La nuova poesia: Dialogo con Giorgio Ghiotti

Tempo fa girando su riviste online mi sono imbattuto in una silloge di poesie su Nuovi Argomenti chiamata “il mare di Milano”. Quelle cinque maledette poesie mi sono rimaste in testa per settimane. Ogni volta che le leggevo mi trasmettevano il sentimento di un uomo perso in una città
che non conosce, una città però bella, luminosa, immensa, come il mare. Almeno questo è il mio giudizio e sinceramente era da un po’ che non leggevo qualcuno che mi infondesse questa viva sensazione tramite dei versi. Ho subito cercato il nome dell’autore trovando altre opere, pubblicate tra l’altro con case editrici indipendenti romane di tutto rispetto: Nottetempo, Giulio Perrone Editore, Empirìa. La cosa che più mi colpiva è che era poco più di un ragazzo, un mio coetaneo ; e allora ho pensato che la letteratura fatta bene non è morta. Posso dirlo, Giorgio Ghiotti mi ha fatto interessare della poesia ipercontemporanea, perché questa poesia esiste ed è più viva che mai.


Perciò quando abbiamo pensato con la Redazione di intervistare qualcuno per la settimana contemporanea, il primo nome che mi è venuto in mente è stato il suo. Primo perché è giovane, secondo perché scrive bene, terzo perché non ha rifiutato i maestri. Insomma, l’autore giusto per la nostra intervista sull’Incendiario.

Lo contatto su Instagram, mi risponde subito e mi lascia i suoi recapiti, fissiamo l’appuntamento e quando lo chiamo non mi aspettavo che la telefonata sarebbe potuta durare un’ora e che il tono fosse così rilassato. Ci siamo fatti una bella chiacchierata, ho trovato qualcuno che, almeno in quel momento, aveva più voglia di parlare di me.

Il primo argomento su cui volevo il suo parere è stata la periferia: Giorgio è di Monteverde una periferia-non-periferia (dato che è adiacente a Trastevere) ma all’interno delle sue opere questa realtà di confine, mitizzata o calpestata durante tutto il ‘900, è viva e presente.
Parto da Erbacce, racconto breve (inserito nella raccolta Gli occhi vuoti dei santi, Hacca, 2019) che parla della periferia. Luogo quasi mitico con il dio-totem del gazometro al centro. Tutto gli gravita intorno e tutti gli abitanti guardano a lui come riferimento; in realtà il racconto è ambientato in un
“quartiere fittizio” come mi spiega Giorgio “perché al gazometro non si fermano gli autobus. Per me la periferia è sempre stata un esercizio di appropriazione indebita e di immaginazione, quando ero piccolo mi sembrava che Monteverde si estendesse all’infinito, inglobando anche gli altri quartieri che diventano, allora, un’estensione di Monteverde a me ancora ignota.” Periferia quindi come luogo di sovraesposizione emotiva che tutto comprende ed espande la propria percezione sul resto. Come Lorenzo che salendo sul Gazometro vede il mondo da una nuova prospettiva ma restando nello stesso posto.

«Ora però il mondo sembra infinito davvero; mi tengo in equilibrio con i piedi stretti al ferro, mi siedo sulla cima e faccio ciao con la mano a Lorenzo, poi alzo gli occhi. Da quassù la città si vede tutta. Ci sono i locali del centro, pub e ristoranti aperti anche tutta la notte, ed è un continuo sfavillio di luci, impossibile distinguere. Qua e là macchie scure nell’illuminazione urbana come tumori. Roma sembra un enorme, informe corpo in movimento.» (Erbacce, 2019)

Roma è una città atipica; a differenza di molte altre è in costante espansione: “i romani sono ‘territoriali’, perché il quartiere diventa una sorta di paese, di città nella città”. Gli chiedo di Milano, sia per la silloge citata all’inizio, sia perché Milano è diventata la sua seconda casa: “Milano ha un hinterland gigantesco. C’è un dentro e un fuori Milano, e ciò che sta fuori è qualcosa che difficilmente si riesce a catturare con una sola occhiata, o un solo pensiero. È qualcosa che gravita intorno alla città ma si percepisce che non è più città. Roma ha invece questa strana capacità – anche inquietante, a essere onesti – di inglobare, ‘mangiare’ zone”. Aree che piano piano vengono assimilate, edificate ed entrano a far parte del grande bacino. “Le periferie romane variano anche a livello architettonico. La peculiarità di Milano è invece questa: è riuscita a ripensarsi dopo i bombardamenti della seconda guerra e a creare un’intersezione tra vecchio e nuovo”

Come è Milano attraverso gli occhi del romano? “Ti rispondo dicendoti esattamente quello che ho pensato i primissimi giorni dopo essermi trasferito: è piatta. E te ne accorgi soprattutto se a Roma abiti, come me, su un ‘monte’.” Ridiamo “Però la amo molto Milano, ed è bella; abito a Crocetta che sembra un po’, per certi aspetti, Monteverde vecchio, è pieno di ville e bei palazzi.”

Moravia diceva: “per me Roma è un fondale di comodo” che serviva a trarre l’anima dei suoi personaggi. Ma non è così non si può prescindere dalle città.

