TO THE MOON AND BOOK: Cambiare l’acqua ai fiori

Era il 20 luglio 1969 quando l’uomo mise piede per la prima volta sulla Luna. Di preciso furono due uomini a farlo, Neil Armstrong e Buzz Aldrin, ma in missione erano in tre: il povero Michael Collins, il cui nome è oscurato da quello dei due colleghi, non uscì mai dal Modulo di Comando e di Servizio rimasto ad orbitare attorno al satellite. Il suo ruolo era quello, si sapeva sin dall’inizio, perché qualcuno doveva rimanere a bordo per garantire il ritorno sulla Terra, altrimenti la missione Apollo 11 avrebbe rischiato di essere compromessa. Due cose accomunano me a Michael Collins. La prima è che siamo entrambi nati a Roma. La seconda è che anch’io sono un’inguaribile avventurosa che rimane però sempre un passo indietro: non è una scelta, è una vocazione. Entrambi siamo destinati a restare sempre un po’ fuori, un po’ esclusi, ma solo in questo modo possiamo avere una visione d’insieme. E poi, inutile dirlo, passeggiare sulla Luna sarà anche bello, ma vederla dall’alto… beh, è tutta un’altra cosa.

Valérie Perrin, Cambiare l’acqua ai fiori, Edizioni e/o, 2019

«Violette, non mi va per niente che un giorno qualcuno venga a posare le tue ceneri sulla mia tomba. Me ne frego. Voglio vivere con te adesso, subito, finché ancora possiamo guardare il cielo insieme… anche quando diluvia come oggi».

Ci sono un sacco di film che vengono idolatrati e sponsorizzati a tutto andare, quelli che ogni persona che incontri ti dice “Noooo ma come, non l’hai ancora visto? È un capolavoro!”, e alla fine ti convinci, dici dai, andiamo a vedere ‘sto benedetto film al cinema, se è piaciuto a tutti sicuramente ne vale la pena. E niente, va a finire che esci dalla sala amareggiato perché tutte quelle aspettative ti hanno rovinato la visione di un film gradevole ma in fin dei conti non all’altezza della sua fama.

Ecco, con Cambiare l’acqua ai fiori mi è successo esattamente l’opposto. Questo romanzo campeggia nelle classifiche di libri da oltre un anno e penso batta il record per il maggior numero di critiche mai ricevute sul gruppo di Facebook “Leggo Letteratura Contemporanea”, community che conta al suo interno più di centomila lettori. Ogni commento positivo sul libro viene prontamente distrutto da una vagonata di “Basta! Non ne possiamo più!”, “Spazzatura.”, “Ai miei tempi l’acqua si cambiava alle olive, non ai fiori…” e via discorrendo. Tanto hanno detto, tanto hanno fatto, che mi è salita la curiosità di leggere questa porcheria immonda per poter insultare anch’io Valérie Perrin, colpevole di aver fatto abbattere troppi alberi per la pubblicazione del suo obbrobrio. L’ho letto, e ho deciso di scrivere due parole in merito durante il mese di novembre in onore della protagonista, Violette Toussaint (lett. ‘Ognissanti’).

Partiamo allora proprio dal suo nome. Violette Toussaint di lavoro fa la guardiana di un cimitero – dlin! Ecco individuato il primo cliché che tanto ha fatto infervorare i lettori – in un paesino della Borgogna e la sua vita si esaurisce tutta lì, nella minuscola casa che abita e nei sentieri che si snodano tra le lapidi. Accoglie gatti randagi e vedove lacrimose, nasconde abiti dai colori sgargianti sotto cappotti neri e, con immensa discrezione, serba nel cuore segreti propri e altrui. Nel lento incedere della trama si intrecciano incontri e ricordi, tra l’arrivo di un misterioso commissario alla ricerca della verità su sua madre e l’emergere del passato di Violette, troppo a lungo insabbiato.

Probabilmente non è il miglior romanzo che la letteratura francese abbia mai prodotto, su questo mi sento di concordare. È altresì vero che si tratta di un libro godibilissimo e molto scorrevole, che ha il pregio di toccare le corde giuste nel momento più opportuno. L’abbondanza di cliché – non solo il nome di Violette stessa, ma anche personaggi macchiettistici come i becchini – nulla toglie alla sottilissima ironia che sottende tutto il romanzo, che nel complesso si presenta come una lettura dolceamara. Con estrema lentezza (si entra nel vivo della vicenda solo intorno a pagina 200), Valérie Perrin scava nelle vite e nei dolori di tutti i personaggi, sballottandoci tra epoche e città diverse. I lutti vissuti dagli avventori del cimitero si dipanano come un’Antologia di Spoon River e conducono il lettore ad affrontare il lutto che la stessa Violette ancora non ha elaborato. Con una scrittura elegante e garbata e moltissime citazioni di pregio, l’atto di cambiare l’acqua ai fiori si sdoppia tra la sua componente fisica e quella più evidentemente metaforica. Non mancherà qualche lacrima durante la lettura, ma la sensazione finale sarà quella di aver accompagnato Violette nel suo lungo percorso di rinascita – o forse di esser stati accompagnati da lei nel proprio.

Insomma, se vi aspettate Flaubert questo libro vi farà schifo. Nel caso contrario, probabilmente Cambiare l’acqua ai fiori vi farà una carezza delicata come quel rosa sbiadito che ne domina la copertina.

Collins

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