SE MI AMASSE DAVVERO

Il bar era piuttosto affollato, e dovettero guardarsi attorno per diversi secondi prima di trovare un tavolo libero. Si sedettero l’uno di fronte all’altra; lei armeggiava con la zip della felpa, lui continuava a grattarsi il viso, le dita affondate nella barba.
Quando arrivò il cameriere, non si erano ancora rivolti la parola.
«Ciao ragazzi, cosa vi porto?».
«Due aperitivi, grazie» rispose lui.
«Perfetto» disse il cameriere, armeggiando con il cellulare «…e da bere?
«Io prendo un negroni…».
La ragazza non rispose, continuando ad armeggiare con la zip. Il cameriere la guardò interrogativamente per qualche secondo, prima che il ragazzo rompesse il silenzio: «E spritz…va bene?». Lei annuì.
Il cameriere se n’era già andato da un po’, quando lui si decise a guardarla di nuovo. Aveva profonde occhiaie a cui gli strati di correttore avevano conferito una sfumatura grigiastra.
«Che hai fatto di bello oggi?» azzardò.
«Solite cose… Ho inviato il curriculum all’agenzia immobiliare di Federico. Cristina mi ha detto che qualche settimana fa
cercavano qualcuno per rispondere al telefono, sbrigare commissioni, cose così…»
«Beh, se cercavano qualche settimana fa ormai avranno già trovato. Come mai Cristina te l’ha detto solo oggi?».
«Lo so da qualche giorno».
«E come mai non sei andata subito? Di persona magari?»
«Ho avuto da fare…». Aveva la voce impastata, come fosse sul punto di piangere. Deglutì, dopo qualche secondo aveva ripreso il controllo. «Sì, ho continuato a rimandare perché volevo riscrivere il curriculum ed andare di persona, poi non ho fatto né l’una né l’altra cosa. Perché sono inconcludente, dispersiva e perennemente depressa senza alcun motivo, no?».

Adesso le occhiaie erano contratte in un’espressione di sfida.
«Non intendevo dire questo…» provò a giustificarsi lui «…è che dici di voler fare mille cose, e poi non riesci ad inviare
un curriculum…». Si pentì immediatamente di averlo detto, ma ormai era troppo tardi. Notò che le tremavano sulle labbra tutte le avvisaglie di un’imminente crisi di nervi. La terza, quella settimana, calcolò mestamente. Decise di darle un po’di tempo, sperando lo usasse per calmarsi, mentre il cameriere disponeva sul tavolo cocktail, pizzette e monoporzioni di pasta riscaldata dall’aspetto poco invitante. Stavano insieme da quattro anni, lei si era laureata da due ed era disoccupata da uno. Per un po’ aveva lavorato in un pub. La paga non era granché, ma sembrava sufficiente a renderla serena e farle pesare meno l’idea di vivere ancora con i suoi genitori. Dopo qualche mese, però, era diventata triste. Sosteneva di non avere più tempo per scrivere e disegnare (occupazioni alle quali, in realtà, si dedicava ben poco anche durante gli anni dell’università) e di sentirsi sempre più demotivata (di questo si lamentava da sempre, anche se ogni volta ne parlava come di un fatto eccezionale).


Si era licenziata. Per un po’ aveva effettivamente scritto e disegnato. Lui era certo di averla spronata ed incoraggiata,
complimentandosi spesso e provando a proporle sistemi per rendere quelle passioni sostenibili e remunerative. Le aveva pagato persino un corso online di grafica 3D. Lei però non ne era entusiasta, anzi, sembrava rabbuiarsi ogni volta che affrontavano il discorso. Probabilmente aveva addirittura contribuito a demotivarla, anche se non avrebbe saputo spiegare come o perché; di fatto, lei aveva smesso di parlargli di quest’acquerello o quella poesia ed era di nuovo sprofondata in una cupa apatia. I soldi erano finiti. Lei manifestava dispiacere all’idea che lui le pagasse il cinema, la cena, le sigarette, ma non rifiutava mai apertamente e da qualche tempo aveva smesso di tentare di giustificarsi.

«Sono quasi sicuro di avere in casa soprammobili più saporiti di questa pizzetta…», tornò all’attacco lui, masticando con un’esibita espressione di disgusto che si augurava le apparisse buffa.
«Mi dispiace di averti costretto a pagare per un aperitivo che ti fa schifo» rispose lei.
Lui abbassò lo sguardo e si mise a giocherellare con un’oliva. Si sentiva frustrato. Stava facendo del suo meglio per aiutarla. Bastava che lei fosse più concreta, che decidesse cosa voleva fare e lo facesse, come tutti.
«Pensavo che potremmo trasferirci. Ricominciare insieme, magari a Torino… non ci sono mai stata, e in una grande città avrei di sicuro più possibilità. Sono sicura che un ambiente culturalmente stimolante mi farebbe bene» disse la ragazza, tutto d’un fiato.
Lui sentì la rabbia montargli nel petto. Talmente improvvisa da lasciarlo in apnea. Con la testa fluttuante nel vuoto, il flusso di parole poteva scaturire senza alcun filtro.
«E come pensi di fare? Hai dei soldi da parte? Dovrei lasciare il lavoro per ricominciare non si capisce bene cosa?».
«Ma tu lavori da casa, mi hai sempre detto che un posto valeva l’altro…», provò rispondere lei, di nuovo sull’orlo del pianto.
«E cosa faresti, lavoreresti in un pub? Cioè esattamente la stessa cosa che potresti fare qui, ma che non vuoi fare perché… perché?»

«Quanto ancora devo aspettare? Quando la smetti con tutte queste stronzate?».
Sapeva di essere stato ingiusto, eppure continuava a sentirsi l’unica vera vittima di quell’assurda situazione. Dopotutto, se lei lo avesse amato davvero avrebbe fatto qualcosa, qualsiasi cosa, invece che dare sempre tutto per scontato continuando a pretendere comprensione.
Lei non disse niente. Le occhiaie erano immobili adesso, e sopra ci stavano appoggiati due occhi vuoti. Prese lo zaino, se lo mise sulle spalle ed uscì lentamente dal bar, senza guardare nessun punto in particolare.
Lui sapeva che avrebbe dovuto seguirla, e probabilmente lo desiderava più di quanto non avesse mai desiderato niente in vita sua.

Ma non lo fece.

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