Nella bottega di uno scrittore: Dialogo con Pino Imperatore

Mesi fa, quando L’Incendiario era solo un’idea, ero nel furore iniziale, di voler fare, di voler creare. Aspiravo al ruolo di “ricercatore di scrittori”, volevo intervistarne molti. Con fame di sapere, per confrontarmi, ricercavo numerosi contatti, e intanto leggevo un po’ tutto di tutti. Mia mamma, mio padre, i miei zii, nel frattempo mi consigliavano: leggi Pino Imperatore. La sua è stata una vera e propria conquista nella mia famiglia, una grandiosa vittoria nel campo di battaglia, e poi ha conquistato anche me. Con la sua umanità, con la sua verità. Ho letto questo nei suoi romanzi, questo nella sua risposta, quando ha accettato di dialogare con me in questa intervista; ho letto questa verità: la sua disposizione a fare del bene attraverso le pagine. Pino Imperatore, scrittore di romanzi, racconti, opere teatrali, umorista, vincitore di numerosi premi; i suoi successi, Benvenuti in casa Esposito (Giunti, 2012), Bentornati in casa Esposito (Giunti 2013), Allah, san Gennaro e i tre kamikaze (Mondadori, 2017), Aglio, olio e assassino (De Agostini Planeta, 2018), Con tanto affetto ti ammazzerò (De Agostini Planeta, 2019), e la sua Napoli, viva tra le sue parole. Questo è un dialogo, un confronto, oltre la grande macchina della letteratura odierna, verso la persona umana.

Ti do il benvenuto tra le pagine dell’Incendiario, Pino, e approfitto del “tu” che mi hai concesso nei nostri scambi privati per proporti le domande di questa intervista, che voglio vedere come un dialogo, un confronto. Esordisco con un mea culpa: rileggendo alcuni miei articoli mi sono accorto di aver perso in parte la cura, la sensibilità, l’umanità della scrittura; prestando troppa attenzione alla struttura formale e contenutistica, ho mancato nella sfera dello spirito. Ti chiedo, quindi, quasi un consiglio, per me e per chi legge: come si fa a trasmettere il senso d’umanità alla propria scrittura, o più in generale alla propria arte? E per chi è dall’altra parte, il lettore, in quali testi, poesie, opere narrative, musicali o artistiche può ritrovare, secondo te, questa umanità?

«Innanzitutto grazie a te e ai redattori dell’Incendiario, e un saluto affettuoso a tutti i lettori. Nella prefazione dei suoi Quarantanove racconti, Hemingway scrisse: “Andando dove dovete andare, facendo quel che dovete fare, vedendo quel che vi tocca vedere, lo strumento che usate per scrivere si rovina e si smussa. Ma preferisco che sia smussato e dovergli ridare forma e affilarlo di nuovo sulla mola, sapendo di avere qualcosa da scrivere, anziché averlo lucido e brillante e non aver niente da dire, averlo liscio e ben oliato, ma inutilizzato, in un cassetto”. È questo il volto effettivo della scrittura: un lavoro artigianale, non standardizzato, da svolgere con cura e attenzione, da eseguire con amore e dedizione, senza mai perdere di vista i dettagli, i particolari, perché è lì che si fa la differenza, è lì che si manifesta la qualità. Un lavoro onesto, vero, autentico, che ruoti attorno ai rapporti umani e non si allontani troppo dal mondo reale. Se entro nella bottega di un artigiano, ci trascorro delle ore; se vado in un centro commerciale, non vedo l’ora di uscirne. Chi scrive in modo cervellotico, lo fa per due motivi: o perché non ha argomenti oppure perché vuole confondere l’interlocutore, buttargli fumo negli occhi. Io con la scrittura, e di conseguenza con i lettori, ho un rapporto leale, sincero: dico ciò che penso, senza fronzoli, sofisticazioni o retropensieri; racconto ciò che vedo, sento e provo, senza togliere o aggiungere nulla; punto alla genuinità e alla purezza del messaggio, non agli effetti speciali. In fondo il romanzo, come genere letterario, ha trovato la sua piena affermazione con la rappresentazione realistica della vita: penso ai Miserabili di Hugo, a Delitto e castigo di Dostoevskij, ad Anna Karenina di Tolstoj, a Oliver Twist di Dickens, a Se questo è un uomo di Primo Levi. Passando ad altri campi, si potrebbero citare le opere pittoriche di Caravaggio o di Pellizza da Volpedo, molti brani della musica rock, le poesie di Neruda e García Lorca, alcuni film straordinari come Ladri di biciclette di De Sica, Novecento di Bertolucci, Le mani sulla città di Rosi. Con ciò non voglio dire che io non apprezzi altri generi come il surrealismo, la mitologia, la fantascienza. Il problema non sta nella rappresentazione in sé, ma nel modo di rappresentare. Faccio un esempio facile tratto dal mondo della gastronomia: meglio dire “Sfoglie di pasta all’uovo con vellutata di besciamelle e ragù dal sapore antico” oppure, più semplicemente, “Lasagne alla bolognese”? La chiarezza espositiva viene prima di ogni altra cosa».

