IL LIBRO DELLE CASE

Il libro delle case di Andrea Bajani, pubblicato da Feltrinelli, è tra i candidati al Premio Strega 2021.

Durante la lettura mi sono posta molte domande a cui ho cercato di dare risposta, ricostruendo la tela e comprendendo la volontà dell’autore-ragno. Mi preme sottolineare che è una lettura personale del romanzo, condizionata dalla mia visione e dalle esperienze pregresse. Bajani ci invita ad intraprendere un’ indagine tra i ricordi, come se fossimo in una partita di Cluedo. Ogni lettore, infatti, potrà giocare la sua partita e risolvere l’indagine, svelando così quelle verità che l’autore ha nascosto tra le righe.

Il libro delle case ha come perno la vita di Io, a cui se ne legano altre; con alcune costruirà un legame più o meno intimo, altre vite saranno grandi insegnanti ed altre ancora lo toccheranno indirettamente, caratterizzando quel tessuto sociale degli anni ’70 italiani in cui Io nascerà e muoverà i suoi primi passi. La storia si potrebbe riassumere come quella delle due famiglie di Io: la sua famiglia di origine, composta da Madre, Padre, Sorella, Nonna e Tartaruga e le loro molte case, in cui Io, in nessuna di esse, si è sentito veramente accolto; la famiglia che sceglierà di costruire con Moglie e Bambina, in cui sperimenterà la tenerezza dell’accoglienza, il dolore nella malattia, la stanchezza della routine e l’amore intimo che porterà Io a comprendere che la casa è costruita dalle persone che ci vivono.

Si presenta singolare la scelta di Bajani di non dare alcun nome proprio ai personaggi, come è singolare non avere un ordine cronologico, che invece noi lettori ci aspetteremmo da una narrazione di questo tipo. La mancanza di nomi propri ha reso sicuramente la storia narrata universale, in cui tutti o molti potrebbero rivedersi. È il libro delle case, il libro delle case di Io, di tutti, degli ambienti vissuti, ma non solo. Bisogna sciogliere un nodo della ragnatela, che se non sciolto non permetterebbe di risolvere l’indagine: chi è il narratore? Lo scrittore predilige la parola come mezzo per dare corpo ai frammenti di vita e alle emozioni conservate nei luoghi cari ad Io e agli altri personaggi, che ci vengono restituiti poco per volta. Una scrittura che procede per immagini poetiche nitide, accostamenti a volte insoliti e nuovi, necessari per dare forma ai ricordi. Più si procede nella lettura e più si comprende che il vero perno del romanzo non è Io, come lo scrittore ci ha portato a credere, ma la memoria. La memoria è la voce narrante, ed è lei a restituirci i ricordi, memorie che si concretizzano nelle case vissute, nei luoghi con cui si sono intessuti legami. Gli oggetti stessi hanno memoria “Non pensa neanche per un attimo a quel che è rimasto sotto, alla traccia che il legno conserva, ai suoi segreti”. (pag. 38, Feltrinelli 2021).


Alla luce di questa riflessione, è davvero necessario l’ordine cronologico in una narrazione della memoria? La memoria non segue il tempo dell’orologio, il tempo della memoria procede con un diverso passo. A noi viene restituito quello che le case hanno avuto poco a poco, ovvero frammenti di vita che si sono depositati sulle superfici degli oggetti, tocchi, respiri, polvere, onde sonore della nostra voce… Ci obbliga ad una lentezza a cui non siamo abituati, ci obbliga a prestare attenzione agli indizi che ci vengono offerti. Tutto viene restituito ma ha bisogno del giusto tempo e spazio per effettuare quel ripescaggio tra i ricordi sommersi dalla sabbia. Non nascondo le difficoltà di una lettura di questo tipo, poco scorrevole e frammentata, ma credo che la difficoltà avuta nell’atto della lettura corrisponda con le difficoltà della memoria di ricordare e l’autore probabilmente avrà voluto rendere concreto questo processo.

Ho particolarmente apprezzato la scelta autoriale di inserire le storie di Poeta, Prigioniero e Tartaruga le cui vite si intrecciano in alcuni momenti con quella di Io per poi proseguire autonomamente. Vorrei spendere delle parole per ciascuno dei tre personaggi sopra citati poiché a mio avviso nascondono una delle possibili chiavi di lettura del romanzo.
Attraverso il Poeta, assassinato e ritrovato con il volto irriconoscibile all’Idroscalo di Ostia, ripercorriamo le sue memorie, gli ultimi momenti della sua vita, la casa al mare, il quartiere. Moravia al suo funerale griderà quello che ai greci e latini era molto chiaro e che Cicerone ribadisce nell’orazione in difesa del poeta Archia: “I poeti sono sacri!”, parole che rimbombano nelle case di tutti gli italiani, nelle menti, nei cuori. La morte di Poeta è il sintomo di un’Italia degli anni ’70 che sta vivendo una profondissima crisi non solo sociale ma anche culturale. Pochi anni dopo ci sarà un altro evento che sconvolgerà l’Italia intera, l’assassinio di Prigioniero, dopo cinquantacinque giorni di prigionia viene ritrovato in una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani, la sua ultima casa. È il ’78 ed è la fine del compromesso storico. Sono solo due avvenimenti le cui immagini trasmesse in televisione e pubblicate sui quotidiani rimarranno per sempre nella memoria di tutti, momenti in cui la Casa comune è stata scossa da un terribile terremoto irreparabile. Infine, Tartaruga, con la sua casa, i suoi pensieri, ricordi ed emozioni è un vero e proprio personaggio a tutto tondo. Unico legame sincero intessuto da Io bambino che, nell’età dell’ingenuità, tratta Tartaruga come un amico. Non a caso Bajani sceglie questo animale. La Tartaruga è il suo carapace e il carapace è la sua casa. Lei appartiene a sé stessa e a nessun altro luogo. Con Tartaruga Io comprenderà che il nostro corpo è la nostra casa, mente e anima sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Forse da adulto se ne ricorderà.


In conclusione, mi ha colpito l’accostamento tra architettura e letteratura, poco usato ai giorni nostri ma molto efficace. In passato parlare di memoria collegandola ad un luogo era più che naturale, basti pensare a Cicerone e alle stanze della memoria. Tra il 1500 e il 1700 la letteratura descrive prima città ideali, poi utopiche. Nella contemporanea abbiamo veramente pochi esempi come Victor Hugo in Nostre Dame de Paris, Le città invisibili di Italo Calvino e Il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk che diventerà nel 2012 un museo letterario ad Istanbul. Architettura e letteratura, pietra e parole, un legame indissolubile la cui radice comune forse risiede proprio nella memoria.

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