Speriamo nei costruttori

Il 2021 si è aperto all’insegna della speranza: mantra ripetuto in ogni occasione, intercalare ormai entrato nelle espressioni più quotidiane – ma che ti devo dì, speriamo bene.  Mai prima d’ora un nuovo anno è stato costretto ad addossarsi un fardello così ingombrante, scomoda eredità del suo omologo precedente. Le aspettative sono alte, la palingenesi viene richiesta a gran voce. Sarà veramente un nuovo spartiacque? Darà ai posteri la possibilità di parlare di un ante ’21 e un post ’21?

Di fronte ad assurde, insensate e semplicistiche spiegazioni, non all’altezza della complessità attuale, preferisco ricorrere alla lungimiranza dei classici per spiegare la fluidità caotica in cui viviamo oggi. Speriamo. Questa è l’augurio a cui si affida il venditore di almanacchi, uno dei personaggi delle Operette morali leopardiane. Di fronte ad un disilluso passeggere, l’uomo è pronto a lasciarsi alle spalle l’anno che sta per concludersi e ad affidare i suoi progetti all’anno nuovo. L’oroscopo parla chiaro, la congiuntura astrale è favorevole: sì questo sarà il mio anno, quello del riscatto. Il passeggere d’altro canto rappresenta una visione cinica e più realistica. Questa speranza è insensata, la scansione temporale arbitraria serve solo per computare gli anni, per ingabbiare lo scorrere fluido della vita in astratte categorie spazio- temporali. Non possiamo essere così stolti da dare un’accezione prettamente positiva al concetto di novità. L’anno non ha colpe e non ha meriti; quello che succederà dipende solo dalle nostre capacità, dal modo con cui affronteremo le difficoltà e coglieremo le opportunità. Nell’ottica del passeggere, ogni anno è uguale all’altro, la vita è una risma di fotocopie, l’una prende il posto dell’altra, promettendoci illusoriamente il racconto di una nuova storia. Ogni anno i momenti negativi superano di gran lunga quelli positivi a tal punto che, se fosse possibile rivivere l’anno appena trascorso, la risposta sarebbe negativa. Il venditore continua a vendere calendari ed almanacchi, a volersi rifugiare nell’illusione di un anno favorevole e felice, a ripetere il mantra speriamo; per sopportare la vita bisogna pur coltivare una fiducia – illusoria- e credere in una svolta, nell’attesa messianica di un nuovo anno liberatore.

A cadenza annuale tendiamo ad applicare questo schema dicotomico leopardiano. Usciamo fuori dal vecchio anno affaticati, delusi, pronti a lasciarcelo alle spalle e a ricominciare da zero. Il countdown di fine anno ci fa sentire padroni della nuova vita e della felicità promessa- non si sa bene da chi. Alla mezzanotte esplode un entusiasmo dionisiaco: tabula rasa, problemi portati via dall’anno passato, si ricomincia il giro passando dal via. La palingenesi avviene a suon di trenini scordinati, colori scintillanti ed immersione in un furore collettivo da far impallidire i Roaring Twenties e le atmosfere del Grande Gatsby. Ma la costruzione della parte migliori di noi non è così automatica: i buoni propositi vanno sempre più scemando e i problemi che credevamo scomparsi spuntano ad uno ad uno, come funghi. La grande illusione del Capodanno: a cambiare è solo l’anno, non noi.

Oggi più che mai si alza a gran voce un collettivo speriamo. Di fronte ad un anno passato così nefasto, il venditore di almanacchi che è in noi spera fortemente in un 2021 di rinascita. Le premesse sono confortanti: è arrivato il primo antidoto ad un virus che ci ha stravolto le vite, chiamandoci tutti in causa e ricordandoci che siamo fragili e non indispensabili per l’equilibrio cosmico. La rinascita auspicata è la pars costruens dell’anno appena arrivato, l’unica che può dare delle spiegazioni, l’unica che porti veramente ad un miglioramento della propria condizione. Ad intaccarla è subito giunta la pars destruens. Al 2021 si prospettano due scenari opposti: l’affidamento alla scienza, al buon senso, alla riflessione e dall’altra parte il calpestare l’interesse collettivo con foga narcisistica, ascoltando solo la cacofonia della violenza.

