Le ripetizioni

G. Mozzi, Le ripetizioni, Venezia, Marsilio Editori, 2021.

«Io sono di quantità due?»  
«No, ma di te si possono dire due cose.» (p.348)

Giulio Mozzi riassume in questa parte di dialogo dal tono surreale il contenuto di tutto il libro. L’intera opera, infatti, ruota attorno ad un continuo e caotico raccontare eventi e riprenderli in seguito con una versione differente: una ripetizione con variazioni.
Proprio la reiterazione è la somma di un intricato ed inestricabile viaggio all’interno delle vite di Mario. Sì, le sue vite, perché per stessa ammissione del narratore – o dei narratori («Petrarca ad esempio, dice agli amici del bar – tra i quali c’eravamo noi, naturalmente, sennò non saremmo qui a raccontarvi la sua storia», p. 135) – ne possiede ben tre, tutte accomunate da una costante: l’essere succube del protagonista. Egli lo è sessualmente e in maniera malata di Santiago, ventenne efebico col quale sfoga tutte le sue perversioni sessuali fino a sfociare nella violenza più efferata; ne esegue gli ordini e non vuole e non può staccarsene. Lo è affettivamente di Bianca, compagna giovanile schizofrenica con la quale forse ha una figlia in comune, Agnese, ma che non gli viene permesso quasi mai di incontrare. Mario cede senza battere ciglio alle richieste di Bianca che lascia sempre attiva una saltuaria connessione di necessità. Lo è di Viola, donna che vuole sposare, perché gli concede mitezza e sesso senza patemi, benché nasconda una doppia vita fatta di amanti violenti che la pagano come una prostituta.
Mario, infine, è succube di sé stesso, dei propri desideri e della necessità di sfogare il suo stato in forme differenti, come schiavo, come salvatore, come marito. Mario ha bisogno di legarsi, per questo non lascia andare il passato (Lucia, fidanzata del liceo morta investita, le fotografie che hanno un ruolo epifanico, i ricordi), ma il non evolvere e il rimanere ancorati sono cose ben diverse, per questo non mi sembra un personaggio davvero riuscito.
Le altre storie sono per lo più slegate dai tre archi narrativi principali: la storia di Gas (Grande Artista Sconosciuto), una sorta di dandy squattrinato che si autocelebra come incompreso, capace solo alla fine di una tela che emozioni e colpisca Mario, perché colma di un sentimento nascente; altre storie tra cui risalta e fa eco nel testo quella tragica di Lucia.
L’assenza di una trama definita rende difficile tanto la lettura quanto la spiegazione dell’opera, che appare come una serie di racconti scollegati e frammentari, uniti per metà del libro dal solo protagonista. Le ripetizioni partono già dal paratesto: l’indice, infatti, si compone di capitoli intitolati sempre “La storia di” seguito da completamenti che il più delle volte hanno una numerazione a salire, non necessariamente consequenziale. Altro dettaglio che salta all’occhio è il ricorrere della data 17 giugno, non sempre veritiera, ma che serve a collocare gli eventi con fittizia precisione nel passato, spesso contraddittorio e poco coerente: sono presenti, come detto, diverse narrazioni degli stessi eventi e non si può stabilire cosa sia reale e cosa no, o se ci sia la vera versione dei fatti («Che importa, si diceva, se a riportarmi tutti quei ricordi è stato un ricordo falso? L’importante è che io abbia i miei ricordi; che io abbia una vita da ricordare, anziché una parete bianca o – peggio – uno specchio nel quale non vedo riflessa la mia immagine», p. 25). A ripetersi sono anche scenari, temi, oggetti sparsi nel romanzo e feticci narrativi: l’arte, il sesso, la fotografia, il treno, i sogni, i libri, la violenza spesso legata al sesso.
Altra difficoltà sta nell’individuare uno sviluppo nei personaggi, che non sussiste. Piuttosto ognuno si rivela per gradi fino al finale, un susseguirsi di violenza e perversione estrema che lascio alla curiosità di chi leggerà. L’apparenza di un’evoluzione è costante, eppure anche il protagonista, benché tra ricordi e fatti narrati percorra all’incirca quarant’anni di vita, sembra sempre invariato nel suo multiforme modo di essere, che significa essere succube. Questa sorta di stasi, poco credibile, può trovare giustificazione nella varietà, appunto, del suo essere, che passa da marito mite e docile a perverso amante incline a pratiche erotiche molto attaccabili. Tuttavia, questa spiegazione non scioglie un nodo irrisolto: un personaggio che non cambia nel tempo non è plausibile. Ho trovato il non-sviluppo fastidioso, forse troppo abituato ad opere che mostrano la complessità interiore dei personaggi in base alla loro crescita o la loro degenerazione, anche il loro essere incoerenti, a volte. Non solo, ma anche gli altri mi sono parsi piuttosto lineari benché complessi, come assorbiti nel vortice del loro essere. Santiago è perturbante e crudele, ma non sappiamo perché; Viola appare serena e pacifica ma si dona senza troppi turbamenti o riflessioni ad un mondo al di fuori del suo standard; Bianca la scopriamo col procedere del romanzo, ma i suoi comportamenti non cambiano di molto, cambia solo il modo in cui Mario li vede. 
L’opera di Mozzi è davvero complessa e senza dubbio molto ricca, forse troppo appesantita dalla propria ricchezza e varietà di argomenti, dalla presenza di capitoli tutto sommato superflui e dall’assenza di una trama, che in realtà è la peculiarità maggiore del testo. Un peccato davvero, perché la lettura, al netto di alcuni periodi davvero troppo complicati e che non tutti potrebbero gradire, scorre in maniera piacevole: Mozzi sa quando rallentare e andare nello specifico, quando turbare in maniera viscerale, quando essere delicato e quando usare il bastone sul lettore. Si tratta di un romanzo che lascia molti quesiti aperti, molti dubbi, la sensazione di incompiutezza, ma magari è questa la volontà dello scrittore o solo un’impressione. Le ripetizioni lascia l’idea di poter essere di più, benché, ripeto, risulti senza dubbio un testo valido.

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