To the moon and book: Persone normali

Era il 20 luglio 1969 quando l’uomo mise piede per la prima volta sulla Luna. Di preciso furono due uomini a farlo, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, ma in missione erano in tre: il povero Michael Collins, il cui nome è oscurato da quello dei due colleghi, non uscì mai dal Modulo di Comando e di Servizio rimasto ad orbitare attorno al satellite. Il suo ruolo era quello, si sapeva sin dall’inizio, perché qualcuno doveva rimanere a bordo per garantire il ritorno sulla Terra, altrimenti la missione Apollo 11 avrebbe rischiato di essere compromessa. Dai, hai partecipato alla missione spaziale più importante e famosa di sempre, sei un astronauta, che altro vuoi, Collins? Sì, okay amico, però prova anche tu a pensarci: ero a tanto così dal suolo lunare e mi sono dovuto limitare a guardarlo dall’alto. Avrò anche il diritto di essere un po’ incazzato? Due cose accomunano me a Michael Collins. La prima è che siamo entrambi nati a Roma. La seconda è che anch’io sono un’inguaribile avventurosa che rimane però sempre un passo indietro: non è una scelta, è una vocazione. Entrambi siamo destinati a restare sempre un po’ fuori, un po’ esclusi, ma solo in questo modo possiamo avere una visione d’insieme. E poi, inutile dirlo, passeggiare sulla Luna sarà anche bello, ma vederla dall’alto… beh, è tutta un’altra cosa.

Sally Rooney, Persone normali, Einaudi 2019

«Per un attimo sono rimasti lì in silenzio, lui con le braccia intorno a lei, a respirarle sull’orecchio. La maggior parte della gente, ha pensato Marianne, vive un’intera vita senza mai sentirsi così vicina a qualcuno».

Marianne va per la prima volta in una discoteca nell’aprile del 2011, durante il suo ultimo anno di liceo. Quando l’ho letto mi sono fermata un attimo a pensare e ho realizzato che nello stesso mese dello stesso anno anch’io ho messo piede su una pista da ballo per la prima volta in vita mia: di anni ne avevo 14, ero al primo anno e non mi sarei potuta definire esattamente popolare. I tacchi, i trucchi, il vestitino corto. Tutto era nuovo ma allo stesso tempo sbagliato: i compagni di classe che non mi avevano mai vista così, e mi fissavano tra lo stupito e il divertito; le ragazze che si lanciavano in balli seducenti mentre io me ne restavo seduta sul divanetto, spostando in continuazione lo sguardo nella speranza di non incrociare quello di nessuno; l’alcool e il fumo che mi passavano vicino e dai quali ero terrorizzata – ma che comunque, prima o poi, sarebbero riusciti a corrompermi.

Forse è in quell’esatto momento che ho sentito Marianne aderirmi all’anima come un guanto e che ho iniziato a piangere silenziosamente. Perché Persone normali è questo, è soprattutto questo. Racconta una storia che in fondo è quella di ognuno di noi. Una storia di dolore e solitudine, di amicizia e di affinità, di distacco e di rottura.

Marianne e Connell si conoscono da quando sono bambini, cresciuti insieme nella piccola Carricklea, nella contea di Sligo, Irlanda, e vivono fianco a fianco quel processo di maturazione che dai banchi di scuola li porta fino alle aule del Trinity College di Dublino. Ricca e schiva lei, proletario e benvoluto da tutti lui, si intrecciano in una storia che niente ha a che vedere con il loro stato sociale o con le loro famiglie o con il loro percorso. O che forse invece è compromessa proprio da tutte queste cose. La chimica e la violenza, il sesso e l’abnegazione si mescolano in un rapporto che è morboso, instabile, sbilanciato, deviato ma malgrado tutto indissolubile. E loro sono semplicemente Marianne e Connell, due compagni di scuola indispensabili l’uno all’altra, che si inseguono e si ritrovano continuamente lungo il travagliato tragitto verso l’adultità.

Sally Rooney ci prende per mano e ci immerge a forza in questo impasto di vita e dolore che è la storia di due persone normali. E lo fa con una lingua semplice, immediata, un ritmo incalzante, una cura del dettaglio che ci fa sentire non lettori ma protagonisti del romanzo. E, pianissimo, ci bisbiglia in un orecchio «Sì, sto parlando di te».

Collins

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