AL ROGO LO STREGA!

Nel 1985 Enzo Biagi intervistava alcuni dei maggiori cantautori italiani di tutti i tempi: Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Guccini e un giovane Pino Daniele. Quella che è stata la crème de la crème della musica dagli anni ‘60 fino agli anni ‘90 grossomodo, riunita intorno ad una domanda posta dal presentatore molto più complessa di quanto sembri: “ma è utile questo Festival di Sanremo?”
Chi conosce anche un minimo questi personaggi sa già cosa aspettarsi dalle risposte e dalle analisi che hanno potuto fornire.
De Andrè affermò che se avesse partecipato avrebbe dovuto esprimere i propri sentimenti, che “non possono essere argomento di competizione”. Il rischio, continua, è quello di reazioni dilatate di fronte alla “sconfitta più morale che professionale”, riferendosi al collega Luigi Tenco, morto suicida per protesta dopo l’edizione del ‘67. De Gregori sostenne che, benché fossero presenti molti artisti differenti, quel palcoscenico non riassumesse “il meglio della produzione italiana degli ultimi dieci anni”. Dalla lo definì utile per sé stesso in principio, ma poi, riferendosi alla tragedia di Tenco e alla propria idea di musica, ne criticò il “gioco del massacro” compiuto nei confronti dell’artista e “l’ochismo” che le presentatrici erano costrette a mettere in atto poiché era ciò che il pubblico domandava. Guccini affermò la reciprocità del rapporto tra sé e Sanremo, “io non voglio Sanremo e Sanremo non vuole me”, in fondo, il suo genere di canzoni non si prestava a quella richiesta che era insita in un determinato tipo di spettacolo. Per concludere, Pino Daniele criticò, come gli altri, il concetto di gara accostato a quello di festival, che invece ha molta più libertà in sé. 
L’intervista si trova facilmente su Youtube e inizia a circolare ovunque quando l’inizio del festival si avvicina. Avendola incontrata più di un anno fa, ho avuto molto tempo per rifletterci sopra, benché già in precedenza mi ritenessi un accanito avversario di gare artistiche, un non-senso a livello di significato. Ora, come ben sapete, stiamo recensendo i libri che concorrono al Premio Strega e la riflessione è diventata per me quasi ossessiva. 

Dunque, declinando le parole di Enzo Biagi: ma è utile questo Premio Strega?

Partendo dal presupposto che l’analisi prende in considerazione tutti di premi letterari di questo genere e basandosi sulle riflessioni proposte in precedenza, voglio provare a rispondermi.
– No, non è utile. 
– E che finisce così?!
– No, no, fammi spiegare. Non voglio essere banale, ma prima fammi riassumere il funzionamento del concorso.

Il Premio Strega nasce nel 1947 da un’idea di Maria Bellonci e Guido Alberti e prevede la selezione di opere in base alla segnalazione (un’opera a testa) da parte degli elementi del Comitato direttivo o degli Amici della domenica che compongono da sempre la giuria dello Strega. Il numero di opere partecipanti è dodici (la dozzina) e i voti sono 660 da fornire in maniera anonima. Se vengono segnalati più di dodici libri, la restrizione del campo è affidata al Comitato. Dal 2010 anche i voti dei lettori hanno un certo peso e possono essere segnalati attraverso librerie indipendenti.
– Vabbè, ho capito, adesso argomenta però.
– Sì, tranquillo, ora parto col pippone.

Come affermato da De Andrè, la musica, concetto che si può estendere a tutto il campo artistico, quindi anche quello letterario, è una questione di espressione dei propri sentimenti e questi non possono essere messi in competizione. E per sentimento non si deve pensare alla scrittura che si dirige verso il sentimentalismo, che è ben altra cosa. Ogni opera ha un sentimento alla base, inteso come un qualcosa che si sente, un qualcosa che si muove dentro, un’esigenza se vogliamo, che non è giudicabile e non si può confrontare. Sebbene non si tratti di un festival, la denominazione di premio e la selezione arbitraria di un certo numero di opere è già di per sé un lavoro esclusivo. 
Primo punto: criterio soggettivo. Per quanto i giurati e i votanti possano optare per scelte il più possibile obiettive, il gusto personale è sempre un elemento di enorme peso in una scelta del genere: banalmente c’è chi ama un artista e chi lo disprezza per le sue opere. Non è questione di valore, è gusto personale. Anche in questo caso si può dire che ci sia un sentimento, che è quello con cui ci si approccia alla lettura, o quello che la stessa lettura può suscitare. A farci caso, è spiazzante il modo in cui, in base al contesto, possa variare la percezione di un approccio, perché la soggettività è quanto di più auspicabile nel mondo letterario ed è alla base della lettura e dell’approccio ad essa. Ognuno trova in un libro qualcosa che lo riguarda, qualcosa che lo colpisce e lo attira, in maniera positiva o negativa, ma quando si passa dalla individualità al giudizio per stilare una classifica, allora cambia tutto.
– E allora? I gusti so gusti, no?
– Per carità, ma allora sponsorizza il libro senza gara o pretesa di oggettività.

