Jane Austen: La più perfetta tra le donne

È una verità universalmente riconosciuta che un fan di Jane Austen conosca a memoria l’incipit di Orgoglio e pregiudizio, anche in inglese. Poco c’è da dire per presentare questa meravigliosa autrice: i suoi libri sono talmente famosi che alla loro menzione si potranno avere solo due reazioni: occhi al cielo e sbuffata di chi proprio non la sopporta (praticamente chi ha cattivo gusto) e sguardo luminoso accompagnato da un gridolino di gioia di chi la (giustamente) venera. Si sarà capito da che parte sto, quindi questo non sarà un articolo oggettivo, vi avviso. All’età di 14 anni Orgoglio e pregiudizio ha rapito il mio cuore, spingendomi a leggere tutti gli altri romanzi della Austen, a imparare tutto sulla sua vita, a leggere dagli spin-offs più mediocri (Elizabeth Bennett che combatte gli zombie? Avanguardia pura) a quelli meglio costruiti (segnalo tra questi Il diario di Mr Darcy di Amanda Grange). Diciamo ora qualche life bites sull’amatissima zia Jane per chi non dovesse conoscerla, ovvero i più giovani ancora inesperti o gli adulti emigrati da un altro pianeta. Nata a Steventon il 16 dicembre 1775, nella contea dello Hampshire, settima tra i figli del reverendo George Austen e di sua moglie Cassandra Leigh. La sua vita scorre in modo alquanto sfortunato: dopo aver avuto un flirt con Tom Lefroy, nipote di alcuni vicini troppo povero per sposarla, rimarrà con la madre e la sorella per sempre, pubblicando quattro dei suoi maggiori romanzi mentre era ancora in vita, e due pubblicati postumi dal fratello. Morirà nel 1817 per una malattia, recenti studi suggeriscono un avvelenamento da arsenico contenuto in vari oggetti della vita quotidiana. Consiglio come film autobiografico per chi volesse approfondire, anche se un po’ rivisitato soprattutto nel finale, Becoming Jane di Julian Jarroldcon Anne Hathaway (preparate i fazzoletti); mentre per una biografia più completa quella del nipote J. E. Austen-Leigh è indispensabile, ma anche il saggio Jane Austen si racconta di Giuseppe Ierolli, uno dei suoi massimi studiosi italiani. 

Comincio col dire che non concordo affatto con chi definisce i suoi romanzi “romantici”. Il suo primo obiettivo è quello di critica nei confronti di una società ipocrita: attraverso personaggi esageratamente tipizzati come la madre che cerca un buon partito per le figlie, il giovane scapolo d’oro ricchissimo bramato dalle madri elencate poco fa e il cugino stupido che pensa solo a come innalzare il suo ruolo sociale, cerca di ridicolizzare la sua stessa società, evidenziando in modo sottile il suo meccanismo contorto. D’altra parte è vero, il lieto fine non manca mai, le storie si incentrano su giovani fanciulle in cerca di marito, e il finale è sempre accompagnato da almeno un matrimonio che regala quella sensazione di appagamento con il mondo che solo le storie finite bene possono dare. Bisogna però immaginare che era questo il mondo delle ragazze in età da marito del XIX secolo, causa le condizioni sociali dell’epoca: la stessa Jane è costretta a vivere con la madre e la sorella in una casa affittata per loro dal fratello, perché i suoi romanzi (inizialmente pubblicati con la dicitura By a Lady) non potevano dare una rendita sufficiente a mantenere tre persone dignitosamente. Colpa del patriarcato? Sì. Le donne non potevano avere un’entrata, né potevano ereditare possedimenti direttamente dal padre (problema spesso affrontato negli stessi romanzi), ma le donne di buona famiglia, anche piccolo-borghese, non potevano neanche guadagnarsi da vivere senza essere giudicate, perciò l’unico modo per assicurarsi un’esistenza decente era sposarsi, cosa che la Austen non vuole fare, non perché non abbia avuto la possibilità, ma perché non ha voluto. Rinunciare all’unico modo per far parte della società deve essere stata una scelta ardua per lei, come lo sarebbe stata per qualunque donna dell’epoca. In questo potrei definirla una scelta femminista: non piegarsi alle regole sociali per una combattuta indipendenza è pionieristico a quell’altezza cronologica. Ma questo non si riflette nei suoi romanzi, perché? Commenti maliziosi hanno visto nella sua ossessione per il lieto fine una sorta di rimpianto per quello che non ha avuto lei (e neanche la sua amatissima sorella Cassandra, che perde il fidanzato a causa della febbre gialla e rimane nubile), ma io vi vedo più un ennesimo riscatto sociale per le donne: tutte le sue eroine sposano l’uomo che amano, cosa al tempo davvero rara, ma non perdono la loro indipendenza perché sposano qualcuno che apprezza il loro valore al di là delle convenzioni, che le rispetta in quanto donne dotate di un cervello pensante e non in qualità di soprammobile vivente da portare di salotto in salotto nelle feste dell’alta società inglese. Non immagino Jane Austen come una zitella piena di rimpianti, anzi: molte delle sue lettere ci dimostrano un’arguzia e uno spiccato sense of humor, come si vede anche nei suoi romanzi che sono l’apice dell’ironia ottocentesca. Nelle intime lettere a Cassandra si confessa e afferma: «Ritengo che chiunque abbia diritto almeno una volta nella vita a sposarsi per Amore, se può» (Lettera del 27 dicembre 1808 a Cassandra Austen) e credo che la sua sia solo una giusta ricerca della felicità, quella a cui noi tutti aspiriamo «Desidero, esattamente come chiunque altro, di essere perfettamente felice; ma come chiunque altro, devo essere felice a modo mio.» (Ragione e sentimento, cap. 17).

