PERIMETRARE LO SPAZIO VISSUTO: SU IL LIBRO DELLE CASE DI ANDREA BAJANI

[…] di tanto in tanto, bisognerebbe chiedersi dove si sia (arrivati), fare il punto: non solo sui propri stati d’animo, la propria salute, le proprie ambizioni, credenze e ragion d’essere, ma semplicemente sulla propria posizione topografica, e non tanto rispetto agli assi sopraccitati, ma piuttosto rispetto a un luogo o a un essere al quale si pensa, o al quale ci si metterà così a pensare.

G.Perec, Specie di Spazi, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p.100

Il romanzo di Andrea Bajani sembra rispondere proprio a questa esigenza sottopelle, che secondo lo scrittore Georges Perec (altro accanito scrittore interessato all’atomica e viscosa natura degli spazi) ci abita e attraversa, la quale consisterebbe non tanto nel definire ma quantomeno nell’interrogarci sulla relazione che intratteniamo con i (nostri) luoghi.


Selezionato tra i dodici romanzi del Premio Strega 2021, Il libro delle case inchioda la percezione dei lettori alla consistenza materica e intestinale dei luoghi, declinati precisamente nel loro ruolo di case. Temporanee, condivise, intime o disabitate che siano, esse sono attraversate, dalla scrittura, nel trasformismo continuo cui le deleghiamo: luoghi di travasi o di sfratti, interiéur stipati o deserti brulli da colonizzare, nondimeno le case di Bajani non fanno mai da fondali bidimensionali o ambientazioni che s’appiattiscono nello scheletro del contesto. Esse sono, piuttosto, personaggi parlanti, materia biologica bollente che irrora di vita pareti e pavimenti, ma anche tralicci e architravi, in quanto arterie dello «spazio vissuto».

La gamma varia di abitazioni che nel corso del romanzo si esplorano, si incolonnano nella stessa imbastitura strutturale del narrato; è il paratesto a segnalare questa scansione dell’armatura, dove a ogni capitolo corrisponde un’area, la cornice di un luogo che per qualcuno è, o è stato, casa. E però quegli ambienti, che non sono compartimenti stagni in cui la materia del ricordo rimane ingabbiata limitandosi ad abitare solo lo spazio del proprio capitolo, smarginano continuamente dai propri confini, che gli argini del testo non intendono davvero delimitare. Le precisissime coordinate fornite dal paratesto, come si accennava, integrano specificazioni sul tempo, oltre che sulla natura di quello spazio da cui il ricordo risale a galla. Ogni capitolo si conchiude in un cronotopo che, tuttavia, non si chiude mai su se stesso: il reperto memoriale è poroso, traspira, gocciola fuori dalla singola ‘stanza’ del testo che lo ospita. Per cui l’impressione è che ogni casa resti poi con una finestra aperta o almeno uno spioncino semichiuso, per lasciarsi guardare o per incassare la risacca che la investe dal mondo esterno.

Comunque, pur viaggiando con la sua cursoria e zigzagante traiettoria tra luoghi e annate lontane fra loro, la topografia su cui il romanzo si cementa non restituisce l’immagine di un nugolo labirintico di vani; la memoria a essi associata è sì frammentaria, ma non caotica o scompaginata. Il denominatore comune che agglomera i capitoli (chiude ante, tappa spifferi e tura faglie nel pavimento) è proprio il concetto stesso di casa che la voce narrante esterna caletta, di volta in volta, nella sua mutevole applicabilità, alle diverse «specie di spazi». Del resto, il movimento di attraversamento dei luoghi ha sempre qualcosa di trascinante, più che di stabile o radicato: «[…] descrivere, raccontare, nominare un luogo significa prenderlo e portarlo via, ma anche farsi prendere e portare via da esso»1

Perciò, con una successione imprevedibile che mima la stessa asistematicità franta con cui la memoria raggranella i suoi calcinacci, i contenuti dei singoli capitoli rapprendono un momento, lungo una linea del tempo sfalsata, della vita di Io: è questo il protagonista anonimo, ingoiato dentro un pronome personale che paradossalmente lo devitalizza del suo statuto di personaggio, e lo fa fragilissima persona, nel senso etimologico di maschera. Io, del resto, potrebbe essere qualunque persona che, guardandosi dentro uno specchio, riconosca il suo proprio ‘io’. Attorno a Io, gravita variamente un pulviscolo di personaggi che insieme a lui quei luoghi li ha respirati: un genitore violento (casa, con lui, era una trappola per topi; seppellire l’infelicità sotto lo zerbino, l’unica strategia); un amore sbagliato (con cui il concetto di casa si faceva trasgressione, surrogato di una vita adulta assaggiata ma non appropriata, come solo può accadere per un ventenne che vada a letto con una donna sposata); un amore sano, una futura moglie (con cui casa si fa contatto e tentativo di radicamento. Ma le radici possono staccarsi, i passi che combaciavano disgiungersi. A
quel punto, il corpo procede a tentoni prima di recuperare un proprio posto, un angolino dove incunearsi tra le macerie); una tartaruga (per cui casa significa carapace, «porziuncola corporale»2 ombelico ma anche intera galassia portatile).


