Perchè leggo sempre meno poesia?

Perché si legge sempre meno poesia al giorno d’oggi?

Una domanda tanto frequente quanto complessa da affrontare. Innanzitutto, voglio analizzare la questione dal punto di vista dell’oggi, la domanda stessa lo richiede. Vanno dunque tenuti in conto numerosi e diversi fattori a monte: evoluzione storica della poesia, evoluzione della mentalità e dunque del pubblico (che si riflette sulle scelte editoriali), evoluzione della critica. Ma non basta: è necessario considerare che tutte queste categorie si inseriscono nell’era dello smartphone e dei social, quindi la diffusione di opere e le scelte delle case editrici non possono non tener conto di questo recente modo di comunicare, che si declina anche in versi.

     […] Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

      sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

     Codesto solo oggi possiamo dirti,

     ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

(E. MONTALE, NON CHIEDERCI LA PAROLA, 1923, VV. 9-12)

Mi piace cominciare con l’ultima strofa di una celebre poesia montaliana, un manifesto poetico di rara bellezza e significato: il poeta abdica il suo antico ruolo di vate e profeta. Non può più nulla in un mondo che sfugge alle sue lettere di fuoco (v.2).

L’evoluzione della poesia non è una novità degli ultimi anni. A partire dalla metà dell’Ottocento in poi qualcosa ha cominciato ad incrinarsi nella tradizione. Infatti, già l’uso regolare del verso sciolto sia nella lirica che nella traduzione, in precedenza utilizzato di rado dalla metà del Cinquecento, è tra i primi segni di una rivoluzione, per quanto tenue possa apparire.

L’arrivo del Novecento è, invece, il punto di rottura più forte, basti pensare al movimento futurista e alla corrente crepuscolare. Il Futurismo non rivoluziona solo i temi, ma, in maniera provocatoria, distrugge le forme tradizionali grazie all’utilizzo del verso libero e all’abbandono delle norme grammaticali, sintattiche e grafiche. Il Crepuscolarismo introduce il grigio laddove questo non era mai arrivato da solo. Poi i grandi: Montale, Ungaretti, Quasimodo, Saba, Campana. Ognuno a suo modo vicino alla tradizione e assolutamente estraneo, ognuno maestro dei poeti successivi.

Altro spartiacque decisivo è la seconda guerra mondiale: crolla in maniera definitiva l’egemonia europea da decenni in crisi e con essa l’identità europea comincia a venir meno. Il vacillare delle certezze e la nascita di voci sempre più individuali affianca il perdurare dei grandi citati in precedenza. Le neoavanguardie mostrano ancor di più un distacco che non ignora la storia, non è raro, infatti, trovare temi nuovi o insoliti innestati in forme classiche.

È dagli anni ’70, però, che la situazione diventa troppo complessa per essere riassunta. Siamo all’inizio del percorso che arriva fino ai giorni nostri. Da qui voglio iniziare l’analisi necessaria per provare a rispondere alla domanda iniziale.

La difficoltà degli scrittori, più o meno giovani, è quella di orientarsi in un mondo sempre più vasto e complesso, e si accentua dal 2000 in poi con l’avvento di internet. Non c’è traccia di un fronte unitario, non ci sono più manifesti e scuole e, come già aveva detto Montale, i poeti abdicano e molto spesso si rinchiudono in sé stessi, o, se si aprono per far sentire la loro voce, sono sempre meno ascoltati.

Allo stesso modo, il pubblico si trova a leggere molti modi diversi di poetare, lontani da quelli standard insegnati a scuola e nelle università e non riesce a muoversi agilmente tra questi versi così nuovi. Il minor acquisto di volumi di poesia ne scoraggia la messa in vendita da parte delle case editrici, che puntano sempre di più sulla narrativa, con un occhio alla saggistica che di tanto in tanto si riaffaccia sugli scaffali delle librerie. Ma c’è da domandarsi: avviene prima l’una o l’altra cosa?

A partecipare a questo venir meno della lirica si aggiunge la critica. Non siamo più in tempi in cui è questa ad influenzare i lettori: è il mercato a farlo. Per di più, come quello del poeta, il ruolo del critico non solo perde la rilevanza precedente, ma si trova a fare i conti con la mancanza di linee guida con cui interpretare la materia poetica, ormai sfuggente.

E oggi?

La situazione odierna è quanto di più dispersivo si possa immaginare. La poesia appare come una nicchia in cui pochi si rifugiano. A livello editoriale, quasi nessuno emerge davvero ed è più facile trovare raccolte “poetiche” di youtuber e personaggi improvvisatisi scrittori che probabilmente non sanno nemmeno cosa sia la poesia, piuttosto che un prodotto che si possa definire di qualità.

Voglio porre una domanda a me stesso e a tutti: quanti poeti di oggi conosci? Ovviamente non bastano i nomi (e anche in quel caso sfido ognuno a trovarne).

È difficile orientarsi in un mercato che offre pochi sbocchi e non li valorizza. Molti sono d’altro canto i singoli, non di rado giovani, che provano a misurarsi con la versificazione, spesso imitando i maestri del passato, oppure staccandosi da loro per avere una voce propria.

Come ci poniamo noi che nel 2020 scriviamo su L’Incendiario rispetto a questo vuoto? Non abbiamo la pretesa sciocca di dare risposte certe e non possiamo profetizzare quanto accadrà, ma vogliamo far sentire la nostra voce, vogliamo analizzare e sviscerare il presente per dare a noi stessi e a chi ci legge un’idea di ciò con cui ci confrontiamo in ambito poetico. Perciò, la settimana che questo editoriale inaugura sarà dedicata solo e soltanto alla poesia contemporanea.

Antonello Costa ci presenterà in due articoli le recenti raccolte di Michele Mari (Dalla cripta, 2019) e di Valerio Magrelli (Il commissario Magrelli, 2018), in un’analisi della lirica nostrana volta ad approfondirne le peculiarità, i feticci e le discontinuità della poesia di oggi rispetto al passato.

Esordirà mercoledì Aoh, la nostra rubrica di poesia vernacolare romanesca; questa nasce dalla volontà comune di riscoprire la lirica popolare capitolina, i suoi padri e inserirla in un discorso letterario più ampio, differente dalla letteratura ufficiale, ma inscindibile al fine di avere una prospettiva totale.

Venerdì avremo una giornata dedicata agli inediti: sillogi di Ester Pagano, Samuele Maffei (entrambi all’esordio sulla nostra rivista) e di Lorenzo Buonarosa verranno pubblicate durante l’arco della giornata. Giovani scrittori di poesie affamati, vogliosi di far sentire le proprie voci al di là del vuoto.

Lorenzo Buonarosa vestirà inoltre i panni dell’intervistatore in un dialogo con Giorgio Ghiotti, scrittore ventiseienne con diverse pubblicazioni all’attivo. Abbiamo voluto ascoltare una voce giovane, un esempio per chiunque volesse intraprendere questa strada e si sentisse scoraggiato dall’età.

Concluderemo questa intensa settimana con Irene Mallozzi, diciannovenne studentessa di Lettere al suo esordio su L’incendiario, che ci regala un’analisi profonda, quasi una proposta a tornare ad una poesia di impegno civile, senza trascurare la necessità di un linguaggio adeguato al nuovo panorama che abbiamo davanti. Non isolarsi, ma aprirsi al mondo e alla sua verità tramite i versi.

Quale sarà il futuro della poesia? Avremo ancora occasione di leggere grandi versi?

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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