Non ti ho fatto casualmente la prima domanda. Mi sono approcciato a te come lettore dopo aver letto i tuoi ultimi due romanzi, Aglio, olio e assassino e Con tanto affetto ti ammazzerò, e nell’incanto del quartiere di Mergellina ho seguito le indagini dell’ispettore di polizia Gianni Scapece e dei suoi alleati, i Vitiello, proprietari e lavoratori della trattoria Parthenope, poco distante dal commissariato in cui lo stesso Scapece lavora. Non sono questi dei semplici romanzi gialli; rendono onore ai valori cardini della città di Napoli e al senso umano che la contraddistingue. Ogni personaggio ha una tale disposizione ad amare, da creare con il prossimo, con il lettore, una famiglia. È questa la tua scrittura, una pura forma d’accoglienza?

«Un romanzo, una storia, una narrazione devono avere la capacità di scatenare emozioni, empatie e riflessioni. Hanno il compito di diffondere calore, non gelo. Mentre sta esercitando il proprio ruolo, il lettore deve poter pensare: “Cavolo, in questa situazione mi ci sono ritrovato anch’io!”. Oppure: “Non conoscevo questa cosa, è bello averla imparata”. O ancora: “Non è possibile che accada ciò, devo impegnarmi nella mia vita affinché un fatto del genere non si manifesti”. Non si scrive, a mio parere, solo per procurare evasioni o per confortare. Si scrive per arricchire i lettori, per renderli migliori, per stimolarli ad agire. Scrivere è un atto di socialità e di socializzazione. È un’impresa di grande responsabilità, soprattutto quando l’autore si rivolge a un pubblico vasto. Fra i miei lettori, ad esempio, ci sono molti bambini e ragazzi, e non posso consentirmi leggerezze e disattenzioni. Accoglienza, dunque, come tu sottolinei, ma anche esortazione alla crescita. Non amo la letteratura soporifera, omologante, che addormenta i cervelli e fa credere che tutto vada nel migliore dei modi e che viviamo nel migliore dei mondi possibili».

Quali autori interiorizzati ti hanno portato a questa forma di scrittura?

«Uno l’ho già citato: Hemingway, mio amore adolescenziale. E poi Kafka, Beckett, Borges, Márquez, Yourcenar, Saramago, McCarthy, Irving, Silone, Calvino, Eco. E tutti i grandi umoristi italiani e stranieri degli ultimi due secoli. E molti altri ancora. Amo i bravi costruttori di parole e di storie, quelli che ti tengono incollato alle pagine come se ti avessero sottoposto a un incantesimo. E quelli che regalano sorrisi».

Un altro aspetto della Napoli presente nei tuoi romanzi è quello storico, mitico, legato alle tradizioni e ad ammalianti credenze. Non a caso la trattoria, centro e ritrovo di Aglio, olio e assassino e di Con tanto affetto ti ammazzerò, si chiama appunto Parthenope, come la famosa sirena, da cui nasce l’attributo partenopeo. Perché non ci racconti nuovamente la storia leggendaria di questa sirena, legata alle origini Napoli, in particolar modo per chi è all’oscuro di questo mito?

