DUE VITE: DI EMANUELE TREVI

Non si può parlar male di Due Vite di Emanuele Trevi, uscito quest’anno per Neri Pozza e da pochi giorni entrato nella cinquina finalista dello Strega. Non si può parlar male di un libro così; farlo vorrebbe dire rifiutare il sentimento dell’amicizia, l’amore, e in senso lato, la vita sociale. Libri di questo genere ne escono pochi nei decenni, anche perché, quel che viene da domandarsi è proprio che genere di libro sia. Autobiografia non lo è dato che l’autore sta parlando di una parte di sé che con l’ego ha ben poco a che fare, l’amicizia dovrebbe essere un continuo spostamento da sè, da me all’altro; non è nemmeno una biografia, Rocco Carbone e Pia Pera sono i protagonisti ma il racconto è un intreccio di ricordi che costruiscono armoniosamente uno spazio vitale tutto interno e intimo, dove le domande e le risposte prendono l’una il posto dell’altra, fin quasi a confondere il concetto stesso di quesito e responso. Si potrebbe parlare di un’opera del genere come una “filìagrafìa”, la scrittura di un’amicizia (dal greco filìas= amicizia; grafos= che è scritto), che nulla a che fare con gli altri generi romanzo.  

L’amicizia tra tre soggetti: Emanuele Trevi, Rocco Carbone e Pia Pera. Tre scrittori. Tre grandi intellettuali contemporanei. Tutti e tre si sono conosciuti sui banchi della Sapienza, da studenti di lettere. Molto diversi tra loro hanno saputo costruire negli anni un’amicizia che è andata al di là delle distanze lavorative, fisiche e caratteriali. Ma, questo racconto, è la descrizione di anime composite profondamente diverse: Rocco e Pia, due personalità diversissime, mediate dalla figura di Trevi, l’ago della bilancia, il reagente che permette l’unione di due composti. Rocco Carbone è uno scrittore affetto da disturbo bipolare, la sua vita è costantemente in bilico tra la tristezza più nera e la mania più feroce. Ha un carattere molto duro, tant’è che Trevi lo paragona ad “una rigidità da regno minerale”, prendendo spunto dal suo cognome. Pia Pera è una traduttrice, una che per lavoro è obbligata a mettersi nei panni dell’altro per poterne cogliere i frutti e far fermentare il succo. È una donna graziosa, tranquilla, misericordiosa e aperta.  

Difficili da cogliere, entrambi sono descritti solo con approssimazione nella pagina di Trevi: “Più ti avvicini ad un individuo più assomiglia ad un quadro impressionista o ad un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani e viceversa e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta che è lo stile dell’unicità”. Lo stile non può esplorarli, la mente non può comprenderli, il linguaggio per quanto sia eccellente e profondamente preciso, non potrebbe attraversare le loro anime, ed è anche giusto che non lo sia. È bene che le distanze siano sfumate come lo sono, che la descrizione sia alternata ed episodica, che l’ultimo viaggio di entrambi, subitaneo per Carbone e lento per Pera, sia descritto con lucido dolore e non con volgare sentimentalismo.  

Tre è il numero perfetto, forse lo è anche nell’amicizia. 

P.S In tutta la recensione Pia Pera e Rocco Carbone sono stati descritti al presente, come se fossero ancora tra noi. Loro sono la testimonianza che gli esseri umani rimangono sempre nella mente di chi resta.  

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