In virtù dell’eterogeneità della loro natura, inoltre, il testo è inframmezzato da bozzetti che riproducono graficamente l’ossatura di quegli stessi spazi: calchi di calibrate planimetrie o appunti sghembi, riproduzioni in scala di spazi su cui uno sguardo è planato dall’alto per studiarne fisionomie, geometria e metrature. Ma anche con queste rifrazioni grafiche, tuttavia, l’impressione che dicevamo persiste e, anzi, si fa più pervasiva ancora: quegli spazi non sono fatti di pareti o porte che sappiano delimitarne perimetri o contornare soglie. La cornice è filtrante, spugnosa, e neppure i disegni con le loro griglie rettilinee possono deciderne gli orli, allo stesso modo di come non può la memoria riassumersi solo negli album fotografici, che nella loro parzialità non fanno che mentire e mostrare di sé solo la versione imbellettata del passato.

La parzialità della memoria, che nel romanzo è invece eletta a sistema, disossata e scorporata dalla prosa, conquista una nuova corposità (e complessità) proprio concretizzandosi nei luoghi. Questo, non soltanto grazie alla strategia della personificazione, cui prima si accennava, che incista animazione nell’inorganico, nello stile caldo di vita di Bajani:

Gli oggetti e il mobilio spingono le loro ombre sul pavimento, sconfinano, allagano
l’appartamento; salgono sui tavoli, sui davanzali, sulla cesta di frutta di ceramica sempre esposta al centro della tavola. Io impara a muoversi tra quelle ombre, a calpestarle, a esserne travolto. Gattonando per la casa, a volte scompare dentro un’ombra, o lascia fuori solo una
mano, oppure un piede, che se ne stanno abbandonati nel chiarore: Io viene fatto a pezzi dall’oscurità, lascia pezzi di sé sopra il tappeto.

A.Bajani, Il libro delle case, Milano, Feltrinelli, 2021, p.13

È anche con l’ausilio di altri dispositivi formalistici che la scrittura riesce a far vibrare il fermento organico dei luoghi, fino a consentire al lettore di attivare uno sguardo terso (benché sempre sghembo, laterale) con cui fendere il luogo da una prospettiva esterna, sbirciarlo dallo spioncino, sbucciarne la guaina esterna per penetrarvi dentro con la discrezione felpata di un topo d’appartamento: tra questi strumenti, ad esempio, la sonorità delle sensazioni -da quelle genuinamente uditive a quelle uditive- ha un peso enorme nel testo, è una delle apparecchiature di cui lo stile dispone per conferire vita parlante alle pareti. Ma forse la più bella manifestazione di questa capacità della scrittura si esprime, paradossalmente, nel fenomeno del silenzio, incubato dai vani che, svuotandosi, tornano alla forma
ischeletrita di «puro spazio», caverna minerale contro cui facciate i suoni rimbalzano:

La Casa signorile è tornata puro spazio, coincide con la planimetria archiviata dentro i faldoni del catasto. È dunque solo superfici in muratura e pavimenti: c’è campo libero per l’eco, che ritorna dopo essere stata messa fuori dalla porta […]. Ora l’eco, liberata, gira per la casa vuota. È rientrata con l’ultimo mobile sfilato fuori dalla porta […] si è inserita prima che la porta chiudesse a chiave il vuoto.
Ciò che dunque l’eco ha propagato, inizialmente, è stato proprio il tonfo del battente, la chiusura della porta insieme allo scatto della serratura.

A.Bajani, Il libro delle case, Milano, Feltrinelli, 2021, p. 194

L’investitura che tocca ai luoghi nel romanzo, dunque, è quella che sempre coinvolge gli ambienti in cui si organizza (e scalcia e si dimena) la nostra vita, pur nell’inconsapevolezza o l’automatismo con cui deleghiamo tali luoghi a certe funzioni, ossia senza aver coscienza davvero del ruolo che essi svolgono: se «costruire mondi presuppone sempre che si facciano i conti con lo spazio»3, questo è vero, a maggior ragione, quando quegli spazi sono le intime placente che gelosamente chiamiamo ‘case’, rimasticando il lemma in maniera così meccanica e irriflessa che rischiamo di sfibrarlo di consistenza. Se, cioè, quegli orizzonti spaziali rischiano di svanire perché inghiottiti dall’abitudine, c’è bisogno del soccorso di una controreazione, come quella che sa esercitare la parola narrativa: «La riflessione, sul piano fisico o morale, esige un punto d’appoggio, una resistenza, mentre l’effetto più generale dell’abitudine è di eliminare ogni resistenza, distruggere ogni contatto; essa è come un pendio su cui si scivola senza accorgersene, senza pensare»4

La vigile scrittura di Bajani gioca con il rischio rappresentato dallo scolo di quello sdrucciolevole pendio, ma infine lo scongiura, perché finanche nelle sue terminazioni nervose ha sede la coscienza, urgente e concentrata, di riconoscere il testo come luogo dell’esistenza; luogo dall’architettura complessa, multipiano e bisognoso di continua manutenzione, esattamente come la scrittura, se i racconti non sono che «percorsi di spazi»5


Note:

1 M. Meschiari, Spazi Uniti d’America. Etnografia di un immaginario, Macerata, Quodlibet, 2012, p. 41.

2 B. Westphal, Geocritica. Reale finzione Spazio, Roma, Armando Editore, 2009, p. 93.

3 Y. Andrukhovych, A. Stasiuk, Mon Europe, Les Editions Noir sur Blanc, 2004, p. 83.

4 M. Vitta, Le voci delle cose. progetto idea destino, Torino, Einaudi, 2016, p. 170.

5 M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, Roma, Editori del Lavoro, 2010, p. 173.

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