Iperguida poetica: Dalla cripta di Michele Mari

La poesia di oggi è ipercontemporanea: è disarmonico questo prefisso. Iper, estraneo, alieno, innaturale. Iper, esagerazione sfruttata banalmente dalla macchina commerciale. Iper, pianeta oltre, sopra, lontano. Scrivo, astronauta di spazi poetici, pianeti sconosciuti al millennio, ogni volta di una raccolta di un autore diverso, cercando quell’Iper-alieno e riportandolo all’oggi. Scrivo, giocando col nome di queste indicazioni galattiche: iperguida poetica.

Dalla Cripta, Michele Mari, Einaudi, 2019

Il mostro geniale di Michele Mari si reincarna tra le pagine di Dalla cripta. Come un Lazzaro, si rialza dal profondo di quell’oscurità, e unisce in questa sua seconda raccolta poesie dal 1973 all’oggi, riviste solamente per aspetti redazionali. Un mostro bicefalo del poeta, due volti diversi, che vivono nello stesso corpo, entrambi veri e autentici: il sentimento, il privato e intimo caos; la struttura, l’ordine attraverso il quale il mostro si esprime.

I sentimenti sotterranei e memoriali di Mari vengono alla luce, prendono forma attraverso l’espressione poetica. Dominano le sette sezioni della raccolta. Rime amorose, rivolte a figure angelicate:

Di fronte a te, amore mio dolente, / io sono il ciel lustrato dalla luna.

Altre rime, con sottosezione di sonetti legati alla tematica del tempo:

Tempo perduto ed ombre da cercare, / immateriali e vane sotto il vetro / dalla memoria spastica, il cui metro / s’allunga a dismisura per trovare;

Le esercitazioni comiche, con carisma sardonico e pungente:

Di tutte le bagasce di ‘sto mondo / che spengono ai cazzoni la gran foja / solo a tua madre si conviene a fondo / il nome abusatissimo di troja.

Gli Scherzi, rovesciando il canone o facendo di oggetti bizzarri fulcro della poesia: i versi sciolti, in cui Mari simula che Leopardi abbia scritto una poesia su una caldaia. Versi d’occasione, legati a eventi o persone vicine al poeta: l’Anacreontica per nozze, festeggiando il matrimonio di due suoi coetanei in un’ambientazione arcadica. L’Atleide, l’esperienza calcistica del milanista Mark Hateley trasformata, da un punto di vista contenutistico e linguistico, in un poema epico; la genesi del poema è il calcio, quasi un mito, una religione per il poeta. La sua versione del canto XXIV dell’Iliade di Omero, oggetto degli studi universitari di Mari.

La struttura, l’ordine di Mari, si concretizza, invece, nel recupero della matrice classica. Ne avviene la reincarnazione, dalla cripta, da questo sacrario antico solenne: la poesia, ciò che è morto, riprende vita attraverso Mari, nella sua forma più nobile e ideale. Recupera le regole poetiche classiche: sonetti, canzoni, sestine, endecasillabi sciolti; fusione di livelli linguistici, latinismi, dialettismi, forme onomatopeiche, espressioni moderne aulicizzate; ricalchi da famosi testi poetici (in Altre rime, Forse perché della fatal quiete). Certo, il recupero lirico dell’antico può far sembrare distante la poesia di Mari all’uso linguistico del 2020; può sembrare costruito, difficile, artificioso. Smentisco questo dubbio, riportando un concetto sostenuto da Mari, affermato in varie occasioni: la reincarnazione dell’antico è in realtà attuale, in quanto attuata in maniera autentica, diretta, istintiva. È un modus vero e sincero di scrivere poesia, l’unico possibile per Mari. Vige, così, un principio di equivalenza, fusione equilibrata: tra il contenuto d’oggi e la lingua dell’antico, ed entrambe si completano e si nobilitano. L’aspetto brillante di Dalla cripta, quell’iper che dobbiamo cogliere, è questo equilibrio tra le due teste della raccolta, l’equilibrio che c’è tra sentimento e struttura. Un patto di coesistenza, di convivenza. Il caos senza la struttura non può trovare un’organizzata sistemazione. L’ordine senza il sentimento non ha materia, motivi poetici su cui esercitare. E solamente attraverso questo patto, questo equilibrio, che la poesia, e il concetto di questa, torna in Dalla cripta in vita.

Antonello Costa

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