Io Incendio: La mafia uccide solo d’estate

È tempo.
È tempo di inoltrarci lettrice e lettore nel catrame del sotterraneo,
nel fiele delle fognature,
nel frutto dell’albero avvelenato.
È giunto il tempo di condividere un atomo opaco del male, una geografia del male assoluto, di cui ho intravisto solamente uno scorcio. È tempo di manifestare quei mostri latenti, stati-cancro che controllano il commercio, il mercato, sistemi di appalti, riciclaggio di denaro, pizzo, droga, prostituzione. Un sistema sbranante che si chiama mafia. E che non si neghi la sua esistenza: la mafia esiste. Esiste in Nord Italia, Sud Italiana, uccide d’inverno, uccide d’estate. La mafia e le mafie uccidono velatamente la mia libertà, la nostra, lettrice e lettore. La lettura contemporanea di Vesuvio di Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio e Tutti pazzi per gli Esposito di Pino Imperatore mi ha dato occasione di ragionare circa una realtà che a me è vicina. Due linee di scrittura e presentazioni differenti degli atti violenti della camorra, che trovano accordo nell’intermedialità, nel coagulo della scrittura nel primo caso con il cinema, nel secondo con la commedia e l’umorismo. Vesuvio è un film-romanzo, con una sintassi semplice e scorrevole, discorsi diretti che imitano conversazioni filmiche, tempi veloci in cui i personaggi evolvono progressivamente, una scenografia chiara in cui inserire i personaggi. I personaggi principali sono ragazzi, il figlio e la figlia di due capoclan camorristi rivali, e dopo iniziali scontri, nel culmine della guerra e delle uccisioni insabbiate, trovano il coraggio di denunciare i rispettivi padri. Un romanzo prettamente scritto per i ragazzi, un romanzo che è miele sul bordo del bicchiere della medicina e del veleno, per far conoscere questa ai ragazzi. Tutti pazzi per gli Esposito, il nuovo romanzo di Pino Imperatore, continua le vicende di Tonino Esposito, un antieroe erede di un retaggio pesante in quanto figlio di un famoso potente capoclan ormai defunto. Il figlio è il bozzetto del padre, una versione macchiettistica di un camorrista, un uomo forse ingenuo, ma alla fine buono, la cui bontà lo pone effettivamente distante da qualsiasi intenzione maligna. Ormai lontano il tempo dei crimini di poco conto, quando Tonino sembra aver trovato un equilibrio precario lontano dalla mafia con la sua famiglia, la pandemia rimescola le carte, e casualmente si ritrova reggente/supplente di ben due bande mafiose, in quanto i due capoclan ammalati di Covid 19. Questo ruolo viene depotenziato dall’indole buona di Tonino, e dall’umorismo e dalla comicità di Pino Imperatore: Tonino Esposito è un reggente generoso, che addirittura vuole proporre una riforma nella camorra, per adattare per esempio le attività mafiose alle norme anticovid (la necessaria distanza di sicurezza per sparare ad un individuo per evitare il contagio), oppure proporre disposizioni per sopperire l’attuale emergenza ambientale (delle isole ecologiche per lo smaltimento di armi usate oppure l’utilizzo durante gli scippi della bicicletta al posto dei motorini). Il romanzo si riallaccia perfettamente a ciò che è l’umorismo pirandelliano: nella dicotomia che esiste tra camorra e paura, Imperatore propone una nuova coppia, la camorra e il riso, e leggendo le sue scene si è inizialmente colti da una risata, ma l’umorismo porta poi alla riflessione, alla realizzazione della rozzezza e la brutalità del sistema mafia.

Mi sono chiesto, caro lettore e lettrice, quale di queste due narrazioni sia la più reale: se il cinema di Vesuvio o la tragicommedia degli Esposito. Un mio limite nella lettura del primo romanzo è la presentazione della camorra con metodi perfettamente studiati, ben costruiti ma forse troppo distanti; pedogicamente funzionanti, ma l’interiore dei personaggi resta distante dalla complessità della criminalità. È più reale, nella lettura, l’umorismo e la comicità di Imperatore. Perché le mafie sono ridicole, nelle loro pretese, nelle loro minacce, nella loro gerarchia. Non c’è niente di mitico, rispettevole nelle loro azioni, sono mossi da pulsioni banali, incivili, alla cui base c’è un accrescimento fedifrago di potere. Sono situazioni quotidiane, reali, Imperatore non cerca di umanizzare i personaggi, li descrive puntualmente, l’umorismo è una trappola per questi topi di fogna, di questi virus che contagiano col loro male chi vi è attorno. Mi chiedo se il romanzo possa essere una vera trappola per topi per questi soggetti: come l’Amleto shakesperiano mette in scena uno spettacolo, La trappola per topi, da far vedere allo zio, assassino del padre, riportando con falsi nomi le sue azioni, l’omicidio del fratello, per scatenare le sue reazioni e fargli crescere la vergogna, allo stesso modo potrebbe fare Imperatore con i suoi romanzi, e un camorrista vedendo messe in scena, nel romanzo, le sue azioni, si renderà conto di esser ridicolo, per poi provare vergogna. E mentre loro si vergognano, noi ridiamo e riflettiamo della loro inconsistenza, dello loro spessore psicologico fragile come la carta, crescita e consapevolezza culturale privi di linfa. Ridiamo, riflettiamo, denunciamo, lavoriamo, affinché della loro terra dei fuochi non resti niente e rimanga solamente una nostra terra dei fuochi fatui.

In questa settimana continuiamo il nostro percorso alla ricerca del premio Strega recensendo il quinto romanzo presente nella cinquina, Il pane perduto di Edith Bruck: Antonietta Palmaccio dipinge la cartina di questo romanzo, la geografia delle leggi razziali durante la Seconda guerra mondiale. Palmaccio, adoperando scelte lessicali cariche del peso della deportazione, segue la protagonista di Edith Bruck in queste percorso, alla ricerca di un senso, il senso di sé, il senso di tutto. La seconda pubblicazione è un mio racconto: mi rivesto degli indumenti originali di Avi, e pubblicheremo il quarto capitolo di MMXX, Cemento, dedicato al quarto senso, al gusto. L’ultimo atto di un uomo costretto a fare i conti con la propria vita dopo un duro licenziamento, una lettera a Dio, come estrema richiesta di speranza, salvezza, indagando sulla sua esistenza. Che Dio dia una risposta e indichi la strada giusta, tra la vita o il cemento.

Un monito, una mia ripetizione, lettore e lettrice, per salutarti dopo questo incendio: ridiamo, riflettiamo, denunciamo, lavoriamo, affinché della loro terra dei fuochi non resti niente.

Antonello Costa per la redazione dell’Incendiario

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