Libertà di satira

«[La satira] è un aspetto lirico, assoluto, del teatro. Cioè quando si sente dire, per esempio, “è meglio mettere delle regole, delle forme limitative a certe battute, a certe situazioni”, allora mi ricordo una battuta di un grandissimo uomo di teatro il quale diceva: “Prima regola: nella satira non ci sono regole”. E questo penso sia fondamentale».

In un’intervista del 2007 condotta da Daniele Luttazzi, il compianto Dario Fo risponde alla domanda delle domande: «Dario, cos’è la satira?», e lo fa in un’analisi che parte dall’antica Grecia, culla dei primi vagiti di questo genere molto vario, sviluppatosi poi nella cultura latina, fino ad arrivare alla sua opera Mistero buffo (1969). Nel 2020, voglio interrogarmi sulla frase di Fo.
Siamo nel pieno degli anni del politicamente corretto, delle regole non scritte ma stringenti, dell’indignazione ipocrita in certi casi. Mi piace allora inserire nel discorso una frase di quello che forse è il maggiore stand-up comedian del nostro millennio, Ricky Gervais: «I’ve always said, just because you’re offended doesn’t mean you’re right» («Ho sempre detto, solo perché ti senti offeso non vuol dire che tu abbia ragione»). Per chi non lo conoscesse, Gervais è colui che ha più e più volte smascherato e messo alla berlina a suon di battute pungenti lo star system hollywoodiano paladino di battaglie più di facciata che di sostanza – ultimo in ordine di tempo il caso Depp, colpevole senza sentenza, ma flagellato da molti giudici del web e costretto a licenziarsi dal colosso Warner Bros. L’errore che molti commettono, secondo Gervais, è quello di confondere il soggetto con l’oggetto della battuta, ovvero lo specifico individuo a cui è rivolta la battuta con tutto ciò che invece rappresenta.
Per tornare nel dettaglio, bisogna prima di tutto dire che l’evoluzione del genere nel corso dei millenni è notevole, ma le caratteristiche di fondo non cambiano. La satira nasce dalla necessità di sganciarsi da regole prescritte e di canzonare e mettere a nudo precisi bersagli con un intento moraleggiante alla base. Senza quest’ultimo, sempre secondo Fo, si parla solo di sfottò e la risata non è genuina, solo viscerale, bassa. Perciò, la satira propone la riflessione in maniera caustica e liberatoria.
La domanda che voglio porre è la seguente: come si concilia un tale spirito onnivoro in una società che comincia a non accettare più questo genere di critica? Perché è di critica che parliamo. Grottesca, a tratti eccessiva, ma se non lo fosse starei parlando di una mera descrizione scientifica di ciò che si presenta davanti.
Voglio eliminare in principio il pregiudizio su un genere che ho sentito personalmente definire “basso”, con l’accezione di subalterno. Basta citare pochi antecedenti per far comprendere lo sviluppo nobile della materia: Orazio, Marziale, Il giorno di Parini, il dialetto di Porta e Belli, il Candide di Voltaire.
La satira può darci molto, può essere un mezzo per disvelare un mondo nascosto dietro la facciata degli eventi e delle parole. Proprio dalle parole voglio cominciare, riallacciandomi alle “regole non scritte ma stringenti” cui accennavo in precedenza. Lenny Bruce, padre della stand-up comedy odierna, nel marzo del 1964 pronunciò un discorso reso celebre dal film Lenny (1974) e dall’interpretazione di Dustin Hoffmann. Cominciò con una domanda provocatoria: «Are there any niggers here tonight?» («C’è qualche sporco negro qui stasera?»). Il discorso prosegue sullo stesso tono e tira in ballo ebrei – egli stesso lo era -, italiani, spagnoli, greci e irlandesi. Il focus è puntato sulla parola “niggers”, senza dubbio la più forte dato il periodo storico-sociale. La conclusione a cui Bruce giunge è la necessità di non temere e non reprimere le parole, perché è questo gesto a dar loro maggiore potere nella connotazione più negativa. Tutto ciò che viene elevato a tabù diviene più potente, proprio perché rientra nella sfera dell’impronunciabile e quindi del temibile, come il nome di Lord Voldemort nella saga Harry Potter, per intenderci. Il che non equivale ad avere il diritto di chiamare “negro” o “negra” ogni persona con tonalità di pelle più scura di quelle della media caucasica che si incontra per strada. L’offesa esiste se fuori contesto, al di là della satira e non può essere giustificata perché sempre fuori luogo e scorretta. L’invito è a non mettere all’indice delle parole proibite quelle che la società connota come demoniache. Più si conoscono questi termini, più ci si familiarizza e più questi perderanno il loro significato più tremendo.
Limitare le parole equivale a limitare le idee, è noto. Purtroppo, lungi dall’assolvere a priori lo scorretto utilizzo di esse, si tende a rifiutare il lato oscuro che appartiene loro, sempre in base ad una percezione sociale diffusa, e quindi a negare ciò che è scomodo, a non farci i conti. Non esiste, in sintesi, un vero sforzo per sviscerare queste parole, per capire le ombre del linguaggio. Lo stesso accade con la satira. Riprendendo la citazione iniziale di Fo, imporle regole e limiti significa soffocarla, soffocarne lo spirito corrosivo del saltimbanco che non può fare a meno di dire la verità. Ma è più semplice marginalizzare un genere scomodo che ci mette di fronte a noi stessi, piuttosto che affrontare la dura realtà: tutti siamo grotteschi, a nostro modo.