Ciò che più affascina delle storie d’amore è il loro essere così ottocentesche. Per capire cosa intendo basta pensare a una normale conoscenza fra due persone ai tempi del covid: non ci si poteva toccare, ci si vedeva poco, bisognava stare alla giusta distanza e chiedere della salute dei parenti era la prima cosa da fare per buona educazione; solo che Jane Austen lo rende molto più eccitante di quanto sembri. Ma, nonostante la distanza che si frappone tra il nostro mondo basato sulle relazioni immediate che nascono nei social e il suo, quei gesti così candidi, quelle piccole attenzioni date durante un ballo o una visita a casa rendono la storia così genuina da far sognare quelle attese di una lettera, quella lentezza nello sviluppo di una relazione amorosa che a noi frenetici figli del XXI secolo sembra un’assurdità. Perché alla fine ciò che affascina dei suoi romanzi non sono solo i gentiluomini d’altri tempi o i balli di stagione a Londra, ma la poesia che si coglie in una semplicità modesta, che dà tutto quando sembra non esserci niente.

Per concludere consiglio ai neo adepti della religione austeniana di cominciare a entrare nel mondo guardando qualche film, se proprio non si vogliono affrontare i libri: l’adattamento del 2005 di Joe Wright di Orgoglio e pregiudizio con Keira Knightley e Matthew Macfadyen che personalmente preferisco alla mitica miniserie del 1995 con Colin Firth; altro film che a parer mio incarna perfettamente l’ironia austeniana è Ragione e sentimento del 1995 con un cast d’eccezione: Emma Thompson, Kate Winslet e il meraviglioso Alan Richman. Per Emma, uno dei libri più belli a parer mio, consiglio la miniserie del 2009 con Romola Garai (la ricorderete per il suo ruolo nel film Espiazione).

Gloria Fiorentini

2 commenti

  1. cinziablackgore

    Che bello trovare un’altra fan di Jane Austen! Hai ragione, i suoi non erano dei banali romanzetti romantici: lo studio dei caratteri era curato ed eccezionale ed era proprio il punto forte della sua produzione letteraria secondo me. Alan Richman era davvero fantastico in ragione e sentimento e pure la Thompson, quel film e’ stupendo. Sai, ho appena postato

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    1. cinziablackgore

      …stavo dicendo ( m’e’ scappato il dito su invia prima di terminare la frase…) che ho appena postato la mia prima recensione di un libro, se vuoi puoi leggerla e dirmi se ti piace ( ti avverto pero’, e’ quella di Trainspotting, non so quanto eterogenee siano le tue scorribande letterarie, io leggo di tutto ma so che quello di Welsh non e’ un genere digeribile per chiunque). Sottoscrivo il tuo blog e vado a nanna, buonanotte!

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