Negazione e legittimazione – Una serie di riflessioni sulle conseguenze di Capitol Hill.

I fatti che si sono verificati il 6 gennaio 2021 sono destinati a rimanere impressi nella memoria di molti intorno a tutto il globo. Le immagini del Campidoglio statunitense hanno rapidamente fatto il giro del mondo, risultando emblematiche per molteplici ragioni, che si tenteranno, in queste righe, di elaborare ed esplicare quanto più possibile. Numerosi sono i commenti che nel corso di questi giorni politologi e opinionisti improvvisati del web hanno espresso già nel mentre che la protesta era in atto, e tutte, in un certo qual modo, trovano una linea generale nell’esprimere, con discreto disagio e facilità, quanta responsabilità avesse l’uscente presidente Trump in quell’atto “vergognoso e violento” contro le istituzioni. Ancor maggior stupore si deve alle dichiarazioni dello stesso Trump che, con la sua ormai ben nota retorica, non ha condannato gli atti, sebbene non li abbia neanche incitati. Una sorta di non-comunicazione voluta e ricercata che ha avuto un impatto devastante sia sul versante dell’opinione pubblica statunitense che internazionale, agli occhi della quale il presidente degli Stati Uniti è apparso come un istigatore votato alla violenza – etichetta che Trump stesso si è guadagnato nel corso delle proteste del Black lives matter in maggio 2020 – sia come giustificazione ai manifestanti nel perseverare nell’occupazione di Capitol Hill. Dal punto di vista internazionale, si è potuto assistere all’ennesimo capitombolo della credibilità statunitense: un tentato golpe di estremisti di destra non dà, certamente, una buona immagine a quella che da decenni si auto-proclama “la più grande democrazia del mondo” (dato discutibile già molto prima dell’elezione di Trump). Inoltre, se si legge questa protesta in sinergia con quella del BLM del 2020, si mette in luce la realtà della società americana, tutt’altro che omogenea, pregna di limiti notevoli, per secoli celati all’attenzione internazionale. La questione dell’attacco a Capitol Hill, tuttavia, porta seco una rilevanza politica notevole, se la si considera nella sua interezza. Tralasciando lo spirito folkloristico, incarnato da Angeli vestito da sciamano, è importante metter luce su una discontinuità fondamentale che vede per la prima volta, se si guarda alla memoria, la messa in discussione di un’istituzione che ha una rilevanza globale. L’atto in sé non presenta caratteri diversi rispetto ad altre proteste, se non nel fatto che abbia avuto luogo nel tempio della democrazia statunitense. Si è in un certo qual modo giustificati a dire che i rivoltosi, identificabili con negazionisti e suprematisti bianchi, a prescindere dall’idea che li ha mossi, hanno, forse anche senza esserne pienamente coscienti – ma non è dato saperlo – effettuato una negazione di sistema, che rasenta l’anarchismo. Non è in discussione solo l’evidenza del reale, che poi è il tratto fondamentale dell’idea di base di un negazionista, bensì si fa riferimento a una doppia negazione, che propone come soluzione non una ideologia, bensì una persona, nella fattispecie, Donald Trump. A Capitol Hill, quindi, i rivoltosi non chiedevano che fosse un dato partito a governarli, bensì che fosse l’uscente presidente, superando, in un certo qual modo, anche il concetto di partito ad personam, esperienza che in Italia si conosce grazie a Forza Italia di Silvio Berlusconi e a Italia viva di Matteo Renzi. Ciò restituisce un valore simbolico notevole, anche alla luce della facilità con la quale si è riusciti a violare il Campidoglio, teoricamente una delle sedi di potere istituzionale più sorvegliate al mondo. Nel saggio Disobbedienza civile (Arendt, Hanna, Chiare lettere Editore, Milano 2017), è presa in considerazione l’idea che qualsiasi sistema giuridico contempli al suo interno la possibilità, ovviamente limitata dalla legge, di poter essere negato. Anche se di primo acchitto ciò potrebbe sembrare una debolezza, una falla nel sistema, in realtà Arendt la considera come un punto di forza del sistema stesso, dal momento che questa discontinuità, rappresentata, per l’appunto, dalla possibilità di disobbedire alle regole, simbolicamente diventa una prova di solidità, dunque un momento di autoaffermazione e di autogiustificazione dell’intero paradigma istituzionale. Ciò, tuttavia, può essere valido solamente se si prende in considerazione l’idea che l’atto di disobbedienza avvenga nei limiti del previsto, per quanto violento e aberrante possa essere, ma comunque, per citare Nolan ne Il cavaliere oscuro (USA 2008), «fa tutto parte del piano». I fatti di Capitol