Oltre l’immaginato: Intervista a Licia Troisi

Licia Troisi è la prima luce italiana, la prima coraggiosa scrittrice di romanzi fantasy in Italia. Astrofisica, presentatrice, i suoi fantasy di successo: la saga del Mondo emerso, La ragazza drago, I regni di Nashira, Pandora, La saga del dominio, I dannati di Malva. Il primo romanzo delle Cronache del mondo emerso, Nihal della terra del vento, pubblicato a soli 23 anni, nel 2004. Molti giovani sono cresciuti, grazie ai suoi romanzi, nel nome della lettura; ogni lettore è uno scopritore di un suo pianeta fantastico, che oltre l’immaginato costudisce i valori essenziali. Nel settembre 2020 ha pubblicato il suo nuovo libro, La sfrontata bellezza del cosmo: riprende i suoi studi astronomici, unendo scienza e letteratura, scrivendo di ciò che è sfrontatamente bello nel cosmo, facendosi ispirare da quattordici immagini che accompagnano le parole. La redazione di «L’Incendiario» ringrazia Licia Troisi per averci concesso questa intervista, per il tempo, un bene prezioso mai scontato.

«Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata; ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto, come fantocci ribelli, i servi fanatici dell’Arte […]». Stefano Pirandello scrive in appendice l’azione del terzo atto di I giganti della montagna, come dette dal padre Luigi Pirandello, che non ha terminato questo dramma civile a causa della morte. Questo estratto in chiusura dona speranza a ciò che è arte e poetico, di poter ritornare a parlare un giorno e non esistere solamente nell’utopia; è un giorno in cui lo spirito vince il desiderio di arricchimento materiale. Come prima domanda le chiedo: è arrivato quel giorno, o deve ancora arrivare?

Non credo che esista “un giorno” valido per tutte le opere d’arte. Ci sono opere che sono in grado di parlare immediatamente al presente, e quindi vengono apprezzate dai contemporanei, mentre altre sono in anticipo sui tempi, e quindi possono essere apprezzate solo in seguito. Credo che ogni opera abbia il suo tempo, ma che in generale l’arte non cessi mai di parlare almeno a qualcuno; c’è sempre un pubblico per tutti quelli che hanno davvero qualcosa da dire, magari piccolo, ma c’è.

Come anche lo stesso dramma di I giganti della montagna, con il teatro dei tardi anni ’20 in poi, il magico, il mitico ritornano nella letteratura italiana, per poi esplodere con la corrente artistica del Realismo magico, di cui richiamo Bontempelli, Landolfi, Buzzati, Ortese e Calvino. Cha influenza ha avuto nel suo atto creativo il Realismo magico?

Avendo amato molto Buzzati e Calvino, ed essendo stato I Giganti della Montagna il primo spettacolo teatrale cui abbia mai assistito, per altro in un meraviglioso allestimenti di Strehler – direi che sì, è stato importante, quanto meno inconsciamente. Non è sempre facile rintracciare tutte le proprie fonti, anche perché molte non vengono inserite consapevolmente. Io però mi sento soprattutto figlia della mitologia classica: il fantasy si rifà moltissimo al mito e alla fiaba, per certi versi ne è una riscrittura moderna.

Per proseguire voglio riportare un estratto dell’introduzione del suo ultimo e recentissimo libro, settembre 2020, La sfrontata bellezza del cosmo: «Ma ciò che abbiamo ottenuto sono state immagini. Immagini dell’invisibile, di ciò che in realtà può essere solo captato con complessi strumenti di misura, ma pur sempre immagini. Che spesso hanno fatto la storia dell’astronomia, ma anche della società e del costume. Alcune di quelle immagini sono diventate iconiche, le conosciamo tutti, e ci affascinano anche quando non ne capiamo completamente il significato. Sono portatrici di un’arcana bellezza, che ci parla di lontani confini, di misteri insondabili e scoperte straordinarie». Queste parole mi hanno portato ad un’associazione curiosa tra il lavoro dell’astronomo e dello scrittore, in particolar modo di chi scrive di ciò che è fantastico: entrambi scrutano la bellezza di pianeti lontani, misteriosi, arcani, e li rendono visibili attraverso il loro lavoro. Rendono emerso ciò che è solamente immaginato. Condivide con me questa osservazione? Sapendo della sua specializzazione universitaria in astrofisica, si sente, anche, nel ruolo di scrittrice quasi come un’astronoma?

