SEMBRAVA BELLEZZA

Un titolo che più azzeccato non poteva essere. Un flusso di parole e pensieri che si fondono sulla pagina. Una confessione a cuore aperto. Forse, troppo aperto.


Teresa Ciabatti ci conduce fra le maglie di una quasi autobiografia («I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’età di mia figlia, il luogo di residenza, altro», p.7), dove diventa difficile, procedendo, discernere vero da inventato, forse perché sotto sotto si spera che di vero ci sia ben poco. La scrittrice, oggi quarantacinquenne, ripercorre in maniera caotica la sua adolescenza, con continui salti in avanti al tempo della storia, quasi a voler trovare una correlazione fra quanto accaduto prima e quanto sta vivendo oggi. Forse più che una correlazione, un riscatto. Il romanzo è infatti una sorta di resa dei conti: lo scontro finale con una vita che non le ha dato quello che voleva – in primis un fisico perfetto, ossessione costante all’interno della narrazione, una famiglia benestante, la tanto bramata popolarità ai tempi del liceo – ma su cui ora si è presa una rivincita, sostiene, affermandosi come scrittrice, moglie, madre.


Eppure questa non è una storia di riscatto, di risalita, ma di discesa, di caduta rovinosa: la Ciabatti, per sua stessa ammissione, afferma: «La mancanza di empatia, l’assenza di pietà verso il prossimo, specie se fragile, è uno dei lati del mio carattere. Se devo descrivermi: intelligente, anaffettiva» (p. 81). Un tono supponente guida il lettore tra le ombre più recondite di una psicologia tutt’altro che lineare: delirio di onnipotenza alternato a ossessività, il costante contrasto fra l’adolescente insicura e l’adulta che di sicurezza ne ha fin troppa.


A fare da coro ad una voce che vorrebbe essere solista è il personaggio di Federica, amica dell’autrice, persa di vista negli anni precedenti ma a cui si è riavvicinata, più per volere dell’amica che suo. Ed è proprio dalla figura di Federica che si dipana il vortice più nero del romanzo, il nucleo centrale di una narrazione a tratti surreale: Federica e la sorella Livia, una creatura perfetta, stando alle parole dell’autrice, che sembrava avere tutto quello che a lei mancava, ma che improvvisamente, per sfortuna, o forse no, diventa il fantasma della ragazza che era. Attorno a questo nodo centrale, si muovono tante altre figure: l’ex marito dell’autrice, la figlia, i numerosi amanti.


Un romanzo che riesce a tenere con il fiato sospeso, indubbiamente; ma che delude non poco nel finale, forse perché in fondo speriamo sempre nel lieto fine. Una confessione fin troppo sincera, stucchevole a tratti, che sembra quasi voler invocare, pretendere, perdono e approvazione.
Il titolo è azzeccato: sembrava, bellezza.

puoi vagamente immaginare le volte che ho desiderato essere te? I tuoi capelli, le tue gambe. Cosa avrei fatto se fossi stata lei per un giorno, datemi un solo giorno, basta un giorno

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