SUDDITI DE CORE E SUDDITI DE ‘STITUZIONE.

ANALISI DI TRE SONETTI DI G.G.BELLI

LI SOPRANI DER MONNO VECCHIO 

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:
pòzzo vénneve a ttutti a un tant’er mazzo:
Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,
ché la vita e la robba Io ve l’affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo
o dde Papa, o dde Re, o dd’Imperatore,
quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!”.

Co st’editto annò er Boja per ccuriero,
interroganno tutti in zur tenore;
e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero!”

LI SORDATI BONI 

Subbito c’un Zovrano de la terra 
crede c’un antro j’abbi tocco un fico, 
disce ar popolo suo: «Tu sei nimmico 
der tale o dder tar Re: ffàjje la guerra». 
               

er popolo, pe sfugge la galerra 
cquarc’antra grazzietta che nnun dico, 
pijja lo schioppo, e vviaggia com’un prico  
che spedischino in Francia o in Inghirterra. 
               

 Ccusí, pe li crapicci  d’una corte 
ste pecore aritorneno a la stalla 
co mmezza testa e cco le gamme storte. 
               

cco le vite sce se ggiuca a ppalla, 
come quela puttana de la morte 
nun vienissi da lei senza scercalla 

LA LEZZIONE DE PAPA GRIGORIO 

Quanno sparò er cannone, Bbëatrisce 
dava la pappa ar fijjo piccinino: 
mi’ marito pippava, e Ggiuvacchino 
se spassava a mmaggnà ppane e rradisce.  
               
Peppandrèa s’allustrava la vernisce 
de la tracolla; e io stavo ar cammino 
accenne cor zoffietto uno scardino 
de carbonella dorce e de scinisce.  
               
M’aricorderò ssempre che ssonorno 
sedisci men’un quarto. Io fesce allora: 
«Sciamancheno tre ora a mmezzoggiorno». 
               

Fra cquinisci e ttre cquarti e ssedisciora 
se creò ddunque er zanto Padre, er giorno 
dua frebbaro che ffu la Cannelora. 


Sonetti sono l’opera che meglio rappresenta la romanità dell’800; volume straordinario sia per mole, sia per accuratezza dei dettagli: il romanesco, Roma, il papa, il rapporto tra il potere temporale di quest’ultimo e la plebe; la forza travolgente e bambinesca di un popolo che accetta col viso sempre di traverso un Papa a volte paterno e a volte dispotico; un popolo che la rivoluzione la vorrebbe anche , ma fatta al modo dei romani, calma pacifica, che non li coinvolga troppo, che non ponga la loro labile esistenza in pericolo. Belli dipinge tutto questo, anzi ci fa sedere sul suo palmo e ci immerge nel vivo della piazza, nel chiacchiericcio, nel turbine vitale di una Roma non ancora capitale ma paese, non ancora centro ma periferia. Pietro Gibellini (uno dei piu grandi studiosi del Belli) definisce nell’introduzione all’opera per Garzanti,2016 Roma come “Gerusalemme e Babele, quella città che induce la mente e la penna del Belli a correre sempre dal sacro al profano, dai sublimi princìpi dell’eternità al fango della cronaca” una Roma che è anche un po’ Belli stesso, sempre conteso tra clericalismo e avversione all’istituzione cattolica tra “italiano e dialetto, progressismo e reazione, tra comicità e tragedia” (Gibellini). Un Belli in bilico: impiegato presso il Vaticano e in segreto scrittore anti-clericale, scrittore del popolo, un Pasquino borghese se vogliamo, che canta le malefatte dei nobili e l’ipocrisia del clero; senza essere mai veramente membro di questo popolo, anzi non vuole esserlo per sua stessa ammissione, comprensibile nella terza persona con cui descrive: 

“io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col soccorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta. Questi idioti o nulla sanno o quasi nulla: e quel pochissimo che imparano per tradizione serve appunto a rilevare la ignoranza loro.” 

 (DALL’INTRODUZIONE DELL’AUTORE ALL’OPERA) 

Tanto schivo verso i popolani tanto attento però ad ascoltarli se nei sonetti poi costruisce una poesia fatta di proverbi, reminescenze popolari di un’antica grandezza, usi, costumi, lingua e parole, che borghesi non sono ma che i borghesi conoscono. Una risposta a chi veramente il Belli fosse, da che parte si rivolgessero le sue idee forse non lo sapremo mai, ma possiamo soffermarci sui ritratti che dipinge della sua città e delle persone che ne fanno parte. 

