Le mani delle donne. Mara

Capitolo 1: Le mani delle donne. Nonna

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MARA

     Mara era una ragazzina che abitava nel mio palazzo e da piccoli giocavamo sempre insieme agli altri bambini della zona. Si mangiava le unghie e le pellicine delle dita in continuazione, per questo le sue mani erano sempre sporche di sangue e rovinate. Più la madre le diceva di non mangiarsele e più lei, quasi a farlo apposta, se le mangiava. Ciò che trovavo ripugnante, però, erano i pollici, perché riusciva a piegarli all’indietro in una torsione che mi pareva innaturale, come se non avesse ossa, e ci giocava davanti a tutti. Inoltre, era particolarmente sproporzionata: era molto più bassa delle sue coetanee, le braccia e le gambe erano altrettanto corte, ma le mani sembrava fossero state trapiantate da un altro corpo, erano lunghe e le dita erano spesse, mi sembravano quelle di un uomo maturo. A me, non so di preciso per quale motivo, ricordava un alieno.
Perché – vi chiederete – mi sono soffermato tanto sulle mani di Mara? Semplice, perché non avreste capito molto di quello che sto per raccontare senza sapere qualche dettaglio.    
Il primo schiaffo che si riceve da una ragazza, o da una bambina in questo caso, non si può dimenticare, è una sorta di primo bacio, ma senza il lato piacevole ed eccitante. Non posso non sorridere nel ricordarlo perché, a modo suo, mi ha segnato.
Era all’incirca la metà di giugno – avevo dieci anni – e tutti avevamo terminato la scuola. Iniziava quel periodo dell’anno in cui i bambini si incontrano e passano intere giornate a giocare a pallone, a nascondino, ad acchiapparella e a tutti quei soliti giochi che avremmo portato avanti all’infinito. C’erano proprio tutti, perché i genitori erano ancora alle prese col lavoro, ma di lì a poche settimane le vacanze ci avrebbero divisi. Uno di quei pomeriggi non avevamo voglia di trascorrere tutto il tempo in attività di movimento, perciò, quando le ombre cominciavano ad allungarsi in maniera quasi impercettibile, decidemmo di piazzarci sotto delle siepi che man mano ci riparavano sempre di più. Non sapevamo cosa avremmo fatto, ma era piacevole allontanarsi dal caldo torrido per un po’. Eravamo una decina, qualcuno era seduto, qualcun altro si era sdraiato, quando all’improvviso uno di noi, di cui non ricordo il nome, ruppe il silenzio proponendo un gioco nuovo che consisteva nel rispondere a una semplice domanda: chi o cosa ti ricorda quella persona? Avremmo dovuto farlo tirando a sorte, perciò a turno ognuno avrebbe fatto girare una pietra la cui punta avrebbe indicato il bambino in questione. Alcuni avrebbero ricevuto più risposte, altri nessuna. In pratica stavamo solo anticipando in maniera innocente i tempi del gioco della bottiglia.
“Un fiasco”, “Mia zia Marisa”, “Un albero”. Ad averla ancora la fantasia di quei tempi, forse sarei riuscito a cogliere i collegamenti che già allora mi sembrarono assurdi.
«Tocca a te», esordì Giulio rivolgendosi verso di me.
«E mo che mi invento?!», pensai. Non ho mai amato queste situazioni in cui ci si trova al centro dell’attenzione, in particolare in quel momento in cui avrei dovuto esprimere un giudizio su una persona che era di fronte a me. Quando la girai, la punta della pietra si fermò indicando Mara. Non sarebbe potuta andare peggio, perché riguardo gli altri non avevo idee precise, mentre sapevo benissimo cosa mi ricordava lei.
«E mo che mi invento?!», pensai ancora, ma con più intensità. Dovevo aggrapparmi a qualsiasi immagine mi fosse venuta in mente. Mi accorsi che Mara mi guardava con un misto di curiosità e spavento per quello che sarebbe potuto uscirmi dalla bocca.
«Ao, che te sei impallato?», mi disse Luca che sedeva alla mia destra, riscuotendomi.
«Aspe’, fammici pensare un attimo», risposi. Mi resi conto per la prima volta che sotto pressione il mio cervello si impalla per davvero, mi è successo molte altre volte nella vita. Non riuscivo a figurarmi alcun tipo di immagine.
«Non parli perché ti piace, eeeh?», disse a voce molto alta un altro ragazzino di cui non ricordo il nome. A me Mara non piaceva, ma quell’uscita mi fece arrossire lo stesso. Si sa, da bambini si è molto suscettibili riguardo certi argomenti, ci si vergogna subito. Tutti iniziarono a ripetere quel “eeeh” e a sghignazzare, prendendomi in giro e accerchiandomi stringendosi sempre di più. Quel caos mi stava facendo esplodere la testa, fin quando, esasperato, non strillai: «UN ALIENO! MI RICORDA UN ALIENO!», ma non mi sentii affatto alleggerito da quella esclamazione. Per di più, le risate e i versi non cessarono, ci volle molto perché la situazione tornasse alla normalità.
