Cosa vuol dire essere una libreria indipendente oggi? Dialogo con Aiace

Roma. Via Ugo Ojetti. Sera. Le persone si affollano davanti alle vetrine dei negozi approfittando degli sconti pre natalizi. Parlano tra di loro, si mettono in fila per entrare, rispettano distanze e metodi di ingresso. Sui marciapiedi restano i mariti delle signore per parlare tra di loro mentre le mogli scelgono i regali per i parenti. I bambini attendono impazienti che la coda davanti al gelato che li aspetta scorra via velocemente. Nel marasma generale di richiami, domande e piedi che strusciano colpisce una vetrina in particolare, per giunta nemmeno tanto visibile: è stretta tra due negozi di abbigliamento; non ha un’insegna ma un piccolo cartellino attaccato da dentro con il nastro adesivo con su scritto AIACE; inoltre è semicoperta da un banchetto d’esposizione proprio davanti. Che cosa vende questo negozio? Libri, libri usati, pulciosi, vecchi, che nella maggior parte dei casi non interessano a nessuno. Sono incuriosito. Non mi pare possibile la sua esistenza in una via dello shopping, per giunta di standard elevato. Mi dà l’impressione di resistere, non so se al circuito capitalistico o alle calze in offerta di Calzedonia però è incommensurabilmente seducente trovarla lì. Decido di entrare, vedere, toccare e sfogliare (sì i libri vanno sfogliati) un po’ della preziosa merce esposta. Decido anche di porgere qualche domanda al proprietario e di registrare queste risposte e trascriverle cosicché ne balzi fuori questa intervista molto ordinaria, ma solo se non ci si impegna per andare a trovarli.


Come nasce questa libreria, e perché vi chiamate Aiace?


La libreria nasce nei primi anni ‘70 ed era per la precisione una cartolibreria. Peraltro era l’unica sulla via. Pian piano si è trasformata fino a diventare una libreria dell’usato, e sono 15 anni che ci siamo specializzati in questo settore del commercio libraio. Per quanto riguarda il nome ci tengo a precisare che non è riferito all’Aiace dell’Iliade. Era una sigla che non ricordo nemmeno più. Era quindi un nome messo ad hoc: breve, facile da ricordare, e nelle rubriche compariva sempre in alto. Inoltre, era un nome che dava un senso di forza e di importanza.


Che libri avete prevalentemente?


Classici prevalentemente e anche un po’ di manualistica, e poi storia, geografia, politica. Devo dire che alcuni argomenti li sviluppiamo meglio rispetto ad altri come, per esempio, il settore dei classici per ripetermi.


Quanti libri riuscite a vendere in un giorno?

Ne vendiamo pochi, sempre meno di quelli che entrano. Però devo dire che rispetto ad altre attività abbiamo storicità notevole, perché io sono a qui a parlare con lei dopo quasi cinquanta anni di apertura, cambiando inoltre due generazioni di librai. Il lavoro come può immaginare è difficile dato che la lettura appartiene a pochi, ma resistiamo con fatica.


Ultimamente cosa vendete di più?


Guardi, di solito vendiamo in settori disparati come le ho detto prima, però ci sono autori che vanno sempre: Orwell, Roth, Nabokov; e classici scolastici del ‘900 come Calvino, Svevo e Sciascia. Questi sono quelli che vanno per la maggiore e che vengono richiesti maggiormente anche grazie alla vicinanza con l’Orazio (storico liceo classico di Roma, a pochi metri).


Come trovate i libri che sono su questi scaffali e una volta venduto il libro come fate per rifornirvi?

Abbiamo i nostri circuiti, oltre alla cessione di libri di qualche persona che purtroppo se ne va. Giriamo molto devo dire e poi li acquistiamo da persone che ce li propongono. Noi inoltre abbiamo un magazzino dove abbiamo anche scorte di un autore di dieci copie, per esempio de I Malavoglia o La Coscienza di Zeno per dirne due. Ci riforniamo perché sappiamo che c’è sempre una richiesta e sappiamo i titoli che vanno per la maggiore. Noi essendo una libreria dell’usato li possiamo solo cercare e non ordinare e a volte manchiamo in alcune cose, ora per esempio ci manca La Montagna Incantata di Mann o Alla ricerca del tempo perduto di Proust. Mi creda se le dico che c’è una facilità estrema nel trovarli. Meno nel venderli.


Vi conviene stare su una “via dello shopping” o comunque popolata come questa?

Essere qui non ha né pregi né difetti. Oramai dopo tutti questi anni abbiamo dei clienti fidelizzati che sono sempre persone molto anziane. I giovani vengono di meno, e se vengono sono sempre universitari o qualche studente dell’Orazio. Vengono per chiedere libri assegnati dalla scuola è raro che vengano per i loro interessi.


Come vanno le cose sotto Natale rispetto agli altri periodi?

Di solito andava meglio negli scorsi periodi di Natale come può immaginare. Però insomma l’autunno e il primo inverno è sempre un periodo buono per il commercio. Ci ostacola la situazione del meteo, le persone si spaventano e non escono molto spesso, abbiamo notato questo.


Quali libri si sente di consigliare in questo periodo così difficile?

Io non me la sento di consigliare un libro in particolare, non lo faccio mai. Perché voglio lasciare il potere ai lettori, di prendere in mano il libro e sfogliarlo, guardare la copertina, le prime righe. Se proprio ne devo consigliare uno per il periodo, le dico uno che descriva delle grandi tragedie o dei momenti di difficoltà estreme come Se questo è un uomo di Primo Levi. Un volume come quello è un metro di paragone per capire che un evento come il Covid è banale a confronto della situazione vissuta dall’autore. Insomma, un libro dove c’è anche, oltre alla morte, una speranza di rinascita.

Lorenzo Buonarosa

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