Hill, invece, sembrano rompere questo previsto contemplato dall’istituzione, proprio perché ci si è scagliati contro il simbolo dell’istituzione stessa: da questa negazione non può che scaturire il caos, mediante la messa in scena di una dialettica fittizia che è quanto di più lontano dal razionale possibile. Banalmente, non c’è un avversario fisico da fronteggiare, bensì un paradigma ideologico inconsistente che si concretizza solo nel suo radicamento nella storicità, dalla quale prende la propria potenza di auto-affermazione. Allora, vien da sé il cominciare ad analizzare le reazioni a questo atto di negazione. Da una parte si palesa Trump, che in un certo qual modo, legittima la protesta, seppur chiedendo ai rivoltosi di tornare a casa; una legittimazione che però mette in luce una ulteriore discontinuità, se si pensa che l’uscente presidente abbraccia sin dall’inizio del suo mandato la lotta alle istituzioni (i cosiddetti poteri forti), pur essendone il massimo rappresentante – il che non può che far sorridere. Dall’altra, si vede un Biden che condanna il tutto, scagliandosi direttamente contro l’avversario istituzionalmente sconfitto alle elezioni del 4 novembre 2020, non celando un’operazione di criminalizzazione sia dei rivoltosi che dello stesso presidente uscente. È importante sottolineare che il neo presidente, mediante il suo discorso, va a racchiudere quella che è l’opinione pubblica globale di tutte le narrazioni liberali anti-Trump, il che lo pone, in un certo qual modo, in buona luce anche sulla prospettiva futura degli Stati Uniti – che per estensione diventano tutto il mondo occidentale. Alla stregua, le parole di Biden trattengono in sé il valore simbolico della difesa dell’istituzione tradizionale, la quale ha sempre un valore storico che la giustifica; in un certo qual modo, si può intravedere nel suo discorso un tentativo di ricollocamento dei fatti di Capitol Hill all’interno della narrazione prima descritta da Arendt. Ma, alla luce degli sviluppi che ci sono stati nelle ore successive, diventa quasi inevitabile decretare che Biden abbia già fallito ancor prima della proclamazione a presidente. Non si tratta di un fallimento che proviene da un’erronea strategia politica – che per certi versi può essere anche considerata comunicativa, se si dà per buona la definizione di politica come retorica trasformativa che è ponte e legame (cfr. Laclau, Ernesto, On populism reason, Verso, Londra 2005, tr. it. a cura di Tarizio Davide, La ragion populista, Laterza editore, Bari 2008. Cap. IV, pp. 67-68). In un certo senso, l’errore di Biden è stato ricercare nel campo del sistema una strategia di riparazione alla rottura causata dal suo avversario Trump. Ciò suona come la rimessa in scena di una lotta tra razionalità e follia, di cui la tradizione letteraria e cinematografica è densa, che però si risolve sempre con un atto di doppia negazione, che implica un pesante sacrificio da parte del razionale – si pensi al già citato Batman di Nolan, che per sconfiggere il Joker sceglie di prendersi il fardello dell’omicidio, oppure al gesto di Socrate di preferire la morte pur di dimostrare che è possibile negare il sistema, pur rispettandone le leggi (cfr. Platone, Apologia). Non è questa la sede per poter proporre un’alternativa al modus operandi di Biden, anche perché si è in una fase storica molto delicata per quanto concerne la lotta ai negazionismi – si guardi agli ostacoli della recentissima campagna vaccinali per Covid-19, oppure al fenomeno del terrapiattismo diffusosi negli ultimi anni – e non si è ancora riusciti a produrre una risposta efficace. Tuttavia, è possibile effettuare una serie di osservazioni per ciò che concerne il modo di comunicare messo in luce dal 6 gennaio 2021. L’inefficacia di Biden si è scontrata contro la forza della narrazione trumpiana, ampiamente supportata dalla comunicazione tramite le piattaforme di Facebook e Twitter. È interessante osservare che, per la prima volta, il mondo social – che per estensione diventa quello del web – abbia assunto una posizione politica, adoperando la censura degli account di Trump. Questo atto, che in un certo qual modo, è passato primamente come un qualcosa di condivisibile a livello globale, palesa la potenza di questo “nuovo sistema” che si dispiega nel campo del web. Ancora una volta, si fa riferimento a un potere di natura simbolica, anche perché, in fin dei conti, i social network comunque rimangono delle piattaforme di comunicazione, che appunto costituiscono una rete più o meno globale tra le persone. In un certo senso, è possibile definire questa rete come una sovrastruttura che sconfina dai limiti