Roma

A nì, Roma è Roma, c’è poco da fa. È na risata rumorosa, che te parte dal core, te la senti ribolli dentro, non la puoi trattene. È na faccia sorridente, deformata e ridicola, ma che te illumina la giornata. È parlà e gesticolà, come un maestro d’orchestra che te dirige l’interpretazione e te sottolinea il significato. È na festa che te fa usci pazzo, sudato magari ubriaco ma pieno de vita. Te fa esse spettatore di una bellezza che dura da sempre, te fa cammina nella storia e viaggia nel tempo,

Mia nonna – a Lè so romana da sette generazioni sà – mi ha mostrato la sacralità di Roma, la sua anima, il suo essere cura e rigenerazione. Una città che emana energia e la dona escogitando i più disparati modi. Attraverso il sole che ci congeda immergendosi in un cielo rosso, increspato da venature violacee. Attraverso il bianco del travertino che si accende fino ad abbagliarti e le tegole calde e rassicuranti dei tetti. Attraverso la maestosità delle cupole che evocano un senso di protezione, l’abbraccio delle piazze e dei colonnati. Attraverso i monumenti che costituiscono lo scheletro portante della città, quello che c’è da sempre, incrollabile, protettore della storia della capitale, del suo cuore. Attraverso il ponentino che ti accarezza il volto e ti fa tirare un sospiro di sollievo. Attraverso le abbuffate e la cultura del cibo come momento di condivisione; la felicità si trasforma in un pendolo che oscilla tra il mangiare e il ridere. Perché la forma più alta di amore è prendersi cura dell’altro anche assicurandosi del suo sostentamento – a nì, mangia sà, che te vedo sciupato. Roma è una tavolozza di colori, dal grigio tortora dei sampietrini, modellati da impronte secolari e cosmopolite, al turchese intenso del cielo: sempre la stessa tonalità, mai un’esitazione, mai una velatura. È limpido, rassicurante, imperturbabile, lontano dalle preoccupazioni di noi mortali. È un altro sentore di eternità. Roma è passione pura, vivace quanto violenta. E questo l’ho imparato da mia nonna.

Quando parla di Roma la sua voce si vela di nostalgia. Lele, ma quanto me manca Roma?! La vorrei abbraccia, vive, respira e invece me manca come l’aria. Perché Roma è così, se ci sei immerso ti toglie le energie, è impegnativa, rumorosa, caotica. Come quando accudisci un bambino vivace, che non ti lascia un minuto di tranquillità. Ma staccando da tutto ciò, ti avvolge un senso di vuoto incolmabile, di mancanza opprimente. Per questo motivo a mia nonna brillano gli occhi ogni volta che le si chiede della sua Roma. La città le appartiene, le scorre nelle vene. Inizia a raccontare. Come un fiume in piena fa susseguire nomi di vicoletti e di botteghe, aneddoti, pettegolezzi, il tutto sullo sfondo della guerra, tra le condizioni restrittive della fame, la filosofia dell’essere felici con poco e la ricostruzione: tutto è stato distrutto, tabula rasa, ricominciamo da zero, disegniamo su un foglio bianco, in totale libertà. Le sue parole sono cariche di entusiasmo, voglia di stare insieme, un po’ com’è Roma: coralità, spirito di ilarità, solidarietà. I suoi racconti hanno come cornice la chiesa della Navicella e il colle Celio. Questo palcoscenico viene calcato da una pluralità di personaggi: una famiglia numerosa, la forza di sua mamma e i sacrifici di suo papà, le avventure con le sorelle. Un’atmosfera vivace, frizzante, colorata. Sì, Lele, erano altri tempi, più genuini, compagnoni. Forse anche la città era diversa: più bambina, sbarazzina ed ingenua.

Gli argini non riescono più a contenere le parole, gli occhi straripano di lacrime. Scoppia, mi arriva addosso un fluido incessante di racconti. Io cerco di non perdermi nemmeno una goccia di tali parole, non posso sprecarle, sono preziose. Cerco di chiudere gli occhi, la mia mente galoppa, cullata dalla calda voce romana di mia nonna. Me la figuro piccolina, con le forme calde, rassicuranti, che da sempre hanno contraddistinto la sua natura materna, con le guance rosse, piene, che tutt’ora ha costantemente accese di questo colore: la tonalità della passione, la sfumatura di un accecante tramonto estivo. Il racconto non segue una linea cronologica, mi costringe ad andare avanti e indietro, a giocare con il tempo, a tirarlo come fosse un elastico e ad aspettare che torni alla posizione di partenza. I nomi sono tanti, troppi, sembrano attori ingaggiati per i ruoli di una commedia romana. Anzi, sembra la lunga lista di partecipanti ad un provino, che, pieni di smania, cercano di accaparrarsi anche un piccolo ruolo secondario, accentuando la calata romanesca, deformando i volti, sovraccaricando le espressioni.

