La bambina ritorta

Ormai, Delia vedeva la bambina ritorta ogni giorno.

Compariva già nel pomeriggio. Stava seduta sulla poltrona preferita di Giancarlo, il marito di Delia, tutta intenta a guardarsi le mani nodose. Ruotava lentamente il polso scheletrico, stringeva i pugni, piegava le dita e poi le distendeva, tenendo lo sguardo fisso sui suoi stessi movimenti. Si riscuoteva solo quando Giancarlo, finita la cena, si metteva in cerca del telecomando. Come rispondendo a un segnale convenuto, la bambina si alzava e sgusciava via, sgattaiolando verso le scale.

 A quel punto, Delia guardava la poltrona fino al momento in cui suo marito, preso possesso del telecomando, non ci si lasciava cadere pigramente sopra; la divertiva lo spettacolo di quella rapida sostituzione.

Non c’era da sperare che Giancarlo le rivolgesse più la parola, perso com’era nel solito zapping tra Netflix e Primevideo: iniziava una serie tv, ne continuava un’altra, guardava venti minuti di un film e dieci di un altro, controllava i risultati delle partite. Così, Delia seguiva la bambina ritorta al piano di sopra. Non la vedeva subito: prima doveva lavarsi, mettersi il pigiama, scegliere accuratamente un libro che poi non avrebbe letto, infilarsi sotto le coperte. Riappariva in quel momento, seduta al suo fianco, le gambette rinsecchite ripiegate a formare angoli assurdi. Delia provava a inclinare il libro per attirare la sua attenzione, ma nemmeno la bambina sembrava interessata alla letteratura: guardava verso il basso e scuoteva sconsolatamente le spalle gobbute. Era ancora lì quando Delia spegneva la luce e si addormentava; al risveglio non la vedeva più, nuovamente sostituita da suo marito.

Andava avanti già da qualche mese, quando una mattina, a colazione, Giancarlo le annunciò che sarebbero andati a cena fuori. La notizia la riempì di gioia al punto che mise il bollitore sulla fiamma viva, distratta com’era dal passare mentalmente in rassegna tutti i ristoranti in cui le sarebbe piaciuto andare. La puzza di plastica bruciata la fece tornare al presente, appena in tempo per fermare il marito sulla soglia di casa e chiedergli se avesse voglia di accompagnarla a comprare un vestito per l’occasione. Lui rise all’idea, chiedendole se volesse mettersi in competizione con la moglie del direttore del marketing. Il direttore del marketing? Quella mattina, Giancarlo arrivò in ufficio con cinque minuti di ritardo perché dovette spiegare a sua moglie, per la seconda volta, che quella sera erano stati invitati all’annuale cena aziendale.

Rimasta sola, Delia intercettò il suo riflesso nello specchio all’ingresso, telefonò alla parrucchiera e riuscì a strapparle un appuntamento per il primo pomeriggio: la solita piega mossa, elegante ma non appariscente, giusto un po’ di volume alle radici. Era importante che suo marito facesse buona impressione, ma un aspetto curato sarebbe stato più che sufficiente, non c’era bisogno di comprare alcun vestito.

Tornando a casa, le venne in mente di passare dal Conad per una spesa veloce. Si diresse verso le cassette della verdura fresca per valutare cosa comprare, ma il passaggio era ostruito da madre e figlia che, di spalle, se ne stavano immobili davanti al banco frigo. Quando finalmente la donna si mosse, dirigendosi verso la cassa, la bambina non la seguì; Delia impiegò qualche istante a notare i piedini, nudi e rattrappiti, che sbucavano dal vestitino a fiori. Non aveva mai visto la bambina ritorta fuori di casa, alla luce dei neon il visetto sembrava più avvizzito e cereo che mai.

Il vestitino a fiori era identico al suo.

Delia percorse il tragitto verso casa camminando lentamente, cercando di pianificare mentalmente le cose da fare durante il corso della giornata. Quando la porta dell’ingresso si chiuse alle sue spalle rimase ferma all’ingresso, guardando un punto indefinito davanti a sé. Impiegò qualche minuto per convincersi a chiamare Giancarlo. Non si sentiva bene. No, niente di grave, un forte mal di testa, solo che non se la sentiva di andare alla cena con lui. Ma certo che poteva andarci da solo, anzi! Più tempo per parlare di lavoro, no? Tra l’altro così non doveva neppure passarla a prendere, poteva andare direttamente in pizzeria con gli altri… lei si sarebbe messa immediatamente a letto.

Quando chiuse la chiamata le tremavano forte le mani, ma non si diede tempo di interrogarsi sul motivo. Andò al piano di sopra, tirò fuori dall’armadio un paio di sandali neri con il tacco alto che non metteva dalla comunione di chissà quale nipote, li indossò con calma. Uscì di nuovo di casa e si diresse senza esitazioni verso un bar poco distante, in cui non era mai stata. Ordinò una bottiglia di vino bianco e un tagliere, constatò che nessuno badava a lei e poco dopo aggiunse all’ordine anche pizzette e tramezzini. Inizialmente si impose di guardare il cellulare spesso, per sembrare indaffarata, ma dimenticò ben presto quel proposito, concentrata com’era sulle sue sensazioni. Il vino le prudeva sulla punta del naso, il formaggio lasciava l’interno delle guance ruvido e salato. Aveva qualche briciola sotto le unghie, sorrideva nel vedersi i polpastrelli unti. Fu un aperitivo lentissimo, tanto che quando si alzò dal tavolino era già sera. 

A casa, fece la doccia da seduta, l’acqua bollente che le spioveva sulle spalle. In pigiama, prese un libro qualunque abbandonato su una mensola, si infilò sotto le coperte e si immerse nella lettura così profondamente da non percepire subito la bambina ritorta al suo fianco. La sorprese che sbirciava tra le pagine e notò che, forse perché era una storia d’amore, sulla pelle grigiastra le erano sbocciate delle venature di un rosa pallido, e la profonda ruga al centro della fronte non c’era più.

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