«Le sirene, affascinanti figure mitologiche, hanno avuto nel corso dei secoli una doppia identità e raffigurazione. Nella loro forma “classica” erano esseri ibridi, per metà donne e per metà uccelli rapaci. E non erano affatto mansuete: con il loro canto seducente mandavano fuori rotta i naviganti, li infiacchivano e poi li dilaniavano e mangiavano. Nelle narrazioni medievali l’aspetto delle sirene è mutato: agli artigli e alle ali si è sostituita una grossa pinna, ed è in questa forma “addolcita” che le riconosciamo ancora oggi. In una delle leggende legate alla figura di Ulisse, si narra che le sirene Parthenope, Ligeia e Leucosia abbiano invano tentato di ammaliare l’eroe omerico e i suoi marinai, e dopo il fallimento della loro impresa, per la disperazione si siano suicidate gettandosi in mare. Trasportato dalle onde, il corpo di Parthenope si sarebbe poi arenato sugli scogli dell’isolotto di Megaride, dove attualmente sorge il Castel dell’Ovo. I coloni greci provenienti da Cuma crearono proprio in questo luogo il primo avamposto di una nuova città, a cui diedero il nome di Parthenope, in onore della sirena».

Come ti ho detto, non voglio trascurare l’aspetto umano, e l’insegnamento che si può trarre da questo. Ti svelo, quindi, un evento della mia infanzia. Ricordo una semplice frase, che mi veniva detta da bambino, a me, impaurito dal buio: il buio è solo un’assenza di luce, e dopo la notte, la luce torna sempre. Me la ripeto oggi, mi rivolgo all’Italia, e penso che molti tipi di mafia si stiano appropriando dei momenti di assenza di luce nelle città italiane. Ti chiedo di un episodio di buio, molto privato sicuramente, riguardo a una persona che tu conoscevi: perché non ci racconti cosa è successo il 23 settembre 1985? E cosa questo buio e tutti gli altri episodi possono svelarci della camorra, che mai come in questo periodo d’emergenza sembra aver trovato nuove vie per appropriarsi dell’assenza di luce? Cosa possiamo fare noi, affinché la notte finalmente passi e torni finalmente la luce?

«Il 23 settembre 1985 la camorra compì una delle azioni più vigliacche ed efferate della sua storia criminale: uccise il giovane e valente giornalista napoletano Giancarlo Siani. Era un periodo in cui le cosche campane si combattevano fra loro per controllare i traffici illeciti sul territorio e soprattutto per accaparrarsi gli appalti post terremoto. Ogni anno venivano ammazzate fra le duecento e le trecento persone. Un’epoca terribile, dalla quale Napoli riuscì ad emergere solo nella prima metà degli anni Novanta. Ma la camorra da allora ha continuato a fare affari, trasformandosi in Sistema ed entrando negli apparati di potere. Non l’abbiamo ancora sconfitta, purtroppo, né abbiamo sconfitto la mafia, la ’ndrangheta e altre organizzazioni criminali, che continuano ad agire nel cono d’ombra delle loro attività illegali. Dobbiamo fare attenzione, in questa fase, al Recovery Plan, alla pioggia di miliardi di euro che dall’Unione Europea sta per arrivare anche in Italia per favorire la ripresa dopo la crisi pandemica. Il ministero dell’Interno in un report ha già lanciato l’allarme: le mafie sono pronte a sfruttare la ghiotta occasione. Le istituzioni e le forze dell’ordine stiano in guardia. A noi, da cittadini, spetta il compito di vigilare e denunciare, affinché la criminalità non si appropri di ciò che è destinato alla collettività. Il buio si sconfigge accendendo quante più luci è possibile».

Mi sembra che tu, con i romanzi di Casa Esposito, Benvenuti in casa Esposito e Bentornati in casa Esposito, abbia aperto uno spiraglio in questa assenza di luce: quanto è stato difficile applicare il tuo realismo comico alle vicende di Tonino Esposito, orfano di un boss della camorra?

«Non è stato complicato, per me. Ero in possesso di informazioni dettagliate sul mondo della criminalità locale perché l’avevo studiato e perché ero impegnato da anni in tante battaglie per la legalità. Inoltre, avevo una conoscenza diretta del tessuto sociale partenopeo. Su queste piattaforme ho costruito la storia, utilizzando lo strumento che mi è più congeniale: l’umorismo. Oltre che violenta e disumana, la camorra è stupida e ridicola in tutto ciò che fa».

Un’altra curiosità: cosa stai scrivendo adesso o cosa hai intenzione di scrivere? Quale altra storia, mito o leggenda potrebbe farti da fonte di ispirazione?

