I fili di congiunzione del Recit pasoliniano

Nell’atto della lettura si instaura un filo di congiunzione tra il lettore e il testo letto. Qualsiasi testo è una bambola matrioska, e chi legge riesce ad aprire una parte o tutte delle sue scatole, portatrici di messaggi, immediati o più profondi. I messaggi delle scatole poetiche sono dipendenti dal contesto di ricezione: un testo può veicolare messaggi diversi in base a spostamenti spazio-temporali. La genialità di chi c’è dietro il messaggio, dell’autore, è di rendere il nucleo della matrioska essenziale: il messaggio originario, in modo indipendente dai cambiamenti contestuali, resta sempre valido, determinante, universale. Pier Paolo Pasolini ha inserito all’interno della bambola del suo Recit uno di questi nuclei.

Sfrutterò l’immagine del filo, dei fili di congiunzione, come per uscire dal labirinto, seguendo tre dei lanciati da Pasolini, e al terzo raggiungere finalmente il nucleo del Recit (1956), componimento presente in Le ceneri di Gramsci (Pier Paolo Pasolini, Milano, Garzanti Editore, 1957). Le undici poesie della raccolta, l’eponima in settima posizione, sono ceneri private di momenti storici: legandola alla sfera di questioni private, Pasolini scrive dell’Italia del dopoguerra degli anni ’50, della mutazione antropologica sociale italiana, innescata dal boom economico. La smania individualista di progresso sociale ed economico ha mutato il genere umano, comportando uno svilimento morale e la perdita dell’antica e ingenua innocenza e purezza intrinseca. Pasolini ritrova quest’aura antica nel sottoproletariato romano, nella memoria friulana, in chi è umile e quindi automaticamente vero. Il Recit, nel corpus delle Ceneri è la più vicina alla sua sfera privata, più intima, ai messi della coscienza; è personalmente il suo nucleo. In distici di endecasillabi, con prevalenza di rima baciata, in alcune occasioni ipermetra, rare assonanze, è l’ottava poesia delle Le ceneri di Gramsci. Il momento privato che genera il componimento è un incontro romano in zona Monteverde. Il suo amico e collega Attilio Bertolucci lo attende per comunicargli la notizia, riferita da Aldo Garzanti, della denuncia per oscenità e pornografia al romanzo Ragazzi di vita (Pier Paolo Pasolini, Milano, Garzanti editore, Milano, 1955). È presente, infatti, nel romanzo un rapporto sessuale tra ragazzi dello stesso sesso.  Pasolini ha già precedenti giuridici; si ricordi il processo del 1950, in cui l’autore fu condannato per atti osceni in luogo pubblico, e accusato ma poi prosciolto dall’accusa di corruzione di minori.

La casa editrice e l’autore verranno poi assolti dalla denuncia, ma l’evento genera il dolore. La dilaniazione originata dalla comunicazione di Bertolucci è resa eterna dalle lame di luce del mezzogiorno, che fermano il tempo e condannano l’autore in questo stato. Lo sfondo di questo mezzogiorno è una Roma divorata dal metallo, dal progresso snaturante del boom economico, sfondo allietato dalla voce di chi è ancora umile, dai garzoni, operai, servi e disoccupati; la loro voce invita alla pace, all’innocenza latente. I personaggi del sottoproletariato ritornano costantemente nelle opere pasoliniane, ritorna il loro rumore in Le ceneri di Gramsci, i loro canti o i suoni del duro lavoro. Sono la voce della parte d’Italia rimasta davvero viva e vera negli anni in cui Pasolini scrive, al contrario del resto, colpito dallo svilente progresso. È centrale, infatti, nella poesia eponima la critica al progresso delle classi abbiette che è presente nell’ideologia marxista gramsciana; per questo argomento Pasolini non condivide totalmente i pensieri di Gramsci:

«Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere;».

Nello sfondo del mezzogiorno pasoliniano del Recit, l’annuncio dell’amico comporta il latrare delle cagne, i mostri interiori del poeta. Le cagne sono i messi della sua conoscenza; sono il suo dolore, rancore, odio, verso chi considera una colpa l’amore verso qualcuno dello stesso sesso. E questi mostri si scontrano contro chi tradisce perché è diverso, contro chi fa dell’orientamento sessuale un motivo di diversità. Il Recit segna così, nella produzione edita di Pasolini, il primo riferimento in poesia al suo orientamento sessuale.