Quando la satira ci colpisce lo capiamo, nella nostra coscienza qualcosa si smuove e si manifesta una reazione più o meno violenta dentro di noi. Non possiamo evitarlo, ma ci sono degli accorgimenti che potremmo mettere in pratica per capire il significato di ciò che ascoltiamo e non rimanerne succubi o offesi.
Innanzitutto, sembrerà banale e superficiale, accettare tutto ciò che ci riguarda dentro e fuori, e in particolare accettare il grottesco che è in noi, piuttosto che reprimerlo. Essere autoironici è una conseguenza, prenderci gioco di noi stessi ci rende meno vulnerabili ed esprime una profonda analisi e comprensione del nostro essere.
È necessario, poi, contestualizzare. Capire una battuta, una frase, ricondurla a noi stessi, a chi la pronuncia e in che ambito, assorbirne il lato comico e, soprattutto, non farne una questione personale. Dal momento in cui la prendiamo sul personale, non può esistere satira. Questa si nutre di individui esemplari, ma non si scaglia necessariamente contro di essi per ferire, quanto per esacerbarne il lato eccessivo, o unico in determinati casi. Capire che tutti potremmo trovarci nel mezzo è una consapevolezza che è necessario acquisire al di là del nostro discorso. Potremmo essere attaccati in ogni momento della nostra vita, da chiunque e in toni non scherzosi, perciò dobbiamo costantemente allenarci per non essere colti di sorpresa – tanto lo saremmo comunque. Chi offende non è dalla parte della ragione, ma pensare fuori di utopia (ovvero fuori dalla convinzione che tutti un giorno smetteranno di attaccare e attaccarci) è necessario, è un corso di autodifesa consigliabile.
In ultima analisi, dobbiamo sforzarci di capire cosa c’è dietro una parola o una battuta, non reprimerla, non modificarla, né tantomeno castrare in maniera coatta le sfumature o gli usi linguistici con palliativi che esprimono tendenze, più che consapevolezze e prese di coscienza. Non basterà ricoprire di asterischi le lettere finali di parole che esprimono termini generici per cambiare modi di pensare strutturati nel tempo, cristallizzati nella quotidianità. Servono piuttosto corrosività, risate riflessive ed eccessive, scene buffe, leggerezza (nell’accezione calviniana). Serve educazione alla parola, nella sua completezza, mettere al corrente piuttosto che lasciare la scoperta alla ricerca individuale senza guide.
Questa settimana presenteremo delle riflessioni critiche e narrative che si muovono in questa direzione.
Lorenzo Buonarosa ci presenterà un’analisi di tre sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, tra i massimi poeti dialettali in romanesco. Nella sua produzione, l’analisi sociale, politica e morale ha sempre sviscerato tematiche di vario genere con spiccato piglio satirico, passando dalle vette del sacro ai bassifondi del profano. Morte, potere, vizi, usanze della Roma non ancora capitale. Lorenzo si focalizza sulla critica del potere e del rapporto con un popolo incolto e poco incline all’impegno per cambiare lo status quo con sguardo cinico verso ambo le posizioni, non ha paura di dire ad ognuno il fatto suo. Lo sguardo distaccato di chi opera per la corte ma non la venera e di chi vive il popolo ma non lo compatisce, gli permettono di porsi al centro ed osservare e descrivere la società del suo tempo mettendola costantemente in ridicolo, senza però mancare di profondità. Proprio in questa posizione, Lorenzo si affianca al Belli e ce lo mostra in tutta la sua veste critica.
Domenico Dolcetti ci offre un inedito in prosa che racconta le avventure massmediatiche di Giulietto Nasino. Un testo con un forte impianto comico, che attraverso la risata critica il mondo dei social e la fascinazione che esercita su una famiglia comune ma grottesca come quella di Giulietto. I personaggi sono macchiette che riassumono vizi e debolezze della società italiana: la nostalgia politica, il disinteresse, l’opportunismo e l’ingenuità. I riferimenti al mondo dei consumi, della politica e dei mass media si accompagnano ad un ritmo martellante di gag e battute spiazzanti. La risata lascia anche un sapore amaro in bocca, perché le esagerazioni di Domenico non sono poi così distanti dalla realtà.
Concluderemo la settimana con un’altra intervista ad una libreria indipendente, la terza ormai. Eleonora Bufoli ha parlato per noi con la libreria Fahrenheit 451, che si trova a Campo de’ Fiori. Una piccola perla incastonata in una piazza meravigliosa del centro di Roma. Dal 1989 un punto di riferimento per la zona e un angolo affascinante per gli appassionati, in particolare per chi è alla ricerca di edizioni antiche o titoli e autori rari e sconosciuti ai più. Il potere eversivo della letteratura emerge già dal nome della stessa, che deriva dal romanzo distopico omonimo di Ray Bradbury, in cui i libri vengono bruciati in quanto pericolosi.

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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