IL PASSATO È UNA TERRA STRANIERA

Noi nel 2020. Noi, che viviamo in fluido instabile. Noi, che iniziamo davvero a capire che niente è certo. Noi, in un presente che corre, nettamente separati dal prima da tagli repentini. Noi, Italia velocemente divisa in tre colori differenti, giallo, arancione, rosso: unità, coesione, spezzate da limitazioni necessarie. Noi, che la mattina ci svegliamo con la scomparsa inaspettata di anime grandi. Noi, che piangiamo per queste, per il loro non ritorno. Noi, che festeggiamo i giorni di gloria di un presidente giusto, e la fine giusta di uno mitomane. Noi, che corriamo continuamente. Viviamo in continui paesi nuovi, e il passato è una terra straniera. Cito l’incipit di L’età incerta (1953)di L.P. Hartley e il titolo di un romanzo di Gianrico Carofiglio (2004, Rizzoli):

 The past is a foreign country.

 Il passato è una terra straniera

Incipit e titolo di impatto, portatori ambigui di diversi significati: il passato è un luogo e un tempo, una congiunzione spaziale e temporale. È una terra, su cui si è camminato, su cui si è vissuto. È una terra straniera. Risalgo all’antenato latino, per svelare gli aspetti di questo attributo: extraneus. Si scioglie in due traduzioni, estraneo ed esterno, termini in apparenza simili, ma sottilmente differenti, che conferiscono sfumature ad uno stesso concetto.

Il passato è una terra estranea. Siamo costretti ad esiliare da questa, continuamente, mentre il tempo avanza. Anche da fermi, nel sonno, il presente continua a correre, e questa terra diventa quella, non ci appartiene, è passata in pochi secondi. Ne possiamo essere solamente scrutatori, turisti da ultima offerta, testimoni di un mondo che cambia. Giornali, televisione, radio, libri, fotografie, vecchi filmini, le scatole della memoria. Ci danno uno scorcio, una finestra, di questo passato estraneo.

Ma il passato è un terra esterna. Una terra che è fuori da noi, che noi possiamo vedere da fuori. Assumiamo con metodo quello sguardo esterno, un punto di vista diverso e oggettivo, che ci possa permettere di rimembrare il passato nel mondo giusto. E intendo rimembrare, rimembranza, nella sua accezione più letterale: ricostruire le membra, rivisitare le nostre rovine. Ricordare l’essenza, il corpo, la lezione, la verità del nostro passato. La rimembranza consiste nel riprendere violentemente i momenti da quelle scatole della memoria, decostruirli e ricostruirli nuovamente, per trarne poi una lezione. Il male e il bene di quelle scatole, di quella terra straniera, devono indicarci, insegnarci ciò che è giusto, il modo migliore di correre nel presente.

Noi, che siamo incendiari di ciò che è fuorviante, che vogliamo correre davvero nel modo più giusto, proponiamo questa settimana. La settimana del passato come terra straniera, di noi penne con sguardi esterni. La settimana di questo esercizio di rimembranza, di decostruzione e ricostruzione della nostra memoria, per ricavarne la lezione. L’Incendiario propone, così, tre articoli, una critica, un racconto inedito, una recensione

Lorenzo Buonarosa ci presenta nel suo articolo una rilettura vera ed efficace di un passato difficile. Dopo aver effettuato l’analisi critica del primo volume della trilogia di Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo (2018, Bompiani), Buonarosa applica le componenti inconsce freudiane di Eros e Thanatos all’Italia fascista. Affronta la nazione come un macrosoggetto singolo, e ne rende visibile la violenza latente. Una analisi obbiettiva del male che ci apparteneva, affinché questa insegni agli uomini oggi.

Il sottoscritto, utilizzando lo pseudonimo Avi, pubblicherà il secondo capitolo di MMXX, Magma. Dopo l’olfatto, il racconto inedito è legato al senso del tatto: un protagonista e i suoi ricordi, che sono magma quiescente che provoca ustioni sotto la pelle. Troverà un modo nuovo, strano, per affrontare il dolore della perdita; per convivere attraverso un metodo corretto e sano con la sua memoria.

Nel fine settimana avremo l’atteso ritorno di Collins, con la sua rubrica “To the moon and book”. La nostra Collins, stavolta ironica, ma sempre potente, recensirà il romanzo di successo Cambiare l’acqua ai fiori: Velérie Perrin è una Edgar Lee Masters ipercontemporanea, affronta il passato di tutti i suoi personaggi; questi lo esorcizzano, e poi, finalmente, ricominciano.

Chiedo infine, in questa settimana, ad ogni lettore a provare anch’egli a rimembrare; a scardinare quelle scatole, ad essere esterni della propria vita, del proprio passato, della propria terra straniera. Ad estrarne la verità, e rinascere grazie a questa.

Antonello Costa per la redazione di L’Incendiario

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