Le mani delle donne. Nonna

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NONNA

     «Pe capì la vera età de ‘na donna devi guardaje le mani». Da allora – avevo otto anni – ho sempre seguito il consiglio di mia nonna.
Ci sono state molte mani di donne nella mia vita, provvisorie, permanenti, per brevi o lunghi periodi. Non importa, ci sono sempre state molte mani di donne. Le prime che ho guardato sono proprio quelle di mia nonna. All’epoca aveva sessantaquattro anni e le sue mani erano consumate, raggrinzite, con una serie di macchie più chiare che andavano a stemperare il colore olivastro della pelle. Il segno bianco circolare sulla prima falange dell’anulare sinistro potevo vederlo solo quando toglieva l’anello di matrimonio per lavare i piatti. Il dorso era ruvido, indurito da anni di lavori nei campi del padre, in cui passava ore e ore a faticare sotto il sole e le intemperie. Le unghie, lasciate al naturale, occupavano meno spazio di quello che la falange avrebbe permesso e la loro forma era irregolare. Insieme alla leggera peluria bionda che si vedeva in controluce, erano il segno della minore attenzione che dedicava a queste cure rispetto a tutte le sue amiche. Nonna non amava “perde tempo co’ quella robba da signore che non c’hanno gnente da fa’”. Lei c’aveva da fa’, non ho mai capito cosa, ma era sempre impegnata a detta sua. Le vene sporgenti, livide emergevano appena sotto la superficie e ne tendevano un poco la pelle mentre pulsavano in maniera potente, quasi volessero uscire dal sottile strato cutaneo quando si arrabbiava e stringeva i pugni.
Col tempo ho imparato che le mani delle donne non solo le osservavo, ma fissavo nella memoria tutto ciò che associavo loro. Quelle della nonna hanno un doppio filone di ricordi, che lei stessa definì involontariamente facendo riferimento ad un film di Verdone: “Sta mano pò esse fero e pò esse piuma”, mi diceva sempre cambiando ogni tanto l’ordine delle parole. Non saprei sintetizzare meglio l’alternarsi di carezze e ceffoni ricevuti nel corso degli anni. Quelle mani sapevano essere tenere ogni volta che la nonna me le posava dolcemente sul viso o sulle spalle, quando voleva confortarmi o esprimere un gesto d’affetto; d’altra parte, molte volte mi aveva fatto girare la testa quando commettevo qualche «birboneria».
Nel bene e nel male, devo a nonna questo mio spirito di osservazione. Da quella frase in poi si è cominciato a formare il mio modo di osservare le persone, di conoscerle. Andando avanti col tempo i dettagli sono aumentati, i ricordi associati alle mani delle donne sono diventati più nitidi e le sensazioni più sfumate e varie, ma, senza dubbio, quel momento è stato cruciale. Le mani della nonna le ho osservate per troppo poco tempo, se n’è andata appena tre anni dopo, stringendo quelle di mio padre, suo figlio.

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