Sicuramente la creazione di mondi è un punto fondamentale della scrittura fantasy – ma, in senso lato, della scrittura in generale – e l’immaginazione è al centro di tutto. Io però penso che a collegare davvero scienza – e quindi astronomia – e scrittura sia più la creatività, che si usa in ambo gli ambiti. Certo, la creatività usata nella scienza e quella usata nella narrativa sono diverse, ma fanno comunque capo a una capacità immaginativa di fondo che non è molto differente. Restringendo poi il campo, associo l’astronomia molto più alla storia o all’archeologia, perché entrambe devono trarre le proprie conclusioni non da esperimenti – o comunque non principalmente dall’esperimento – ma dall’osservazione di dati che vengono “rinvenuti”: i segnali che provengono dal cielo in un caso, i ritrovamenti archeologici, le fonti scritte, nell’altro.

Cambio discorso, affrontando un argomento delicato e complicato, coniando un termine: il complesso di generalizzazione, e coloro che ne sono “afflitti” dividono la letteratura di oggi e di ieri per generi, discriminandone una parte, considerandola inferiore, e mi riferisco in particolar modo al genere del romanzo fantasy, quasi destinato e condannato solamente ad una fascia giovane d’età. Perché secondo lei molti non riescono ad andare oltre la classificazione dei generi letterari, e considerare validi qualitativamente anche l’altra parte della letteratura, non solamente la cinquina del premio Strega?

Perché in Italia abbiamo un’idea di cultura molto elitaria: la cultura è qualcosa di inaccessibile ai più, possibilmente misconosciuta e disprezzata dalle masse, che non è mai associata ai concetti di divertimento e di piacevole. La letteratura popolare o di genere parte proprio dall’essere fruibile da un pubblico ampio cui offre in prima battuta qualcosa di divertente in senso lato, quindi di appassionante, di coinvolgente. Questo fa sì che venga automaticamente vista come qualcosa di consolatorio, e dunque di vile. Ci sono generi che in parte sono riusciti a superare questo pregiudizio – penso al noir e in parte al giallo – ma con grande fatica. Inoltre, ho l’impressione che questo processo stia rallentando, e che, come il discorso pubblico in generale si stia radicalizzando, anche le divisioni nella letteratura si stiano approfondendo.

Mi ricollego alla domanda di prima, sottolineando come in realtà sia nocivo questo complesso, richiamando alla mente I dannati di Malva, suo romanzo del 2008. Ne consiglio la lettura a tutti: questa volta il mondo emerso è un popolo di dannati, di cui gli altri personaggi hanno paura, per la loro pelle, per le loro tradizioni, per il semplice fatto di essere diversi. Vengono picchiati, sfruttati, uccisi, ma combattono con umiltà, non per vivere, per sopravvivere. Questo non è solamente un romanzo, è una grandissima lezione di civiltà, e mi dispiace smentire i grandi, chi è affetto dal complesso, non c’è niente di immaginato in I dannati di Malva, è una trasposizione nobile di quel che è reale. Perché non mi racconta della genesi di questo fantastico, davvero, romanzo?

Potrei definirla un’opera su commissione, per buttare giù un altro tabù. Nel 2007 fui contattata dalla casa editrice Edizioni Ambiente, che stava portando avanti una collana, detta Verdenero, in cui autori principalmente noir illustravano vari crimini ecomafiosi perpetrati in Italia tramite lo strumento della narrativa. Poiché volevano aprire la collana a un pubblico più giovane, mi chiesero di scrivere un fantasy che parlasse di smaltimento illegale di rifiuti tossici. Dato che si trattava di un progetto particolare, decisi di uscire un po’ dalla mia comfort zone con un protagonista maschile, che per di più parlava in prima persona, e cercando di tener fede al nome della collana: quindi sì un fantasy, ma con una trama gialla che tendesse al noir e al thriller. È un libro cui sono molto affezionata, mi piacque molto scriverlo.

Le pongo l’ultima domanda, che proporrò a tutti coloro che avrò l’onore di intervistare, in modo da costruire una consigliata libreria virtuale. Ci consigli un libro da leggere oggi, un libro per il 2020?

Ne cito uno che ho finito di leggere proprio di recente e mi ha fatta riflettere molto; per altro, è piuttosto attuale. Si intitola Fragilità Bianca, di Robin DiAngelo: un libro di una bianca rivolto ai bianchi, in particolar modo quelli che si definiscono progressisti, sui temi del razzismo. Un libro duro, che ci mostra in modo spietato quanto il razzismo sia strutturale al modo di pensare di un bianco, e che ci invita dunque a guardare dentro noi stessi, e correggere tutti quei comportamenti razzisti che ognuno di noi, per forza di cose, mostra. Credo che ne abbiamo tutti bisogno, tanto più in un mondo abituato a puntare il dito sugli altri, piuttosto che a fare autocritica.

Antonello Costa, che a nome della redazione ringrazia Licia Troisi per questa elegante intervista, per questo confronto.

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