«Ad aprile pubblicherò con Salani il terzo romanzo della saga degli Esposito. Il titolo sarà Tutti matti per gli Esposito. Nel volume riprendo le vicende di Tonino e della sua famiglia ambientandole nel 2020, l’anno della comparsa del Covid, con episodi a metà strada tra il comico e il tragico. La trama del libro dà una risposta a vari quesiti rimasti in sospeso nel finale di Bentornati in casa Esposito e traccia sviluppi inediti che – me lo auguro – saranno apprezzati sia dai tantissimi lettori che negli anni si sono affezionati alla storia, sia da quanti la conosceranno per la prima volta. E poi ho tante altre idee, tanti altri progetti in testa; per nuovi romanzi, per saggi comico-umoristici e, perché no, per opere completamente diverse da quelle che ho finora scritto. Mi piace percorrere strade nuove e rinnovarmi. Gli editori con me hanno l’imbarazzo della scelta».

Ho fatto riferimento ai tuoi personaggi, alle tue creature. Alcune parole degli Appunti di fine viaggio, posti in chiusura del romanzo Aglio, olio e assassino, hanno colto la mia attenzione: «Mi stacco dal computer, faccio una pausa, vado (e vago) alla ricerca delle parole giuste, interagisco col prossimo a grugniti e monosillabi, torno alla tastiera, rivedo il testo, parlo e rido da solo, mi agito, discuto con i personaggi, li tocco e ritocco, li sprono a vivere e a crescere». La mia impressione è che tu sia un autore in dialogo con le tue stesse creature; le ascolti internamente, segui il loro volere, il loro essere, la loro autonomia, ti confronti con loro, e riporti poi sulla pagina le loro voci di dentro. Che rapporto hai, quindi, con i tuoi personaggi?

«Sono miei amici. Sono miei figli. Non sono personaggi di carta, ma esseri viventi in carne e ossa. Nel mio mondo interiore sono più che reali. Con loro mi confronto di continuo. A volte mi ascoltano, altre volte no. A volte mi irritano, e il più delle volte mi divertono. Sono la mia seconda famiglia. Se non fosse così, se non avessi con loro un’intima confidenza, non sarei in grado di raccontarli».

Siamo alle battute finali di questo dialogo; ho due ultime domande, due consigli, di cui voglio parlare. Il primo riguarda il mondo del lavoro: in questo periodo, in cui si trova poco lavoro nell’ambito della cultura e dell’arte, cosa consigli a un giovane come me, che crede in questo ambito lavorativo?

«L’attuale congiuntura sfavorevole sta mettendo a dura prova le nostre capacità di resistenza; ci sta imponendo una moltiplicazione degli sforzi e un impegno massiccio, snervante. Siamo in una condizione di disorientamento, e per restare a galla non abbiamo altra scelta: non dobbiamo arrenderci né perderci d’animo, ma sfoderare tutte le energie in nostro possesso, comprese quelle che pensiamo di non avere. Occorre reinventarsi, con tenacia e intelligenza. E rischiare facendo ricorso alla creatività, soprattutto negli ambiti culturali e artistici. La cortina fumogena della crisi non ce le fa vedere, ma le occasioni esistono. Sono sempre esistite. Vanno cercate e conquistate; con le unghie e con i denti, se necessario. Il tempo del posto fisso e sicuro è finito da un pezzo; occorre sfruttare altre opportunità lavorative avvalendosi, laddove possibile, di finanziamenti pubblici e agevolazioni, che spesso vengono ignorati o utilizzati solo in minima parte».

In ultimo, la domanda che proponiamo a ogni fine dialogo e intervista, e con questa salutiamo i lettori: quale libro, che sia un classico o un volume appena uscito, che sia di teatro, di narrativa o poesia, consigli di iniziare a leggere oggi?

«Tutti i romanzi e racconti dello scrittore texano Joe Lansdale che hanno per protagonisti i due investigatori Hap Collins e Leonard Pine. Storie esilaranti, super avventurose, coinvolgenti e spesso sconvolgenti. Hap e Leonard vivono esperienze al limite e ne passano di tutti i colori, eppure riescono ogni volta a rialzarsi; con le ossa rotte e con qualche cicatrice in più, ma sempre vivi e vincenti».

Un saluto da me e L’Incendiario al nostro amico Pino Imperatore,

Antonello Costa.

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