Cerco di fissare dei punti di riferimento per non perdermi in questo labirinto. Il primo rifugio che si staglia possente nella mia memoria è la Navicella. Che nome strano, si riferisce ad una piccola nave, ad un diminutivo affettuoso, ad un termine di dantesca memoria? Ma no, forse cela l’idea dello spazio da conquistare, del mezzo per raggiungere galassie e mondi lontani. Evoca un movimento incessante, il viaggio, la scoperta, quasi fosse la nave degli Argonauti che per prima osò solcare le superfici del mare e sfidare gli Dei. Scopro essere una chiesa. Che dico, è molto di più. Per mia nonna è la casa, il nido, l’infanzia, il tocco di colore più caldo ed intenso che la vita le abbia mai concesso. Lele, se penso alla vita mia, me figuro un film. Guarda come se rincorrono le scene, fitte fitte, senza sosta. Tutte sequenze in bianco e nero, come i dolori, ma tanti sà, che ho dovuto affronta. Aspe, ma che è quella macchia luminosa? Non me di che la prima parte è tutta a colori, sà. Che ce fa lì? Che c’azzecca? Che c’entra con il nero? Sai che te dico, Lellì? Ho capito che l’apice della felicità l’ho raggiunto all’inizio della vita mia. Che stranezze che me vanno a capita eh?! E pensa che di quei tempi non c’avevamo niente, ma niente sà.

Gli occhi sono socchiusi quando la mente la riporta a quel periodo, il volto è rilassato, stirato, privo di rughe e di preoccupazioni, la voce si fa sorniona. Come a cercare una via di fuga dalla realtà; chissà, forse l’occhio appartiene a molteplici piani spazio-temporali, basta socchiuderlo un pochino per aiutare la memoria a farci viaggiare nel tempo, anni fa, persone fa, storie fa ed improvvisamente dopo un galoppo incessante si stagliano quelle immagini tanto agognate, i ricordi avvolti da un alone dorato come fossero sequenze di vecchi film da restaurare. Basta spalancare l’occhio e tutto torna come prima, torniamo alla realtà, tutto nella norma tranne noi. Ogni viaggio nella memoria è fondamentale per non perdere briciole di ricordo, di voci, di persone. Occorre andare a controllare che tutto sia come l’avevamo lasciato. Non è facile barcamenarsi tra più dimensioni spazio-temporali, occuparsi di tutto e di tutti, abitare più epoche della nostra vita ed immedesimarsi in più ruoli ma è l’unico modo per non perdere la macchia di colore intenso del nostro film, quello che stiamo continuando a girare.

Nonnè, che stavi dicendo quindi? Ah sì scusa Lele, dunque, sì, la Navicella. Che infanzia! Mica la vedo nei ragazzetti d’oggi! Stavamo sempre tutti assieme, sà, e le suore se occupavano de tutto, dai lavoretti per Natale alla porpora dorata – color infanzia– con cui decoravamo le palme pasquali. Pensa, ce facevano fa pure le gite, quelle fuori porta, sà, mica se scherzava. Bastava svegliarsi la mattina presto, racimolà un pezzetto de pane della sera prima e sali su un pulmino affittato. Il viaggio era na favola, fatto di stornelli, risate, battute. La meta era sconosciuta, una sorpresa ogni volta e noi lì, pronti a tira a indovina. L’immaginazione correva fino a rimane senza fiato: si urlavano i nomi delle città più sconosciute, quanto ce piaceva inventa. Che poi chi ce azzeccava mai! Pensa, na volta stavamo tutti là, a spara a caso, “se va ai Castelli sà”, “se lallero, te dico de noo, se va in campagna, sentime a me” e all’improvviso ecco niente de meno che il Terminillo! E chi l’aveva mai vista tutta quella neve, ma tanta! Di un bianco che te accecava e tutti a fiondasse e a fa gli angeli, poi palle de neve che volavano a destra e a manca, na caciara!  E chi se lo scorda quel giorno! Questi sono quei tipi di ricordi che ti appartengono, si avvinghiano nel profondo, diventano parte della tua persona. Da conservare caldi, palpitanti, vivi. Uno di quei momenti incancellabili, da proteggere in una bolla e chiuderla bene per conservare l’atmosfera ovattata, come quelle palle di neve che si regalano in ricordo della visita di qualche posto.