Le tematiche affrontate nell’opera sono numerose ma in quest’analisi lo sguardo si rivolgerà a tre sonetti collegati tra loro da una tematica principale: il rapporto tra il sovrano (che a Roma vuol dire il Papa) e il suo popolo. Rapporto declinato in tre aspetti: nel primo sonetto Li soprani der monno vecchio il protagonista è il Re ed il suo tirannico atteggiamento di superiorità che non permette ai sudditi di alzare la testa, ma seppur stuprati nelle loro libertà gridano “è vero, è vero” (v.14) ad ogni comando; il secondo sonetto Li sordati bboni dipinge un altro aspetto interessante che è quello della leva obbligatoria quando il sovrano per suo capriccio obbliga il popolo “pecora” a combattere dei nemici non suoi; l’ultimo sonetto analizzato è Llezzione de Papa Grigorio che descrive in maniera brillante il rapporto tra suddito, povero e avvilito e l’elezione del suo sovrano, ogni dettaglio di quel giorno viene impresso nella memoria. Un giorno che seppur continui ad essere segno di un secolare asservimento non si può far a meno di festeggiare e ricordare.   

È bene cominciare quest’analisi dalla caratteristica piu evidente del popolino romano che è il suo atteggiamento di figlio indisciplinato e omertoso, forse un po’ viziato; sempre pronto a cogliere gli aspetti più negativi del potere, ma mai pronto ad una vera e propria sommossa, ad una ribellione radicale e sovversiva. Anzi, è anche disposto a morire pur di essere lasciato in pace, e non soccombere alle ire dei potenti:  

E er popolo, pe sfugge la galerra 
o cquarc’antra grazzietta che nnun dico, 
pijja lo schioppo, e vviaggia com’un prico  
che spedischino in Francia o in Inghirterra. 

(Li sordati bboni v.5-v.8) 

La plebe è paragonata ad un plico, un semplice pezzo di carta, vuoto e ammuffito, che non serve a nulla se non a contenere delle informazioni per giunte scritte da altri. Il popolo è analfabeta, povero di conoscenze e idee che si affida a chi probabilmente ne sa più di lui, il sovrano appunto, che può spedirlo a suo piacimento in Francia o in Inghilterra. Inoltre la totale inettidudine e e inutilità dei sudditi è accentuata nel sonetto li sordati bboni dal cambiamento di tono dalla prima alla seconda quartina: 

Subbito c’un Zovrano de la terra 
crede c’un antro j’abbi tocco un fico, 
disce ar popolo suo: «Tu sei nimmico 
der tale o dder tar Re: ffàjje la guerra». 

(Li sordati bboni v.1-v.4) 

Nella prima come si puo vedere il narratore introduce la figura del sovrano: il suo tono è altezzoso, imperante, in contrasto poi con l’immagine del fico, metafora arguta che ci trasmette subito la sostanza dell’alibi per cui si parte in battaglia. Il verbo <credere> (v.2) inoltre, per il suo significato, non trasmette la sicurezza e la certezza di una guerra pensata e sostenuta su una base solida. Inoltre è riscontrabile una sottile ironia nei confronti del Re, non proprio una mente illuminata, anche coadiuvata dal tono dello stesso nel discorso indiretto. Il contrasto con la seconda quartina è netto; il tono infatti è più dimesso, arrendevole, la guerra è vissuta come un evento a cui non si può rinunciare, non ci si ribella, non si possono contrastare le decisioni, meglio ritornare co mmezza testa e cco le gamme storte (v.11), piuttosto che boiccotare gli intenti del Re. Il Belli poi inserisce questa caratteristica popolare un po’ ovunque nell’opera e la ritroviamo nel primo sonetto preso in esame e cioè Li soprani der monno vecchiol’ultima terzina recita così: 

Co st’editto annò er Boja per ccuriero, 

interroganno tutti in zur tenore; 

e arisposeno tutti: “È vvero, è vvero!” 