giurisdizionali di uno Stato specifico, sfuggendo, così, al controllo giuridico che è di competenza istituzionale statale. Altro elemento che favorisce questo svincolamento è costituito dal fatto che, benché l’usufrutto di tali piattaforme sia gratuito e accessibile a tutti, comunque rimangono private, il che conferisce ai proprietari/creatori, nella fattispecie Mark Zuckenberg per quanto concerne Facebook, la facoltà di redigere un regolamento al quale tutti gli utenti devono attenersi, pena l’eliminazione dell’account. Ora, sebbene la questione della socialsocialità sia un qualcosa che meriterebbe uno studio a parte, per quanto concerne l’argomento da trattare in questa sede, è sufficiente dire che la presenza di un regolamento redatto e controllato da privati non costituirebbe un problema se il social non fosse utilizzato come canale di comunicazione istituzionale. Tuttavia, i politici hanno preso, in questi anni, l’abitudine di comunicare con il proprio elettorato tramite queste piattaforme, il che, comunque, è un dato più che naturale, dal momento che si tratta di canali di usufrutto quotidiano che, in un certo qual modo, sono estremamente più efficaci nell’ottica della propaganda. L’impiego istituzionale del social network, però, se da una parte semplifica il contatto con l’elettorato, impone anche al politico di turno, in questo caso il presidente degli Stati Uniti, di sottostare a delle regole che al contempo si affiancano e sfuggono a quelle della Costituzione. In un certo qual modo, ciò implica l’inserimento dei personaggi politici in una dinamica di asservimento, prima, e sottomissione, poi, alla sovrastruttura privata che è lo stesso social. Da qui, è possibile affermare che Zuckenberg, da proprietario e dirigente di Facebook, abbia esercitato un’affermazione di potere sul suo presidente, il che lo pone in una posizione di maggior rilievo, benché istituzionalmente risulti essere un cittadino qualunque, anche se molto ricco. L’atto di censura di Trump ha così posto un primato di potere di Facebook sulla Costituzione americana, che così si autolegittima come sovrastruttura più forte dello Stato. Ciò che fino a prima dei fatti di Capitol Hill era solo una eventualità, ora si è palesato definitivamente, perché il social si afferma come una dimensione che rappresenta il rischio per eccellenza per il sistema istituzionale. È solo un caso il fatto che il regolamento delle piattaforme abbia come fondamento dei paradigmi più o meno condivisibili che si basano, dopotutto, sull’ideologia occidentale – quindi, per estensione sul principio di libertà di espressione. Ma il censurare un contenuto presenta di per sé una negazione di tal principio; ciò potrebbe, in un certo senso, inserire anche il social, in quanto sistema, nella dialettica arendtiana su menzionata. Tuttavia, ciò risulta essere ancora una volta falso, dal momento che mette in luce la fallacia di un sistema che non può essere mai onnicomprensivo senza scadere in un regime ideologico, che la stessa Arendt definisce totalitarismo. Inoltre, l’atto di censura dell’account di Trump, dà, dal canto suo, un fondamento reale alla sua lotta contro i poteri forti, che prima erano solo una narrazione priva di fondamento, facilmente soggetta allo scherno, e solo ora invece acquisiscono un valore reale. In questo senso, la questione negazionista assume un valore concreto, proprio perché l’inefficacia della risposta del sistema dominante ne crea i presupposti – banalmente, è la potenza che si fa atto mediante il principio di causalità dettato dallo stesso Aristotele. Solo che, in questo caso, la potenza non è da leggere come potenzialità, bensì come forza, che si esplica appunto nel devastare come concretizzazione della negazione stessa. Il discorso che si apre, così, diventa estremamente immenso e complesso e, in quanto tale, non è possibile pensare di racchiuderlo solo in queste righe. Fatto sta che quando il 20 gennaio Biden sarà presentato ufficialmente come presidente degli USA, avrà davvero molto lavoro da fare, innanzi tutto per cercare di riparare ai danni causati dall’amministrazione Trump ai rapporti internazionali, nel mentre di una pandemia globale. In ultima analisi, queste righe vogliono solo essere una provocazione, con l’auspicio di stimolare critiche e dibattiti successivi. Non spetta a noi essere giudici del presente, pertanto facciamo nostra, ancora una volta, la massima manzoniana del «ai posteri l’ardua sentenza», sperando in un miglioramento che, stando all’adesso, non è nulla in più di una vaga speranza.

Trieste, 16.01.2021

Lorenzo Valerio

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