Luca stava per girare il sasso, quando ci accorgemmo che Mara non era più tra di noi. Decidemmo di andarla a cercare, prima che facesse buio. Per la prima ora tutto fu inutile. Vedevamo le ombre degli alberi, dei palazzi e delle automobili farsi sempre più lunghe. Cominciavamo ad esaurire le idee, quando io, Luca e Giulio – ci eravamo divisi in gruppi – la vedemmo in lontananza, rannicchiata contro il muro di un edificio vicino a dove ci trovavamo mentre giocavamo. Ci avvicinammo di fretta, ma quando fummo a una ventina di passi di distanza dissi agli altri di attendere. Sarei andato io, anche e soprattutto per scusarmi. Feci dei passi in avanti, ma lei mi freddò:
«Non ti avvicinare!», fece in tono perentorio. Cominciai tuttavia a camminarle incontro con passo lento, come quando non si vuole spaventare un animale e al contempo lo si vuol cercare di accarezzare. Ero a pochi metri da lei quando la vidi girarsi di scatto. Doveva aver avvertito la mia presenza. Mi guardò con occhi che non avrei saputo dire se di ghiaccio o di fuoco, tanto sembrava arrabbiata e glaciale.
«Senti… volevo chiederti scu…», ma subito m’interruppe.
«Ho detto zitto, sei sordo?!», non feci in tempo a controbattere, che la sua mano si alzò e si scagliò contro la mia guancia con una forza e una velocità che non avrei mai immaginato. Dopo avermi colpito, Mara scappò via di corsa, mentre io mi massaggiavo lo zigomo che intanto doveva essere diventato rosso. Quella sua reazione mi colse alla sprovvista. Era comprensibile che fosse arrabbiata per quanto avevo detto, ma non pensavo di meritarmi uno schiaffo. La sera, dopo essermi separato dai miei compagni, stetti a lungo a rimuginare, perché veramente non capivo. Rimasi un po’ di più del solito a rigirarmi nel letto prima di addormentarmi, ma alla fine, stremato, cedetti.
Il giorno dopo sarebbe stato problematico, ma me ne resi conto soltanto dopo pranzo, quando vidi che gli altri si stavano radunando nel cortile sotto casa mia. Non avrei potuto evitare di imbattermi in Mara di nuovo e sinceramente non avrei saputo cosa fare in quella circostanza. Quel giorno, però, non si presentò e così i due giorni successivi. La sua assenza non mi fece sentire affatto sollevato, non sarebbe durata per sempre e prima o poi avrei dovuto fare i conti con quella situazione.
Il quarto giorno, vidi dalla mia finestra Mara unirsi agli altri bambini, che sapevano naturalmente tutto dello schiaffo. All’inizio ci fu un po’ di silenzio ed imbarazzo, che venne a sciogliersi non appena si cominciò a giocare a schiaccia sette. Decisi di non scendere e di rimanere in finestra a guardarli, per sentirmi meno solo. Il giorno successivo scesi prima di tutti, portando il pallone, segno di autorevolezza e comando in tutti i gruppi di bambini. Pian piano gli altri si aggregarono, Mara compresa. Cercai, in un primo momento, di tenermi a distanza. La tattica sembrò funzionare, finché il tramonto non chiamò gli altri ad uno ad uno verso casa. Tutti, meno lei. Rimanemmo da soli e non ebbi più via di scampo. Mi venne incontro ma, più che arrabbiata, sembrava intimorita. Lo sguardo era basso e gli occhi trasudavano della vergogna innocente che solo un bambino che sta per ammettere una colpa può avere.
«Oh,» disse in tono imbarazzato. Si interruppe come per farsi forza, poi proseguì: «scusa per lo schiaffo.»
«Scusa tu per la cosa dell’alieno.», risposi subito, come per levarmi un peso dallo stomaco.
«No, davvero. Sc… scusa.»
Sentivo che avrebbe voluto continuare a parlare, ma non feci domande. Ad un certo punto vidi che prendeva un respiro più lungo tra quelli affannosi di prima.
«Tu mi piaci», proruppe mangiandosi qualche lettera. Non feci in tempo ad ascoltare quella frase che lei era già corsa via, facendo girare al massimo le sue gambe corte. Rimasi del tutto stupefatto per quello che avevo ascoltato. Chi se lo sarebbe aspettato? Io piacere a una bambina, alla quale per giunta avevo anche dato dell’alieno?!
La notte faticai a prendere sonno, sentivo un inspiegabile peso che mi si era piazzato sullo stomaco. Mi alzai tardissimo – credo fosse quasi mezzogiorno – e dopo aver fatto colazione mi resi conto di cosa era successo: avevo infranto per la prima volta il cuore di qualcuno. Mi sentii in colpa in una maniera che oggi non saprei descrivere. Quello schiaffo non era rabbioso, era lo sfogo di una bambina che si era presa una cotta per me e aveva espresso il proprio dolore nell’unico modo che l’istinto le aveva suggerito per difendersi.  Avevo infranto il cuore di Mara per la prima volta in vita sua. Le sue mani furono un monito per il futuro. Lei continuò a giocare con me e a non piacermi, io scoprii che esercitare cautela nelle situazioni di stress è necessario.

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