(Li soprani der monno vecchio v.12-v.14) 

È vero tutto ciò che il Re ha affermato nell’edito, cioè che Io  io, e vvoi nun zete un cazzo che lui può far diventare dritto ciò che è storto e inoltre che tutto ciò che è sulla terra è suo e chiunque non abbia il suo titolo o quello di Papa o imperatore non conta nulla. Il popolo può solo ascoltare, ma non dal sovrano in persona ma dal Boia, qui nelle veci dell’emissario. Il Belli narratore in questo sonetto è molto duro, raggiunge forse le vette del cinismo socio-politico di tutta l’opera, il tono del sovrano è diretto e senza filtri e inoltre molto lungo, comprende ben due quartine e una terzina, inoltre non viene affievolito dall’ironia che si riscontrava ne Li sordati bboni. Il popolo ha un ruolo apparentemente marginale, compare solo nell’ultimo verso ma conferma tutto ciò che è stato detto, non si sbilancia, non dice né una parola in più né una in meno, è consapevole, senza ironia questa volta, della sua inutilità e inettitudine. Quell’è vero, ripetuto per ben due volte è forse l’apice della consapevolezza popolare di non essere veramente un cazzo. Insomma possiamo dire che il popolo è sia suddito di statuto sia suddito di cuore. 

Un elemento ulteriore, non di secondaria importanza, del primo sonetto è il titolo Li soprani der monno vecchioBelli scrive i sonetti in un periodo compreso tra il 1830 e il 1847, in questo arco di tempo c’erano già stati due moti rivoluzionari in Europa, il primo del 20-21 e il secondo nel 30-31 (seppur minore ma non poco rilevante) e si andava preparando quello del ‘48 con la nascita poi nel ‘49 della Repubblica Romana. Inoltre c’era già stata la Rivoluzione Francese e la democrazia sembrava sul punto di arrivare finalmente in Europa. Il titolo sembra quanto di più azzeccato ci sia per descrivere qualcosa di passato che non si voleva più, forse un sogno dell’autore o uno spasimo di democrazia (lui che era anti-giacobino per eccellenza), questo non lo sappiamo. Ciò che possiamo considerare è che il titolo è in netta antitesi con le tematiche dei versi successivi e col fatto che a Roma, il sovrano non se n’è mai andato, c’era, era presente. L’ancien regime non è mai finito nella capitale. Il popolo ne è affezionato e condanna il giacobinismo, ma non solo, è l’autore stesso a prendere parola: il “Belli cantore” (voce del popolo) lo condanna perché contrario al potere temporale del papa; il “Belli uomo” (impiegato Vaticano) invece lo accusa di violenza e ruberia, infatti da piccolo ne fu testimone; la sua famiglia cadde in povertà con la creazione della Repubblica Romana napoleonica (diversa da quella del ‘48) e con la madre il bambino fu costretto a ripiegare a Napoli. Tutto ci fa pensare ad un titolo messo lì a descrivere qualcosa di utopico, un mondo che in alcuni stati si diceva passato ma forse ancora presente o quantomeno somigliante.  

Il popolo tanto descritto come lo possiamo definire? Sarebbe il caso di dire che è un figlio viziato, come già accennato in precedenza, ma perché? La risposta ce la dà un sonetto emblematico come La lezzione de papa GrigorioIl punto di vista in questo sonetto è quello del popolo: persone, bambini donne e uomini che svolgono regolarmente le loro attività quotidiane, il tempo stesso è scandito da queste attività. Sono attività umili non proprio dei lavori, chi mangia, chi si lustra la tracolla, che riscalda un po’ di cenere nel camino. La stasi che si avverte fa presagire che qualcosa di più importante è in atto, che la città tutta simbolizzata nelle attività di questa famiglia è ferma perché aspetta. Si capisce poi nelle terzine cosa si attende, il colpo di cannone che annuncia l’elezione di Papa Gregorio, e questa elezione non viene vissuta come un evento effimero ma viene fermato nella memoria da ciò che si sta facendo in quel momento: 

M’aricorderò ssempre che ssonorno 
sedisci men’un quarto. Io fesce allora: 
«Sciamancheno tre ora a mmezzoggiorno». 
               

Fra cquinisci e ttre cquarti e ssedisciora 
se creò ddunque er zanto Padre, er giorno 
dua frebbaro che ffu la Cannelora. 

(La lezzione de papa Gregorio v.9-v.14) 

Sembra che tutta la vita di queste persone, vita per giunta molto povera evidenziata dalle condizioni dimesse della famiglia, ruota intorno al cuppolone, quasi un totem in mezzo alla città verso cui tutti si rivolgono, affacciano e osservano. Come dei figli insomma che aspettano la pappa dalla mamma o dal papà; dei figli che sono sgridati, redarguiti, a volte umiliati, ma sempre per loro colpa; dei figli un po’ ignobili, inquieti che cercano le attenzioni e a volte le pretendono. Dall’alto poi arriva l’editto, la carezza, la sicurezza del Sovrano/Papa che tutti benedice e assolve.  

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