IN RICORDO DI ANTONIO PENNACCHI

Antonio Pennacchi non era uno scrittore. Antonio Pennacchi era un narratore. Antonio Pennacchi raccontava le storie della sua gente, della sua famiglia, si muoveva sempre intorno al proprio contesto, e anche quando non volesse, un tratto della sua penna scivolava sempre su quella fetta di terra chiamata Agro Pontino che inizia a Cisterna di Latina e arriva fino a Terracina, chiusa dal mare a ovest e dai Monti Lepini a est.


Antonio Pennacchi era un narratore tardivo. Si laureò più su dei 30 quando stufo delle lotte sindacali, operaio in cassa integrazione dell’Italcavi, sentiva che qualcosa di irrisolto bolliva dentro di lui: una storia che ancora singhiozzava tra le strade di Latina, nei campi che si perdono alla vista, nel monte Circeo che delinea l’orizzonte e segna il confine tra l’Agro e il sud. Quella terra bruciata dal sudore di migliaia di coloni ferraresi e rovigotti, scesi giù nei treni, compressi, e infine disperati nel vedere quella terra appena bonificata, deserta, piana e vuota.


Pennacchi sapeva che quella storia andava raccontata, non in un modo qualunque: la terra bisogna raccontarla alla maniera di chi ci sta in mezzo alla terra, di chi ha faticato. Così, Pennacchi reinventa su carta la narrazione orale dei filò (antica tradizione delle campagne del Nord Est in cui le persone si radunavano la sera e si raccontavano antiche storie e leggende). Ne esce fuori Canale Mussolini (Premio Strega 2010), un romanzo bulimico, che partendo dalle vicende della famiglia Peruzzi, racconta mezzo secolo di Storia D’Italia attraverso la lente di quelle persone che la bonifica l’hanno fatta veramente, che sono stati “deportati” simbolicamente in quei vagoni e sono scesi giù nell’Agro Pontino.


Antonio Pennacchi lo vedevi sempre camminare per Latina, con la sua coppola nera, la sciarpa rossa, il bastone. Era un monumento della mia città, si muoveva tra il bianco dei marmi di Piazza del Popolo, su per piazza Dante verso il tribunale, magari si faceva la circonvallazione e sbucava a Palazzo M, se ne andava giù per il Corso e poi te lo ritrovavi seduto al bar Mimì. Lo vedevi, ed era come guardare qualcuno che la città l’aveva fatta lui, con le sue mani. Monumento tra i monumenti, uomo radicato sempre nella città, che assorbiva gli umori, le storie, i pettegolezzi della mia gente.


Mi Piacerebbe immaginarmelo così in questo momento: come quei calìps (eucaliptos) piantati dai bonificatori che svettano al lato dei canali. Mi piacerebbe immaginarlo come uno dei calìps più alti e belli che assorbono quanta più acqua si può, perché solo così riescono a vivere.

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