Secondo punto: competizione. Anche se in questo caso risulta più attenuata rispetto a Sanremo, la competizione è la morte del concetto stesso di arte. Come già avevo espresso in un articolo precedente, la letteratura non deve e non serve, dunque non ha il ruolo di dover essere più bella, più gradevole o più votabile. Il premio è un soprammobile che si trova lì per paura che la stanza sembri troppo vuota: c’è, si vede e fa sempre la sua figura, ma se non ci fosse, nessuno noterebbe la sua assenza e il vuoto sarebbe riempito da libri di generi differenti.
– Ho capito, ma la competizione è una cosa umana, leviamoci pure quella e ci spariamo in fronte.
– Per le competizioni ci sono centomila sport e mille altri settori della vita che ne sono pieni e sono felicissimi di accogliere tutti senza distinzioni. 

Terzo punto: criteri. A parte il gusto meramente soggettivo, dobbiamo tenere in conto altre componenti che possono influenzare il voto. Se già ci troviamo all’interno del trionfo dell’arbitrarietà (come per certi versi lo è anche quello dell’editoria, a cui però va aggiunta una buona dose di aleatorietà), dobbiamo pensare a quante sono le influenze esterne. Innanzitutto, quanto la moda o il genere dominante possa gravare sia sul gusto che sulla scelta. Quanto trovandosi all’interno del mondo culturale le correnti che vanno per la maggiore possono influire? Quanto la presenza di un genere, concetto vaghissimo per cui è meglio parlare di tipologia di testo narrativo, che va per la maggiore può cambiare le sorti? Inoltre, non va nemmeno esclusa l’idea di vendibilità. Vero è che di solito i libri candidati sono stati già largamente letti prima del premio, ma la vittoria o la semplice candidatura possono fornire un input alle vendite non indifferente. Di certo, l’insieme di tali elementi può pesare sulla scelta finale, per mille e mille ragioni che non voglio trattare perché andrei fuori argomento. 
– Alea… che?
– Aleatorietà. 
– …
– Fortuna.
– Aah… Ma se vendono ci sarà un motivo, no?
– Sicuro, ma vendita non è per forza sinonimo di qualità, quindi il discorso non c’entra.

E allora, per riprendere una locuzione cara a Leopardi: a chi giovano questi premi? 

Qui sorge la contraddizione. Per quanto criticati e criticabili, sono stati per moltissimi l’occasione per emergere o per confermarsi nel mondo letterario (Bassani, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che lo vinse postumo, Natalia Ginzburg, Bufalino). Testi importanti, pietre miliari a volte, e mi sono limitato a quattro esempi, ma se vogliamo avvicinarci ai giorni nostri, troviamo opere di rilievo come M. il figlio del secolo di Scurati, La scuola cattolica di Albinati, Le otto montagne di Cognetti. Sorge la contraddizione perché fino ad ora ne ho parlato criticandolo (sempre come esempio di molti), eppure un gran numero di testi ha avuto lo spazio che meritava anche grazie a questo riconoscimento che, in un periodo dispersivo dal punto di vista artistico, ha indirizzato molti verso opere di valore. 
– E allora scusa, ma tutto quello che hai detto fino ad ora cede davanti ai fatti?
– No, amico mio, per certi versi i fatti rafforzano ciò che dico, ma cercavo di trovare, come si dice, il lato positivo.
– Però ben venga che certe opere si siano affermate, no?
– Ma certo che sì, dico solo che anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte. 

Premiare un testo valido non riabilita l’idea che sta dietro a tutta la struttura del premio stesso ci siano delle fallacie. Il giudizio del personale incaricato ha sicuramente un peso di rilevo, tuttavia, per quanto detto in precedenza, non basta a giustificare la messa in competizione, la soggettività – che è invece la caratteristica distintiva della letteratura fuori da questo contesto – e i vari parametri di cui si potrebbe ampiamente discutere.

A chi giova?
A chi attraverso il premio ha ottenuto fama o riconoscimento; a chi ad esso deve la crescita del proprio nome e della propria arte; a chi ne ha tratto vantaggio. La letteratura ne esce danneggiata nella sua natura, si presta sempre di più a logiche che non le appartengono e che ne sviliscono la nobiltà (non nel senso snob del termine), perde parte della propria essenza e della sua purezza in questo senso, sebbene rimanga sempre sé stessa al di là delle distorsioni. 
– Quindi non è utile alla letteratura, dici questo?
– Sì, dico questo.

Per rimanere in tema, questa settimana pubblicheremo la mia recensione del candidato al Premio Strega Giulio Mozzi con la sua opera Le ripetizioni. Un testo complesso, da non prendere sotto gamba e da seguire dalla prima all’ultima pagina tra snodi temporali, colpi di scena, distorsioni della memoria e tanto scavo interiore legati al protagonista Mario. Poca trama e tanti temi e struttura: un esperimento arduo e una sfida a sé stesso e al lettore. Sarà una soluzione riuscita?

Fiorenza Fortini ci propone un  breve racconto inedito in cui la realtà si unisce all’immaginazione nella visione di una bambina ritorta, da cui il testo prende il titolo, che si intrufola nella vita di una donna insoddisfatta con effetti tra il comico e il grottesco, sempre condito da una dose di dolcezza nella narrazione.

“[…] Voi critici, voi personaggi austeri, militanti severi chiedo scusa a vossia.” (F. Guccini, L’avvelenata).

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