Con stupore abbiamo assistito al vax-day di un’Europa unita, almeno negli intenti. Quindici milioni di televisori hanno portato nelle case degli italiani il tono riflessivo e pacato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno. Di fronte ad un’audience così numerosa il Presidente ha ricordato il grande senso di solidarietà che si è sviluppato nella comunità: il miglior insegnamento lasciatoci dalla pandemia. La svolta può arrivare solo se ci affidiamo al senso di responsabilità. Una persona responsabile è colei che agisce a tutela dell’alterità. L’altro è fondamentale, deve essere rispettato, prima di ogni azione bisogna abbandonare la veste egocentrica ed aprirsi al bene della collettività. Le luci del 2021 saranno la comunità, Dante, di cui ricorre il settecentenario dalla morte e lo sguardo pacifico di Papa Francesco, emblema del dialogo e della fratellanza. Sarà l’anno in cui vestiremo il ruolo di costruttori: la svolta tanto auspicata dipende solo da noi.

D’altro canto abbiamo assistito con altrettanta incredulità al prevalere dell’odio e della violenza. In diretta televisiva mondiale la presunta perfezione americana è stata sgretolata a colpi di mazze da baseball e folklore. Un gruppo di sostenitori del Presidente uscente ha sfidato apertamente le regole del vivere civile, ha infranto il contratto sociale hobbesiano, ricadendo in un ferino stato di natura. Un manipolo di folkloristici e arrabbiati cavernicoli si è preso gioco di istituzioni centenarie: Capitol Hill è diventato un luna-park con tanto di souvenir portati via (il podio di Nancy Pelosi) e fotografie che immortalano l’incursione nello Studio Ovale. La pars destruens non ha mancato di far sentire la sua pur meno violenta voce anche in Italia. Il nuovo anno si è aperto con un governo che ha abbandonato il clima di unità nazionale, gli interessi privati sono riemersi prepotentemente, il narcisismo e squallidi giochi di potere stanno lasciando il Paese in balìa di una pandemia lungi dall’esser debellata. La situazione è fluida e noi in un momento così caotico vogliamo aprire degli spiragli di riflessione e cercare di comprendere un mondo sempre più complesso.

Lorenzo Valerio ci proporrà una sua analisi dei drammatici fatti di Capitol Hill. Con sguardo acuto, lucidità e intelligenza di cui sentiamo oggi più che mai la mancanza, ci regala un’analisi puntuale, approfondita, ricca di rimandi a pensatori e filosofi (una su tutti, la grande Hannah Arendt). In antitesi a slogan urlati e tweet insensati, la riflessione e la pacatezza dei toni prevalgono. Una lettura da non perdere per comprendere al meglio ciò che di primo impatto sembra assolutamente privo di ogni forma di intellegibilità.

Tornerà la nostra Collins con il suo stile mordace e ironico. Le scure della sua penna si abbatteranno sul libro di Yari Selvetella, Le regole degli amanti. Una recensione in cui la nostra ci svelerà la sua opinione non tanto favorevole su questo libro. La sua analisi è implacabile: smonta l’opera, analizza il meccanismo che vi è dietro e i punti in cui esso si inceppa, isola i singoli ingranaggi. Un’altra lettura da non perdere grazie ad un punto di vista unico e ad uno stile inconfondibile, intriso di una profonda passione per i libri.

Siamo a un bivio: in ballo è la difesa delle conquiste illuministiche della civiltà. Voglio credere alla parte costruttrice, alla democrazia, alla difesa dell’altro e della libertà, ad un nuovo inizio all’insegna della razionalità. Non c’è più posto per distruttori urlanti e narcisisti: ce li lasciamo con piacere alle spalle con l’augurio che questa pandemia devastante ci abbia insegnato ad amare il prossimo e a sognare per un mondo diverso, migliore e solidale.

Eleonora Bufoli per la redazione de L’Incendiario

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