Così come non si può prescindere dalle città, non si possono isolare i maestri: quando ho letto Ghiotti per la prima volta ho subito sentito l’apporto di Penna e quando gli chiedo se è così, Giorgio è un fiume in piena: “è vero, si può prendere spunto, ma si può anche copiare, l’importante è però copiare bene, e soprattutto copiare da chi. Si deve riuscire a comprendere e pacificare in sé i propri maestri, anche se io ho avuto molte più madri letterarie che padri. Vivian Lamarque, Biancamaria Frabotta, Giovanna Sicari, Silvia Bre… Morante diceva di sentire in sé più sviluppato il maschile del femminile. Il fatto è che, come spiega bene Woolf, la condizione perfetta per l’opera d’arte è la mente androgina, questo dialogo incessante del maschile e del femminile che ci abita, e che può sfociare in qualcosa di più che un inamovibile binarismo mentale. Penna lo amo sommamente. È un poeta senza storia, al centro della sua poesia ci sono i fanciulli e l’infanzia che è un tempo sospeso perché è il tempo del mito e dell’epica. Inoltre i nomi citati in alcuni suoi versi esistono veramente: Marcello, Riccardo non sono semplici emblemi. In Penna c’è il ritmo, la grazia dell’immagine, il gusto dell’ekphrasis come nella poesia dei cani.

Felice è stata oggi la mia casa.
Cani giovani e belli l’hanno invasa.
Ogni cosa hanno messo a soqquadro
di loro a me lasciando il più bel quadro.

Gli cito la sua poesia L’atleta (contenuta nella prima raccolta di versi Estinzione dell’uomo bambino, Perrone, 2015) che secondo me è coerente con il gusto dell’ekprhrasis:

L’atleta

Un bel ragazzo ogni mattina corre
sotto la tua finestra. Il cuore
che si arresta, la gioia più vicina.
E il giovane atleta che non sa…
Il mondo è come prima – eppure resta
il senso di una cosa andata persa
o il segno di qualcosa che verrà.

“Ci sono molti riferimenti, per forza di cose, ai poeti più amati, essendo la prima raccolta, poi vengono a cadere le citazioni esplicite nelle raccolte successive e viene fuori una certa aura. In Alfabeto primitivo (la sua ultima raccolta per Perrone, 2020) si percepisce meno un certo gusto per la poesia d’area romana, quella resa grande da autori come Penna, Bertolucci, Bellezza, Pasolini e più avanti Veneziani, Paris, Sica, Scartaghiande. Quasi tutti i poeti della cosidetta scuola romana di poesia non sono romani di nascita, ci pensi? Quelli della linea o scuola lombarda, invece, erano e sono in gran parte lombardi. In questo Milano è più conservativa, e io preferisco invece l’eterogeneità poetica di Roma. Faccio spesso una battutaccia (è solo una provocazione, non la penso davvero così): a Roma ci sono i poeti, a Milano l’editoria che li pubblica. Vedi da te che è una battuta stupida; ci sono regioni d’Italia che ci regalano straordinarie voci poetiche, penso alla Sicilia, all’Emilia Romagna, alle Marche, al Veneto… I poeti vanno scovati, stanati “dai loro nascondigli” (cito un verso di Frabotta).”

Ma cosa rimane del ‘900 oggi nella poesia in generale e nella nuova generazione? “Il Novecento
non credo sia ancora finito, almeno culturalmente, in termini di eredità. È stato un secolo che ha fatto strage dei suoi poeti. È stato molto violento. Se non sono morti suicidi, sono morti nei campi di lavoro sotto una dittatura, come certi poeti russi. Hanno visto l’orrore della Germania nazista, sono stati poeti testimoni. E quando il peso della Storia si è fatto troppo pesante, hanno preferito tacere (penso a Celan). Da qualche parte si deve pur venire. Ci sono casi eccezionali di poeti che fingono di non avere un passato, come Patrizia Cavalli, che poi riconoscerà più avanti influenze di Caproni o di Penna, anche, su tutti il suo amato Shakespeare.
Per la nuova generazione…allora…ti dirò è molto difficile fingere in poesia, io credo che la poesia sia lontana dall’emozione a caldo; la poesia finge un’emozione, o meglio la ricostruisce a posteriori come fosse lì, ancora calda. Nella vera poesia tutto si tiene insieme: ritmo, immagine, dolcezza del verso, ragionamento. Ed elemento simbolico, che è l’elemento principale della poesia per me. Credo che il poeta della mia generazione che sia riuscito meglio a sintetizzare questi aspetto sia Gabriele Galloni, da poco scomparso; è stata una perdita terribile, una vera tragedia, anche per la poesia italiana.”
“La poesia non è solo espressione del sé, ma anche progetto; guardo sempre con sospetto le persone che per esaminare una poesia si concentrano sulle singole parole, sui singoli versi. La poesia è un costrutto che si regge da sé, se si regge; ecco perché secondo me l’editing su un libro di poesia è quasi impossibile, a meno che non sia un poeta-editor a ragionare sulla poesia di un altro poeta. I grandi poeti hanno spesso un repertorio limitato di temi e modi, e i grandi critici (questa è la lezione di Garboli) avranno sempre un repertorio limitato di autori da seguire negli anni, lungo tutta una vita. Io credo moltissimo nel ruolo della critica, anche quella praticata dai giovani.”

L’ultima domanda è molto diretta ed è quella che noi dell’Incendiario facciamo a tutti gli scrittori che intervistiamo: Il libro di poesia che consiglieresti per il 2020? “Vita Meravigliosa di Patrizia Cavalli. E poi il saggio Il poeta e il tempo di Marina Cvetaeva.”

Lorenzo Buonarosa

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