QUESTIONE DI PRIVACY

LA MANCANZA DI LIBERTà TRA FAULKNER E IL RACCONTO DELL’ANCELLA

Quali sono i rischi di una società che non rispetta la privacy e assorbe l’individuo in una massa impersonale? William Faulkner e Margaret Atwood ci restituiscono scenari agghiaccianti derivanti da questo rischio – assolutamente attuale. Da due punti di vista unici ed originali. L’uno attraverso una profetica requisitoria; l’altra attraverso la voce di una donna la cui individualità si annulla sul suo ruolo sociale. Privacy è un breve saggio di William Faulkner del 1955. Il racconto dell’ancella è un potente romanzo distopico scritto da Margaret Atwood nel 1985. Opere diverse ma accomunate dall’analisi dei pericoli derivanti dalla mancanza di libertà negli Stati Uniti, Nazione che è nata e si è radicata nella difesa di essa. A venir meno è la libertà che spetta di diritto all’individuo: la privacy. Una dimensione aurea che appartiene al singolo, da sottrarre allo sguardo pubblico. Un proprio spazio sacro, un altare del sé.

Faulkner restituisce questa dimensione religiosa all’inizio di Privacy, il cui sottotitolo recita Il sogno americano: che ne è stato? Si tratta di una potente e lapidaria analisi del sogno americano, quello che ha permesso la nascita degli Stati Uniti come Nazione. La libertà come valore insostituibile nasce qui e si propaga per il mondo come un caldo soffio vitale. In questo Paese l’uomo si libera dalle vecchie catene (le forme di oppressione e di potere del Vecchio Continente) e dalla dimensione di gregge: dall’uno disperso nella massa. L’incipit restituisce la sacralità di una dimensione aurorale, edenica, in cui il sogno diventa “un asilo sacro, un santuario in terra” (p.11) che protegge la libertà individuale. L’uso di verbi al tempo imperfetto indica la perdita della condizione aurea. Il sogno ha spinto gli uomini a partire, a lasciare il Vecchio Continente e ad iniziare una nuova vita nella Nazione paladina della libertà, con la promessa di una condizione migliore, di una società che si fondi sull’individuo, entità a sé stante e non assimilabile alla massa, a cui spettano le stesse opportunità e “il diritto inalienabile alla dignità e alla libertà individuale” (p.12). Non più numero o semplice massa ma persona unica, insostituibile. Faulkner sottolinea l’inclusività di tale condizione, l’apertura a tutti coloro che vogliano respirare quest’aria nuova. Si tratta di un appello rivolto “agli individui senza patria, […] privati di individualità” (p.14). C’è posto per tutti nell’Eden della libertà. Questa condizione di partenza comune a tutti, questa “libertà con cui poter partire alla pari verso l’uguaglianza insieme a tutti gli altri” (p. 17) improvvisamente svanisce. Il lapidario Then we lost it richiama il Paradiso perduto di Milton. L’individuo non ha saputo coltivarla, mantenerla viva e palpitante. Non ha saputo proteggerla. Ora non vige più un’armonia di voci individuali ma una “cacofonia di terrore, mediazione e compromesso che balbetta suoni” (p.18). I valori su cui si fonda la Costituzione sono svuotati, diventano inerti, privi di vitalità: dei fantasmi. Faulkner denuncia a gran voce questa perdita e ricorre ad un episodio personale.

