Il pane perduto

A volte succede di andare in libreria con l’idea di scegliere un nuovo libro, attratti dalle immagini di copertina, dall’odore della carta stampata, dal rumore delle pagine che si svogliano, degustando il momento per potersi accoccolare su una panca e cominciare la storia… Ma le storie a volte hanno bisogno di essere raccontate e all’improvviso ti afferrano e allora capisci di non avere alternativa, “Il pane perduto” di Edith Bruck, mi aveva catturato e io ero pronta a leggere e raccontare.
È la storia di un viaggio, il viaggio di Edith, che attraversa il tempo, le età, la tragicità delle leggi razziali e dei maledetti campi di sterminio, vagheggiando quasi per dovere di cultura e tradizione il mito della Terra Promessa.                                                                                                                                                                        Edith, diventa Ditke, bambina povera ma felice, anche se è ebrea ama il suo paese e corre scalza sui prati del suo villaggio, immaginando successi scolastici e amori impossibili. Ma la storia è crudele e calpesta gli innocenti, loro non la scrivono, la subiscono, la rimuovono per succhiare un po’ di felicità alla vita che si trascina fino alla fine. In uno scorcio di adolescenza felice, nella primavera del ’44, arrivano i fascisti, urlano, insultano dicono che non c’è tempo, di fare in fretta, di prendere il necessario.  Ditke vorrebbe reagire, ma ha paura, si sente affranta, umiliata, angosciata. Non c’è più un rifugio, un ricordo, un dono, rimangono solamente le urla della mamma per il pane impastato, già lievitato e abbandonato come un figlio, destinato all’incuria e al degrado. Tutti scaraventati su un treno, il rumore è assordante, il viaggio ha inizio e non c’è tempo per realizzarlo, troppi pianti, troppa disperazione. All’arrivo in città, affiora un po’ di speranza, ma poi ecco il muro, il ghetto di Budapest, ricominciano gli insulti, le urla, non è la lingua conosciuta da Ditke, percepisce l’odio, lo straniamento, la solidarietà dei disperati è uno spiraglio.                                                   
Poi un altro treno, massa umana che si stringe terrorizzata, il viaggio continua, infinito fino a Birkenau, la separazione dalla mamma, il sacrificio dell’identità, il numero sulla pelle, ancora in viaggio fino ad Auschwitz, geografia del male assoluto, unico conforto poter piangere tra le braccia di Judit, la “sorella-madre”, protezione e sostegno. Ancora tempo infinito, un alto treno, un altro viaggio, Dachau, Bergen Belsen, e poi la marcia attraverso campi, fattorie sperdute, invisibili alle donne e agli uomini che rifiutano di vedere l’inferno. Il 15 aprile del ’45 nel campo i soldati hanno un’uniforme diversa, si avvicinano poco, loro sono larve umane, i loro corpi devono essere disinfettati, spidocchiati, ripuliti, vestiti, sfamati. 
Dopo due mesi di ospedale, il viaggio continua, Pilsen in Boemia, poi Bratislava e finalmente il ritorno a Budapest. La città è distrutta, fredda, indifferente, Judit e Ditke, ancora insieme si presentano a casa di Miryam, la sorella sposata, già vedova con un figlio che non riesce a restituir loro una famiglia, una casa, a tratti le allontana, non può sentirsi responsabile per un dolore troppo esagerato. E le sorelle, sopravvissute ripartono, cercano Sara, David altra famiglia, altra speranza, ancora affetto tradito. Finalmente il ritorno a casa, ma non è più la loro casa, è rimasto un cumulo di rovine e immondizia, allora ripartono senza più voltarsi indietro, questa volta da sole, ognuna per sé. Judit verso la Palestina, Edith alla ricerca di se stessa, sempre libera, indolente, con la voglia di leggere, imparare, scoprire e scrivere, scrivere…                                      
Le parole quasi vomitate, durante la traversata diventano malore fisico, quando Edith deciderà anche lei di raggiungere la Terra Promessa, ma quel nuovo Stato ben presto diventa una gabbia di lavoro, di doveri indiscutibili e allora ecco che Ditke diventa ballerina. È ancora in viaggio, con la compagnia di ballo raggiunge Atene incantevole come il suo mare, Istanbul colorata di mercati e profumi e poi il cuore dell’Europa con la noiosa Zurigo sempre alla ricerca di una nuova casa da amare.                                      
Finalmente Edith arriva in Italia, precisamente a Napoli, “il pellegrinaggio è finito”, è quello il paese per ricominciare. Napoli la coinvolge perché è esagerata, poco convenzionale, la bellezza è sottratta allo sguardo superficiale. Prosegue poi con Roma, “la città maestosa, eterna come Gerusalemme”, il viaggio si ferma, Edith trova sostegno, sostentamento, e le parole nascoste, diventano finalmente manifeste nei suoi libri. Ritagliate del tempo al lavoro, al progetto, alla noia, alla quotidianità e scegliete Edith Bruck e la sua storia, nel suo racconto, non c’è odio né commiserazione, quasi investita di un dovere divino, santifica la memoria e vuole tramandare alle giovani generazioni, la verità, nient’altro che la verità.

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