MASCHERINA MANIFESTO

Pochi giorni fa l’ex ministro Matteo Salvini si è presentato sotto il portone del compianto magistrato Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo e ha deposto dei fiori in onore dello stesso e della sua scorta, uccisi proprio in quel punto da un attentato mafioso. La cosa che fa indignare non è tanto la deposizione della corona di fiori, quanto la mascherina che indossava il Salvini: ebbene la protezione contro gli agenti patogeni aveva stampato il volto del magistrato borsellino e una scritta presa da un discorso del giudice: “La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” 

Ciò che mi ha indignato è proprio quella scritta e quel volto sulla faccia di Salvini, su un non-volto. Non-volto perché la sua capacità di cambiare costantemente opinione pur di farsi vedere è leggendaria, teatrale, quasi da premio cinematografico; nel suo mutare appunto, non è piu un volto con delle caratteristiche fisse e dei valori fissi veicolati dalla sua immagine, è un non-volto per il suo continuo essere altro. Inoltre, leggendo quelle parole credo che poco si associno alla figura di chi le indossava: movimento culturale credo che la Lega e in genere l’attività sovranista non la compia, non c’è proprio movimento all’interno dei loro crani, se ci fosse si renderebbero conto del “puzzo del compromesso morale” e “dell’indifferenza” che citava la scritta impressa, e che da anni contraddistingue le azioni di questi personaggi. 

Come possiamo permettere che una persona abituata a strumentalizzare ogni atto della sua vita politica possa omaggiare un uomo-simbolo della lotta alla mafia? Non lo so, non ho le parole per farlo, per capire, per analizzare il retroterra di queste azioni; ancora no, magari le avrò tra giorni, settimane o anni. Posso però analizzare quello che è successo, il nostro imputato si è tolto la mascherina che aveva e ne ha messa una che veicolava un messaggio. Pochi mesi fa lo stesso personaggio si aggirava con fare placido nelle aule parlamentari sfoggiando una mascherina bianca con impressa all’altezza della bocca una scritta: TRUMP 2020. Il Salvini, invitato a Venezia per la Mostra del Cinema, ne indossava una rossa con il Leone Alato simbolo della Serenissima; ne ha poi messe diverse: quella con la bandiera italiana, quella con il simbolo della Lega e si accettano suggerimenti per eventuali aggiunte alla lista.  

La mascherina quindi, nelle grandi trovate dei manager politici, è diventata il nuovo manifesto della pubblicità elettorale. Prima erano le felpe, ora le mascherine. Grande innovazione dato che le mascherine vanno sul volto e permettono un impatto visivo migliore rispetto alla felpa che può intersecarsi con delle pieghe e diventare malagevole per la lettura del messaggio. 

Indignazione; e non può non suscitarlo un messaggio di democrazia e libertà come quello di Borsellino sul volto di chi, pochi mesi prima, indossava TRUMP 2020. Il vecchio Donald lo abbiamo visto nel suo ultimo (speriamo) sussulto il 6 gennaio, quando ha aizzato la folla contro il neo-governo eletto. Lo stesso Trump che pochi giorni prima ha cercato di spacciare qualche voto al telefono con il segretario di Stato della Georgia, il repubblicano Brad Raffensperger, in un eloquente telefonata dal tono mafioso in cui chiedeva di trovare 11 mila voti. In America sono avanti, le trattative stato mafia si sono fuse in un presidente che chiede voti come un mafioso. Ora, il Salvini dovrebbe essere condannato (simbolicamente, si intende) proprio per questa convergenza tra il suo appoggio a Trump (mafioso) e lo sfoggio di una frase ultrademocratica e ultra rivoluzionaria come quella di Borsellino (anti-mafioso) che nulla ha a che vedere con gli atti dittatoriali dell’ex Presidente USA. 

Se facessimo più affidamento sul giudice Borsellino potremmo iniziare a risolvere il problema. Ripartire appunto, da quel movimento culturale della scritta presa in esame poc’anzi. Da una settimana l’Incendiario ha ripreso le sue pubblicazioni. La settimana scorsa abbiamo chiamato a raccolta i lettori, li abbiamo invogliati ad agire: scrivere, leggere, capire, ascoltare, parlare, oltraggiarsi e meravigliarsi. 

Oggi, introducendo questa nuova settimana vi invitiamo a riflettere sul tema dell’odio, della distruzione, dell’indifferenza. Lo facciamo contrapponendovi i loro opposti: l’amore, la tenacia, la riflessione, la vicinanza. 

Se l’amore amore fosse recluso in un cantuccio? Poi ripreso dopo anni, dopo una scomparsa e vivificato di nuovo? fatto sbocciare di nuovo nella mente e nel cuore? Ecco che Il treno dei bambini di Viola Ardone recensito da Ilaria Carnara ci fa scoprire la perdita e il riscatto di un ragazzo del Sud trapiantato al Nord. I conflitti e i legami di una famiglia come tante, divisa da situazioni sociali e distanze materiali. 

La famiglia, il grande logos contenitore di tante discordie e tante verità. la famiglia che permette la creazione della stessa verità: il potere di riflettere già da piccoli su ciò che ci circonda, e da quella visione prima, impressionarci ed educarci nostra volta, appunto creando una nostra verità infantile e perpetua; spostando poi questa, su ciò che ci accade successivamente. Questo il messaggio che passa attraverso le parole di Leonardo Borvi racchiusa in Nonna. Primo capitolo di un’opera più grande che sarà pubblicata nelle settimane a venire sulla nostra rivista. 

Lorenzo Buonarosa per la Redazione dell’Incendiario 

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