La giostra delle ultime anime: Intervista a Francesca Barra

Una raffica di vento spalancò una delle finestre dello studio. La pioggia scrosciante si fece largo nella stanza. Beppe non ci pensò oltre. E si lanciò nel vuoto, fra le braccia di un miraggio.

Un breve estratto di La giostra delle anime (Mondadori, 2019), di Francesca Barra e Claudio Santamaria. Tra i passi che io abbia mai letto che mi ha fatto più male, ha rotto il velo con la carta e fatto sentire il dolore di essere un ultimo. Dopo aver terminato velocemente il romanzo durante la prima quarantena, è nato in me il desiderio di dialogare con Francesca Barra, giornalista, scrittrice, conduttrice televisiva e radiofonica. Sono felicissimo di vedere questo desiderio realizzarsi e ospitare Francesca Barra in un’intervista, per inoltrarci nella giostra delle anime, parlare di quest’ultima pubblicazione e dell’impegno della scrittrice di dedicare la sua penna agli ultimi, cercando di trovare per loro giustizia e fornire loro aiuto.

Un benvenuto, Francesca, tra le nostre pagine, e mi dirigo, subito, verso La giostra delle anime. Una fiaba, il racconto di due gemelle, Eva e Anna, due orfane dai capelli rossi che non vivono, sopravvivono in un orfanotrofio, una prigione di compressione di anime. Eva e Anna scoprono qui di avere dei poteri magici: Anna è la cura, la vita; Eva è il fuoco, la distruzione, la disperazione. Le due sono l’equilibrio, l’alpha e l’omega dell’essere umano. Ti chiedo, quindi, un confronto circa questa interpretazione: il fuoco e la cura sono sintesi dell’essere umano?

Ogni essere umano è messo di fronte ad un’opposizione che determinerà la propria esistenza, piccola o grande che sia. Puoi essere fuoco, puoi essere acqua. Più che sintesi dell’essere umano, per me quella rappresentazione incarna il bivio che ogni giorno siamo chiamati a scegliere.

Ho voluto, inoltre, dare un’interpretazione al titolo del romanzo, La giostra delle anime: le anime ricercano la libertà di se stessi dalla giostra della sopravvivenza, che continua disperatamente e ineluttabilmente a girare. Quanto è stato difficile per te e Santamaria riuscire a raccontare con tale sensibilità e coerenza la storia di queste anime disperate?

Io e Claudio abbiamo consultato diverse fonti, da sciamani a sensitivi, persone con sensibilità fuori dal comune, ciarlatani. Ma anche e soprattutto orfani, vittime di soprusi in quegli istituti di cui nessuno parla più, ma che ancora oggi soffrono per le pene a loro – innocenti anime – inflitte. Io mi sono sempre occupata degli ultimi, di dare voce agli invisibili, alle storie sommerse, credo che sia una vocazione. Forse perché provengo da una terra, la Basilicata, che per tanto tempo è stata dimenticata e trascurata. Ma invece di piangermi addosso mi sono rimboccata le maniche e ho deciso di farla uscire dal cono di ombra, per quel poco, o tanto, ho provato a darle voce e onore. Nei romanzi, nelle inchieste, nei programmi che ho condotto.

Hai fatto riferimento alla tua terra, la Basilicata, scenografia di La giostra delle anime, come lo è in altri tuoi romanzi Verrà il vento e ti parlerà di me (Garzanti, 2015)e L’estate più bella della nostra vita (Garzanti, 2017). Quali aspetti, quadri o immagini della tua regione hai deciso di mettere in luce nei romanzi sopracitati?

La Basilicata, la famiglia, le sue tradizioni, il cibo, il suo territorio variegato e così differente, ogni aspetto è per me fonte inesauribile di ispirazione.

Per ritornare all’ultima pubblicazione, mi interessa moltissimo la genesi di questa scrittura a quattro mani: come è nata la collaborazione tra le due identità, di Francesca e Claudio? Come è nata la fusione tra la scrittura e il giornalismo e il teatro e il cinema?

Io e Claudio viviamo in quasi totale simbiosi. Ci confrontiamo quotidianamente, anzi, anche svegliandoci di notte se abbia un’ispirazione. Ci sembra naturale scrivere, cantare, ballare, creare, cucinare insieme. Più che i nostri settori singoli ci unisce l’inclinazione artistica, siamo una piccola impresa sentimentale che crea continuamente storie, progetti. Abbiamo dato vita ad una terza voce e non è sempre è stato facile, ma naturalmente stimolante per entrambi.

Arrivando alle domande conclusive, per dare uno sguardo al mondo di oggi, troppo social e poco sociale, voglio citare un tuo racconto, Gli spietati, presente nella raccolta Non è un paese per donne (Mondadori, 2011):

Noi li chiamiamo spietati, “gli altri”. Sì, perché si diventa spietati quando si smette di provare pietà, compassione, indulgenza e si definisce ciò che non si conosce.

Arriverà mai momento in cui tutti saremo meno spietati, in cui tutti riusciranno davvero a riflettere? A provare pietà, compassione, indulgenza verso gli ultimi, chi è privato della propria libertà dall’altro, o dal popolo, o dai media, dall’informazione o dallo Stato? 

L’informazione è diventata approssimativa, un sunto di opinioni, spesso declinazioni di interessi personali. I social sono frettolosi, lo vedo nei commenti, magari si fermano a consultare un solo personaggio stimato, che però potrebbe sbagliare, non si pongono dubbi. Oppure si fermano al titolo. Per questo non migliora mai l’umanità, malgrado l’anno appena trascorso non è vero che saremmo diventati più buoni. Questa pandemia ha solo esasperato aspetti di noi e li ha portati alla luce, così come i desideri personali che non si vogliono più tenere in un cassetto. Ma l’empatia e l’altruismo no, non vedo miglioramenti.

Ti pongo l’ultima domanda, quella che facciamo ad ogni termine di dialogo: ci consigli una lettura? Un libro per il 2021, che è necessario leggere oggi?

Se Niente importa. Perché mangiamo gli animali? (Guanda, 2010) di Jonathan Safran Foer. Per renderci consapevoli, non perché io voglia moralizzare nessuno. Ma per capire che ogni scelta che compiamo, dal cibo a quelle lavorative o personali, parte dalla conoscenza.

Un rinnovato ringraziamento a Francesca Barra per questo dialogo,
Antonello Costa

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