre in grado di ritrovar la rotta.

In questa difficile operazione di cucitura e di tessitura di un’identità plurale, l’azzurro torna a fare da sintesi, questa volta sotto forma della maglia dello sport più popolare: il calcio. Sarà per la ritrovata libertà, bramata a lungo e riconquistata a caro prezzo, e per il bagliore di normalità di stadi di nuovo vissuti, rumorosi e festanti… il calcio è azzurro perché sa unire.

Paese plurale, diverso, particolare ed unico, in perenne scontro tra capitale ufficiale e quella in pectore, tra governo centrale e regionale, tra “e” troppo aperte ed “o” troppo chiuse – ma come parli! Tra geosinonimi che dividono l’Italia in partes tres – ma allora anche la livellatrice Francia ha conosciuto divisioni, Cesare docet! – e che non mettono d’accordo neppure la stessa regione, vedi la disputa tutta siciliana su arancin*. Siamo plurali proprio come il nostro passato, luogo di incontri-scontri con culture diverse: questa è la cifra stilistica italiana. Occorre dunque azzerare il nostro sistema immunitario, abbattere muri e difese contro l’alterità, rinunciare alla propria sentinella per farsi arricchire dall’incontro unico con l’altro (Derrida docet). E allo stesso tempo ricordarsi della trama comune, riversarsi nelle piazze di fronte a maxi schermi ed atteggiarsi a difensori della nazionalità calcistica, cercando di azzeccare le parole di un Inno altisonante e polveroso. Azzurro è il clima di ritrovata unione, di riscatto da ricercare almeno nel calcio, fabbrica di costruzione di sogni collettivi dopo un periodo così lungo di stasi, economica, creativa, fisica e sociale. Queste serate di inizio estate non azzerano i problemi, la discordia, le divergenze, insomma il filo caratteristico della nostra storia, ma sono necessarie per evitare che si sfilacci la trama, e forse rafforzarla: almeno per 90 minuti lo sguardo è rivolto verso la stessa direzione e il tessuto multicolore lascia il posto all’azzurro.

Questa settimana il nostro Lorenzo Buonarosa ci presenterà il viaggio nei ricordi compiuti dal grande Carlo Verdone, personaggio azzurro, cantore dei tic, delle ossessioni, di vizi e virtù tutti nostrani. Da regista ci ha fatto ridere e riflettere attraverso personaggi che continuano ad alimentare l’immaginario comune – indimenticabile per ogni romano che si rispetti e non solo il sodalizio con l’inimitabile Sora Lella – ed ora in veste di autore prende per mano il suo amato spettatore-lettore per accompagnarlo, con la carezza evocata nel titolo del libro, nel viaggio della sua memoria, che è un po’ anche la nostra.

Altra autrice, altro viaggio. Martina Mancassola regalerà per la prima volta le sue preziose poesie alla grande famiglia de L’Incendiario, con uno stile unico, limpido e cristallino ma allo stesso tempo pronto ad affilare la lama e a scavare nei meandri della propria esperienza e non solo. Concederà al lettore il suo punto di vista unico ed irriducibile, offrirà le sue lenti per introdurci nel suo mondo e per mostrare la bellezza di una nuova prospettiva.

Eleonora Bufoli per la redazione de L’Incendiario

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