Il giornalista di Life, Robert Coughlan, decide di scrivere un articolo sul Faulkner uomo, lungi dalla sua dimensione di autore famoso, per soddisfare la morbosa curiosità del pubblico. Si reca, nonostante la ritrosia del diretto interessato, nella sua città di origine, raccoglie testimonianze di amici e parenti, irrompe nella privacy dell’autore e la immortala con un servizio fotografico. L’autore ne è profondamente infastidito, si sente usurpato di un suo diritto inalienabile. L’individuo diventa una merce, venduta per aumentare le tirature. E non ha alcun potere per impedire una tale violenza. Una querela non farebbe altro che aumentare la pubblicità sul caso e arrecherebbe ulteriori introiti al giornale. L’individuo è del tutto impotente, non è più un bene prezioso da proteggere; è una vittima. In una società contraddistinta dalla caduta della privacy, la voce dell’individuo risuona di fronte ad una platea sorda, non più disposta ad ascoltarla e l’unico modo per avere un potere è aggregarsi, appartenere ad un’organizzazione che faccia la voce grossa e si faccia rispettare. Scelta impossibile per l’artista. La Dea libertà, la cui statua è simbolo dello spirito di accoglienza di New York e della Nazione, viene spodestata e sostituita dalla licenza e dall’immunità per qualsiasi azione, mascherata dietro un fittizio ricorso alla libertà di stampa e di espressione, ad una finta democrazia. I valori ideali non vigono più. La verità limpida, semplice, pura è sostituita da camaleontici punti di vista. Tutto è concesso, basta solo giustificarlo dalla visuale più consona. Non vige più alcun vaglio o controllo. Faulkner, cantore dell’aria limpida, cristallina, salubre degli Stati Uniti, in cui aleggiavano potenti i diritti civili, ora sente calare una “cappa di piombo” asfissiante, che soffoca l’individuo e la sua privacy. Si respira questa nuova atmosfera pesante e la si vede concretamente nelle abitazioni. Un tempo i muri delle case erano spessi, gelosi custodi di ciò che accadeva all’interno, della privacy. Ora sono sostituiti dalle vetrate trasparenti dei grattacieli, che permettono una voyeuristica incursione nelle interiorità altrui. Uno sguardo vorace da fuori si insinua nel dentro. All’individuo non è rimasto nulla che appartenga solo a sé, uno spazio esclusivo, protetto. Tutto può essere illuminato dall’abbagliante riflettore pubblico.

Un’atmosfera ancor più asfissiante si respira nella società del futuro delineata da Margaret Atwood. Gli Stati Uniti diventano un cupo regime totalitario in cui ciò che manca e urge è la libertà, declinata in ogni sua forma: da quella personale e di costume a quella politica. Siamo accompagnati in questa società irriconoscibile dalla voce dell’Ancella. Non importa il suo nome, non è concesso al lettore saperlo; conta solo il ruolo che svolge in una società dove tutto deve essere controllato, tutto deve garantire la vita della comunità. A seguito della rivoluzione gileadiana, viene costruita una società basata su un rigido moralismo puritano, estrapolato acriticamente dal Vecchio Testamento. Nulla appartiene più all’individuo, nemmeno le emozioni, l’amore, l’amicizia. Occorre estirpare atteggiamenti provocatori, apparire immacolati, impeccabili. Viene costruito un sistema di rigido controllo, di denunce e di delazioni, in cui sono coinvolti tutti, in particolare gli onnipresenti Occhi, estensione dello sguardo morale di Dio sulla Terra. Una società caratterizzata da falso moralismo, da abbigliamento casto, da litanie religiose e furgoni neri pronti ad eliminare gli oppositori.

In quest’ottica organicistica la donna viene vista come contenitore, recipiente, urna. Il suo unico scopo è quello di garantire sopravvivenza alla stirpe umana. Siamo in un periodo di guerre e di esplosioni nucleari; molte donne hanno perso la capacità di procreare. La società puritana e patriarcale le considera dei beni da preservare ma l’Ancella ci mostra la realtà di una vita asfissiante, in cui non è permesso neppure suicidarsi – tutto ciò che è tagliente, come gli specchi, è stato tolto. Le sue giornate sono scandite dalla monotonia, dall’andare incontro a ciò che la società pretende. Non sono concesse né la libertà né l’improvvisazione. Tutto è organizzato; ogni giornata è l’esatta ripetizione di quella precedente: non c’è spazio per pagine colorate, solo grigie fotocopie. Le Ancelle hanno il permesso di uscire per fare la spesa, sempre in coppia con un’altra Ancella: l’una il riflesso, lo specchio ed il controllore dell’altra. Sono chiamate ad estirpare ogni forma di femminilità. Per non provocare gli uomini, indossano delle ampie tuniche che soffocano il corpo femminile, che livellano le forme sinuose. Devono essere il più possibile invisibili, non esprimere né provocare alcuna emozione: dei fantasmi. Procedono militarmente con passo sincronizzato e il capo costantemente chino. Per evitare l’incontro dell’unica parte del corpo scoperta indossano dei paraocchi bianchi.

