L’anno che a Roma fu due volte Natale

L’anno che a Roma fu due volte Natale, di Roberto Venturini, SEM editore

«Vestiti da Sandraaa che io faccio il tuo Raimondooo».

Stavolta è andata così. Mi piace aprire con una citazione, ma chi ha detto che dev’essere tratta dal libro che sto recensendo? Questa frase viene urlata da Calcutta nella canzone Del verde (2015) e forse ha contribuito a riportare in auge il mito della storica coppia della televisione italiana.

Perché in fondo si potrebbe dire che questo romanzo ruota tutto intorno a Sandra e Raimondo, a ciò che sono stati e a ciò che hanno rappresentato. Casa Vianello era un po’ la casa di tutti noi, che ridevamo ogni volta che Sandra scalciava sotto le coperte e che abbiamo pianto al suo fianco quando nel 2010 ha accompagnato il feretro di Raimondo, poi raggiunto a distanza di pochi mesi – anche se i due fisicamente hanno trovato sepoltura in città diverse.

I coniugi Vianello sono stati la coppia più salda e tenera che la Mediaset ci abbia mai regalato, autentica ma allo stesso tempo scanzonata, perché quando tutta Italia ti sta guardando devi darle qualcosa per cui sorridere. Ma i Vianello sono anche quel sapore dolceamaro che ci sale in bocca quando guardiamo un gruppo di bambini giocare in spiaggia, magari al tramonto, e la paletta e il secchiello e proprio quella luce ci ricordano di tanto tempo fa, quando il castello lo costruivamo noi e Sandra e Raimondo erano ancora vivi, pronti a farci divertire non appena, ancora sporchi di sabbia, fossimo tornati a casa e avessimo acceso sul 5.

Si può dire che L’anno che a Roma fu due volte Natale sia un po’ un concentrato di quella sensazione. È la storia di Marco e di sua madre Alfreda, del loro tentativo di tirare avanti nonostante la tragica scomparsa di Mario, padre e marito insostituibile, e delle loro strane compagnie in una Torvaianica d’inverno, malinconica e gelida. Marco si sta buttando via, trincerato nella sua dismorfofobia cui cerca di rimediare con rapporti promiscui e un eccesso di erba. Alfreda ha invece deciso di tumularsi nel suo villino, di accumulare strati di adipe sulla sua bellezza sfiorita e oggetti inutili che la renderebbero la protagonista ideale di un episodio di Sepolti in casa. Nella speranza di scongiurare lo sfratto, che sembra ormai imminente, intervengono gli amici di sempre: er Donna, travestito conosciuto in tutto Villaggio Tognazzi, e Carlo, il pescatore al fianco del quale Mario perse la vita. Ma sarà il sogno di vedere ricongiunti i coniugi Vianello a dare tutta un’altra piega a queste vite sole e (forse solo apparentemente) grigie.

Da abitante di Roma Sud, le accurate descrizioni del mare d’inverno – e di tutta la sfera emozionale che esso riesce a coinvolgere – mi hanno subito presa, conducendomi con scioltezza in questa scrittura ironica e a tratti spumeggiante. Ma dietro ai riferimenti al cinema trash e alle battute, è evidente che la linea guida del libro non è il riso ma la malinconia. Una malinconia egregiamente evocata, che prende la forma di una pubblicità anni Novanta, dell’ambitissimo Scolapasta d’oro che Ugo Tognazzi attribuiva al vincitore del suo torneo di tennis, del ghiacciolo succhiato in spiaggia, di una canzone, di una merendina, di un’automobile che la Fiat non produce più da almeno vent’anni, di un attore che il palinsesto televisivo sembra aver ormai dimenticato. Forse proprio in questo Roberto Venturini si è perso (e ha finito per perdermi come lettrice): una malinconia sporadica e legata ad un profumo o ad un nome captato per caso è una malinconia sana. La malinconia di Alfreda è invece la degenerazione di quest’emozione, che si fa accumulo seriale e finisce per soffocare. Ecco, immagino che, con questi continui riferimenti ai tempi andati, l’autore abbia voluto plasmare in scrittura la monomania della protagonista, ma la sensazione è che se ne sia fatto travolgere e ne abbia in conclusione perso del tutto il controllo. L’evocazione del continuo piangersi addosso dei personaggi funziona per le prime cinquanta pagine, poi collassa nello sfoggio del tutto gratuito della cultura nazional-popolare italiana degli ultimi decenni.

Infine – ma questo è un giudizio tutto personale, suppongo guidato dalle mie radici romane –, non ho apprezzato la scelta del corsivo per le parole dialettali, che rende il loro inserimento nel narrato poco fluido e un po’ affettato: insomma, penso che ingarellato, zeppola e smucinare fossero termini perfettamente limpidi da sé e, nel caso non lo fossero per un lettore non autoctono, non credo sia il corsivo ad agevolarne l’individuazione né tantomeno la comprensione. L’anno che a Roma fu due volte Natale è spigliato, leggero e malinconico, ma è come se la sabbia del litorale fosse finita anche tra gli ingranaggi che mandano avanti la narrazione; probabilmente, se fosse stata sforata la duecentesima pagina, il meccanismo si sarebbe definitivamente ingolfato. La brevità e l’ironia rendono questo romanzo gradevole e scorrevole, tuttavia è innegabile che la verve venga meno poco a poco, per poi esaurirsi del tutto. Da leggere se si ama rifugiarsi nei ricordi e rivivere emozioni dimenticate, non se si cerca il libro rivelazione o il futuro Premio Strega – che a mio avviso, in tutta sincerità, non merita.

di Collins

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