Come le cagne, mostri orrendi dilaniano la Fedra di Jean Racine, alla quale Pasolini si collega. È il filo intertestuale invisibile di congiunzione, il collegamento tra il componimento pasoliniano e la classicità tragica, che è reso evidente da Giacomo Magrini, in Pasolini Spitzer Bertolucci Recit senza accento, in Paragone. Letteratura, 1994. Il critico svela il mistero riguardo al titolo scelto, Recit, per questo ottavo componimento delle Ceneri: Pasolini richiama la tragedia Phédre di Racine, del 1677, più specificamente il Récit di Teramene nell’atto quinto, e il Recìt di Fedra, nella terza scena del primo atto. È lo stesso filo che si collega a due scene diverse della tragedia. Le figure di Teramene e Bertolucci si sovrappongono, secondo Magrini, entrambi portatori di cattive novelle: Taramene riporta la notizia della morte di Ippolito; allo stesso modo Bertolucci riporta a Pasolini la denuncia per oscenità a Ragazzi di vita.  Il poeta intreccia, invece, nel suo componimento il suo sentimento a quello di Fedra, che, seppur differenti, sono entrambi accusati di una colpa inconsistente. Ripercorro sinteticamente la vicenda di Fedra e gli episodi cui Pasolini fa riferimento. Nel recitativo dell’atto primo la donna rivela alla sua serva Enone il suo amore per Ippolito, il figlio, avuto da prime nozze, di Teseo, suo marito. Nel secondo atto, dopo essere venuta a conoscenza della morte del marito durante una spedizione per mare (ma in realtà è vivo, e ritorna nel terzo atto) Fedra rivela il suo amore a Ippolito. Dopo il ritorno di Teseo, questa passione quasi incestuosa, per la quale Fedra si sente colpevole, la spinge in uno stato di menzogna: cerca di discolparsi, inganna il marito accusando Ippolito di averla stuprata. Teseo maledice il figlio, invocando la vendetta del Dio Nettuno. Il giovane muore, caduto in mare, dopo aver sconfitto un mostro marino. Fedra, colpita dai sensi di colpa, ammette a Teseo di averlo ingannato e si toglie la vita avvelenandosi. L’occhio oggettivo del lettore contemporaneo riesce a vedere la vera natura della colpa di Fedra: è illegittima, è una colpa che non sussiste, non ha consistenza, in quanto non è può essere considerato incestuoso un sentimento in cui non si ha nessun rapporto di sangue con chi si ama. A dimostrazione della sua innocenza, la rivelazione di questo amore avviene solamente dopo la notizia della morte del padre/marito Teseo. Questa colpa illegittima è il filo invisibile tra Racine e Pasolini, trasporta questa ambiguità di una passione, innocente ma colpevolizzata, dall’ambito tragico alla realtà italiana degli anni ’50. Denuncia, nel suo Recit, Pasolini l’orrendo del contesto degli anni’50, che fa di una colpa, un’accusa, l’amore verso qualcuno dello stesso sesso. Svela l’inconsistenza di queste accuse, l’inesistenza delle basi morali su cui si sorreggono queste, e di conseguenza anche la denuncia nei confronti di Ragazzi di vita non può sussistere. Conferisce autorità alla sua poesia intrecciandola con la matrice classica, con la storia del personaggio di fama, la cui passione è ingiustamente colpevolizzata.

Dal suo presente Pasolini, dopo aver collegato la sua poesia alla cultura classica tragica, lancia l’ultimo filo, stringe il presente e il futuro, inviando il suo messaggio universale di monito, affinché la realtà, simile metaforicamente agli orrori del labirinto del Minotauro, migliori attraverso il suo filo. Le sue cagne, il dolore prorompe in versi liberatori, interrogative retoriche autorevoli, il nucleo della matrioska, il suo messaggio universale di uguaglianza, di rispetto, di libertà sessuale, valido nel ’56, valido oggi nel 2020, in cui assurdamente e continuamente si ripropongono atti ignoranti di discriminazione. Concludo riportando i suoi versi, che sono vessillo della vera essenza della cultura, custode di verità:

«Ma perché costringermi ad odiare, io / che quasi grato al mondo per il mio male, il mio / essere diverso – e per questo odiato – / pure non so che amare, federe e accorato? / Non sono ancora vivi e presenti uomini / che sono per vent’anni vissuti di passioni / soffocate in petto perché nemiche al mondo, / brucianti perché estranee a ogni triste e giocondo / atto della nazione, a ogni pena o festa / che più è ignare, più per l’escluso, è onesta? / Uomini vissuti per vent’anni col cuore, / così fecondo, arso da infecondo rancore?».

Antonello Costa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...