Le Ancelle hanno perduto l’identità; sono talmente assimilate alla propria mansione sociale che assumono il nome del Comandante a cui sono assegnate. Esso diventa un marchio di proprietà, una riduzione della donna a oggetto che appartiene all’uomo: “un patronimico, composto dalla preposizione con valore possessivo e dal nome di battesimo dell’uomo” (p.389). La nostra si chiama Offred; proprietà di Fred. Nel corso della narrazione balenano sprazzi luminosi della sua felice vita passata, del suo compagno Luke e di sua figlia. Momenti irrimediabilmente perduti, in cui aveva la libertà di uscire, di lavorare, di mettere in risalto la propria fisicità.

Anche qui si presenta la storia di un’edenica condizione precedente e di una caduta nel presente. Le donne che non accettano questa usurpazione della libertà e si rifiutano di vestire i panni dell’Ancella vengono spedite al Gezebele, un vecchio hotel abbandonato ora diventato un club segreto, accessibile solo ai Comandanti, in cui tutto ciò che viene represso dal falso puritanesimo esplode. Si aggirano prostitute, donne lascive e disposte a tutto, mascherate con gli unici indumenti sopravvissuti alla distruzione del mondo erotico. È il luogo dell’oscuro, del perverso, della libertà. Altro luogo di destinazione sono le Colonie, le cui abitanti sono costrette a raccogliere il materiale radioattivo, compromettendo irrimediabilmente la salute. Qui viene spedita la madre di Offred. La nostra assume una docile accettazione del suo ruolo, si piega ad esso e cerca di annullarsi. Ma la libertà passata riemerge prepotentemente tramite i flashback. Rimane fortemente ancorata al mondo di prima e pian piano commetterà una serie di atti ribelli e pericolosi. Il finale è aperto. L’Ancella viene portata via dagli Occhi e caricata su un furgone nero. Il suo destino rimane sospeso tra l’essere condannata a morte ed una fuga orchestrata con maestria.

Questo romanzo è una potente incursione tra i rischi di un futuro privo di libertà, in cui la società si regge su un moralismo intransigente, in cui il ruolo della donna viene drasticamente ridotto e l’unica cosa che conta è procreare. Una teocrazia morale e di costumi, un controllo rigido sulla sessualità, un’oppressione asfissiante. Una forte incursione nella privacy, un annullamento di essa. Lontanissima appare la Costituzione americana, testo rivoluzionario che sancisce l’inalienabilità di valori quali la vita, la libertà e il diritto alla felicità: alla realizzazione del sé, all’umanistico homo faber fortunae suae. In essa il perno della società è l’individuo, il suo modo unico di significare la realtà, il suo portato di ricchezza.

Ora appaiono solo automi chiamati a svolgere acriticamente i propri compiti: l’uno si annulla e si immola per il tutto. La società è diventata un organismo a sé stante, un mostro che fagocita l’individuo, che si mantiene in vita con il sangue di vittime sacrificate a questa nuova divinità. Le donne non sono viste come persone ma come oggetti. Possono rompersi o smettere di funzionare; in tal caso basta sostituirle. Diventano Nondonne e vengono spedite a raccogliere le scorie nucleari. Gettate via: rifiuti tra i rifiuti. E gli uomini che hanno osato alzare la testa vengono catturati, giustiziati pubblicamente e appesi al Muro, come monito per tutti: un altare sacrificale impregnato di sangue umano ed esposto orgogliosamente.

È una potente distopia che ci fa capire quanto siano importanti i nostri valori. Quelli democratici della partecipazione, del farsi arricchire dal punto di vista dell’altro. La maternità come scelta libera, non come obbligo e costrizione. L’importanza della donna sia per la sua possibilità di ospitare un’altra vita, sia come persona, con tutto il suo bagaglio di conoscenze e di esperienze. I valori personali ed universali dell’amore, della libertà, del destino che dipende solo da noi. L’individuo è l’unico padrone della propria vita. Spetta a lui rispondere dei danni, cogliere i frutti e gustarli. Difendere quanto ha di più prezioso: la libertà.

Eleonora Bufoli

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