Sì, Lellina mia, eravamo felici. E come posso dimentica i pomeriggi a casa del maestro che suonava l’organo in chiesa. Quanto ce faceva diverti! C’aveva delle dita lunghe, agili, mica le potevi ferma, sà. Devi vede come accarezzavano i tasti del pianoforte, sempre più veloce, impossibile seguirle. E le voci si innalzavano, sempre più alte, ad intona il primo stornello romano, che poi chissà perché va sempre a inizia con un ehhhh lungo lungo, potente, che te caricava e te lasciava senza fiato. La stanza si riempiva di allegria, di confusione, della tipica caciara – ambasciatrice della romanità nel mondo. E poi lo sai, me piace canta, ma da sempre, me sento libera, me fa bene al core, torno a esse la biondina dalle guance rosse di un tempo. Certo, ora co sto spacco che c’ho al collo, oltre alla tiroide, m’hanno tolto pure la possibilità di arriva a quelle note così alte, vertiginose. M’hanno tolto la scala per raggiungerle. Nonnè, adoro sentire la tua voce uscire dalla porta finestra della cucina e propagarsi per l’intero giardino, come se fosse un incantesimo o la colonna sonora di un film. Le canzoni del cantautorato italiano corrono veloci sulle onde della radio e tu le cavalchi, arrivando a sovrastarle. Oppure quando parte una registrazione di un concerto del tuo amato Pavarotti alla televisione e tu lì, pronta a gonfiare il petto, a trattenere il fiato e ad intonare quelle canzoni intramontabili. E quando a noi nipotini da piccoli ci hai raccontato che una sera a teatro Pavarotti ti ha avvicinato il microfono e tu hai fatto risuonare l’ambiente della tua calda voce, degli acuti mai striduli, alti, svettanti, irraggiungibili. E noi avevamo abboccato. Sapevo non essere vero ma voglio continuare a crederci, perché ce lo hai sempre raccontato con orgoglio, con il cuore colmo di felicità, con gli occhi lucidi e sognanti. Quanto ti vorrei vedere sempre così!

Lele, guarda che la passione mia per il canto è nata nel coro della Navicella – tutto quello che so diventata lo devo alla prima sequenza del film mio, a quella macchia de colore. M’avevano fatto diventa angioletto, fai carriera pure lì, sà. Poi me so sposata, giovanissima, come toccava fa a quei tempi. E non so potuta diventa capo-coro. Ma io continuo a crede de essece diventata, di ave raggiunto quella vetta e sì, canto tutte le canzoni che passa la radio, è la passione mia. Pensa, da lì è nato anche il mio amore per il teatro. Che dispiacere che m’hai dato, Lele. Avevo puntato su di te, te ricordi quando avevi cominciato il corso di teatro dopo scuola, era il sogno mio avecce una nipote attrice. Te sarei venuta a vede, adoro sta seduta sulle poltrone vellutate – di un porpora denso, color passione – e immedesimamme nei personaggi che calcano il palcoscenico. Me piace molto di più del cinema, è più d’impatto, non ti puoi distrarre, te chiamano a partecipa, a calarti nelle parti, a interagi con l’attore. Mi ricorda l’atmosfera caciarona e compagnona della Navicella. Nonnè, ma dove andavo? Io so timida, per questo amo il cinema. Mi piace essere spettatrice, mai protagonista. Adoro osservare le vite che vedo sullo schermo, calarmi nei ruoli più disparati e stravaganti, ma sempre dalle ultime file della sala, in una posizione defilata. Guardare, senza esser vista. Vivere molteplici vite, forse per sfuggire alla mia.

Lele ma poi me fai ricorda il parco di Villa Celimontana, che ricordi! Lì stavamo sempre all’aperto, quelle piante m’hanno vista nasce. Roma mi ha vista cresce. Roma mi scorre nelle vene, forse è per questo che me manca come l’aria, me manca la bellezza sua, la miseria sua, l’energia eterna. I Romani le assomigliano: come lei, so rumorosi, caciaroni, non te fanno annoia, stanne certa. Me manca.

La mancanza è così, subdola si insinua in te ancor prima della separazione dall’oggetto adorato, si rafforza con l’amore che nutri nei suoi confronti, è direttamente proporzionale al senso di attaccamento ad esso. E all’improvviso esplode tutta insieme, non concede tregua. Roma è passione cieca, potente. Te ne accorgi quando non la frequenti più assiduamente. Come tutte le convivenze, non è facile. Ti fa incazzare, troppo grande, tentacolare, mille città racchiuse in una. Troppa storia, troppe persone, troppo poco rispetto. Ma traiamo la vitalità proprio dal suo essere troppa. Come puoi non rigenerarti passeggiando per le strade del centro? Come puoi non commuoverti di fronte ad ogni tramonto che ci regala, dalle terrazze e dagli scorci più belli? Di fronte al Cupolone e alle molteplici prospettive da cui lo si può osservare, dal primo piano alla panoramica: Roma escogita le più disparate scelte registiche per mostrarlo in ogni suo angolo. Roma è così, un sogno ad occhi aperti, un cielo rosso, intenso, caldo – proprio come le guance di nonna, il sugo che affoga le sue inimitabili polpette o le poltrone del teatro. Roma sa farti sentire a casa come mai nessuno ha saputo fare, è contatto fisico, è stare insieme, è pelle d’oca e occhi lucidi. Grazie nonnè, grazie per avermi fatto conoscere questa città, per averla accudita, per averci litigato e fatto pace, per dialogarci costantemente, per mantenerla viva, calda, pulsante nelle tue arterie. Per avermela fatta capire, per avermi donato la prima sequenza a colori del tuo film, che ora è diventata anche mia.

Eleonora Bufoli

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