Borgo sud

Adriana ha legato la sua creatura a una storia di disgrazie e miracoli, morti e sopravvivenze: la storia disadorna della nostra famiglia (p. 11). Borgo sud, ultima fatica letteraria di Donatella Di Pietrantonio, è una storia di crepe, fratture, cocci rotti e rimessi assieme, resilienza ai mille (forse troppi) colpi inferti dal destino; una fenice condannata ad un ciclo continuo di morte e rinascita, proprio come Adriana.

Personaggio irrequieto, pronto a rimescolare le carte della vita, propria e altrui. Esiste e resiste, combatte e scompare: un’epifania che irrompe ad intermittenza portando la gioiosa follia e l’estenuante impazienza di chi non conosce stasi. La sua forza prende corpo, sembra ergersi dalle pagine del libro e tendere la mano al lettore per coinvolgerlo nel turbinio del suo viaggio.

L’illusoria quiete del romanzo e della voce narrante – l’anonima sorella di cui ci è concesso conoscere tutto, fuorchè il nome – viene stravolta dall’irrompere di Adriana, in una notte di inizio estate, con al seguito l’ennesima sorpresa: il piccolo Vincenzo. Un senso di pericolo imminente è palpabile, eppure sia il lettore che la narratrice saranno tenuti al di fuori della cripta inaccessibile che alberga nel cuore della protagonista.

Inizia un viaggio doloroso: Adriana diventa una pietra di paragone, un’occasione temuta e desiderata dalla narratrice per raccontare sé stessa e fare bilanci: per tessere, in sostituzione alle Parche, la trama della sua esistenza e scoprire inaspettatamente un percorso zigzagante.

Le due sorelle sono legate in modo complesso e inestricabile: due fili stretti, intrecciati, l’una specchio dell’altra. Uno Yin che necessita del suo Yang per giungere alla completezza. Le irruenze di Adriana fanno da contraltare alla vita in apparenza lineare della narratrice. Tuttavia, le Parche, apparentemente messe all’angolo, torneranno a tessere trame inaspettate.

Forse allora alla parte forte del romanzo – il continuo disvelarsi reciproco delle sorelle, il ferirsi per poi curarsi a vicenda, l’essere una il punto di riferimento per l’altra– fa da contraltare il pericolo di polarizzazioni, di yin e di yang che espellono il proprio complementare.

L’irrequieta antieroina Adriana è inevitabilmente attratta dal regno dell’instabilità di Rafael, marinaio tutto riccioli e abbronzatura, moderno albatro baudelairiano – fin troppo yin – maestoso in alto mare, fragile e violento sulla terra ferma. Al polo dello yang fa da contraltare l’apparente vita regolare della narratrice, studentessa prossima alla carriera accademica: proprio all’università incontra Piero, la Pescara bene con un posto già assegnato al tavolo del futuro. Bello e impossibile e il matrimonio sa veramente da fare: la narratrice, acculturata cenerentola abruzzese, lascerà il suo atavico paesino di origine. Di fronte a lei, una scala sociale da ascendere; di fronte a Piero, le pendici altrettanto impervie del Gran Sasso e quelle dell’accettare la sua vera identità. Naturalmente allo yin tenebroso spetterà un figlio e un’esistenza tormentata, allo yang la vita da eterna coppia di sposini.

Insomma, nel bene e nel male i personaggi si delineano nel rapporto con un altro. Una tensione tra opposti che si attraggono e respingono fino a forzare i confini che delimitano gli individui e a farli esplodere, contaminare ed arricchire a vicenda. Tuttavia, quando questa spinta di attrazione-repulsione non forza abbastanza i personaggi e non crea l’incontro-scontro con l’altro –la luminosa donna che si appoggia alla figura scura della copertina – le polarizzazioni si sclerotizzano: un’eccessiva energia negativa verrà catalizzata dall’esplosiva coppia dello yin. La crepa allargatasi a vista d’occhio porterà ad un – prevedibile – epilogo tragico.

Alla presunta luminosità della Pescara di Piero fa da contraltare il brulicare di vita di Borgo sud, il lato della città che vive in rapporto osmotico con il mare. Il quartiere evoca i gettonati rioni popolari: la vita nel bene e nel male scorre in simbiosi con la comunità – che sa aiutare ma anche chiudere le porte e far sì che uno spettacolo violento venga messo in scena di fronte ad una platea vuota. E l’irruenza di Adriana la attira magneticamente in questa parte della città dove la vita – deus ex machina che si diverte a tendere e lasciare i fili dei burattini che governa – non le risparmierà nulla. Una favolaccia marinaresca, in cui ognuno recita il ruolo che ci si aspetta. A controbilanciare l’antieroe yin subentrerà il suo complementare yang, Vittorio, amico di infanzia ed angelo custode di Adriana, che cercherà di strapparla al lato oscuro e chissà che nella nuova vita che si prospetta alla donna nell’epilogo non ci possa riuscire.

A Borgo sud l’aria sa troppo di salsedine, il mare ha incrostato i balconi di case fatiscenti e gli angoli di personaggi spigolosi; la Pescara di Piero sa troppo di dentisti, arrampicate e tennis. Anche la narratrice oscilla tra due poli, la sua nuova vita accademica a Grenoble e l’Abruzzo ancestrale, affasciante e primitivo, terra d’origine in cui l’irruenza di Adriana e la sete di conoscenza della sorella mal si conciliano con una vita monolitica, infastidita dalle spinte centrifughe delle due ragazze: di risposta, la maledizione che la madre lancia ad Adriana durante uno degli ennesimi litigi furiosi e che imprimerà al destino della protagonista una svolta sinistra.

Forse allora il vero protagonista del romanzo è il mare: la stessa natura incontenibile, ribelle, maestosa e burrascosa alberga in Adriana. Lo sciabordare rivive nell’andirivieni spazio-temporali della storia: duplice effetto, cullante e nauseante. Un viaggio personale, intimo e familiare, inaspettato come quando si prende il largo ma alla fine non si attende altro che toccar terra.

Eleonora Bufoli

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