Whatever it takes

Tutto ciò che occorre.

Una lama

L’onestà non aspetta il momento opportuno

Fredda tagliente e anonima

È tiranna: il momento lo devi creare

L’acciaio non discrimina

Tutto ciò che occorre.

Anonimo

Cassio e gli altri se ne sono appena andati, e Bruto è rimasto con nient’altro che un pugnale.

Non può muoversi, cristallizzato dalla fermezza delle decisioni irrevocabili che sono state prese.

È la notte prima.

Quelle ore bastarde e indimenticabili in cui un uomo si gioca tutto. Sono ore in cui si avverte un’intimità assoluta con il cosmo e se ne viene atterriti. In quelle ore il destino di una mosca intrappolata nella plafoniera ti è caro, e ti perdi in scaramanzie mentre speri invano che il tempo si fermi.

Quando le lacrime sgorgano, i piedi si muovono. Lacrime spesse, passi fragili. Il brandy bypassa il bicchiere e gli finisce dritto in gola.

151.600

È la media delle persone che muoiono ogni giorno. Prima che se ne andassero, Sesto Nasone, con la sua solita delicatezza, ha sputato quel numero. Per gli altri è stato uno schiaffo; per Bruto una pugnalata. Una frase strappata, gettata nel silenzio subito dopo l’irreversibile, che era servita a dare una dimensione più umana a un momento epico.

Siamo davvero giunti a questo?

Ci sta ripensando e vorrebbe strapparsi quella cifra con le unghie.

151.600

Cacciata a freddo, così sul muso, è impressionante. Oppure no. «È solo un numero: fondamentale per l’uomo, inutile per l’universo.» Lo pensa così forte che le parole si ribellano alla volontà di tacere.

E Cesare che cos’è?

La lama del pugnale suggerisce una risposta, ma Bruto si volta dall’altra parte tremando. Una mano va al cuore. Deve calmarsi.

In un Paese che stava assieme come i cocci di un vaso pressati con le mani, Cesare è stato la colla. I giapponesi direbbero kintsugi, ma l’oro ha smesso presto di brillare.

Le labbra si piegano in uno spasmo ironico. Le lacrime scalciano, ma il riso ha il sopravvento. Come ai bei tempi della caserma e della guerra, quando da dietro la quinta della spalla di Cesare, Bruto scrutava con orgoglio paterno la massa esultante.

Lui, Cassio, Ligario, Ottaviano, Cimbro, Ruga, Labeone, Longino, Galba… Fuoco, sangue e canti! La scocca fangosa dei carrarmati che splendeva, le divise annerite, le batterie di missili che sfidavano il cielo, le strade fumose, le cavalcate in elicottero…

Ai comizi, Bruto era corteggiato dai giornalisti. Parlava dopo le saette cesariane e limava i contorni dei sogni che un padre faceva per i suoi figli.

«Sono eterosessuale, sono Europeo e sono umanista. Vi domandate ancora perché sia incazzato?»

Tredici parole. Un marchio di fabbrica inconfondibile. Bruto rideva e applaudiva più di tutti. Aveva paura e si sentiva vibrare perché lui conosceva un Cesare che al mondo era negato.

I ricordi gli accorciano il fiato. Il pugnale cade sulla poltrona sgualcendone la fodera.

È rimasta solo la paura. L’obbligo di ridere a una battuta che ogni volta gli fa esplodere un’ampolla di vetriolo nello stomaco. E la calca dei comizi: mille e mille salme che lo allontano dal suo unico desiderio. Poi, la colonna di macchine che scivola sull’asfalto umido. Lampeggianti blu contro la notte striata. E Bruto, stretto nell’angolo, a fissare la corsa suicida degli spermatozoi d’acqua sul finestrino.

Cesare non smette mai di sorridere. È così da quando lo ha conosciuto. Sin da quel tempo ormai perduto in cui Bruto aveva indossato la divisa perché l’alternativa era il precariato esistenziale. Lo chiamavano colonnello, e in fondo gli piaceva.

Di Cesare aveva visto il corpo e poi udito le parole. Si era innamorato.

Per lui aveva infangato sé stesso; dato tutto, compresa la cosa a lui più cara e oscura: la fede. E quell’uomo sempre sorridente lo aveva elevato, stretto al suo petto e presentato la mondo intero sentenziando: «Ecco, lui è il vostro futuro.»

Avrebbe dovuto capirlo. In quel vostro stava racchiusa la sua implicita fine. Una N al posto della V e la sua vita sarebbe stata diversa. Invece, Bruto si era sentito realizzato. Sarebbe stato il futuro di Cesare, del Paese… l’unico motivo per cui quella bocca si sarebbe piegata in un arco irresistibile.

Ma i canti sono finiti e i sogni chiusi in un recinto. Da un po’ di tempo quel sorriso è un affresco che si scrosta. Cesare si limita a tenere vivi i fuochi che gli occorrono per scacciar via tutte quelle bestiacce che azzannano i piedi del suo trono. Le stesse bestiacce che hanno cacciato per lui.

E le bestiacce hanno iniziato a strisciare, ad adombrarsi. Cesare si è fatto più alto di quanto a qualsiasi uomo dovrebbe essere concesso.

«E il popolo! E il popolo!!» Cassio e Gaio Trebonio si passano in bocca il veleno a vicenda da mesi, ma è stato Bruto ad aprire l’ampolla. 

Agli incontri si infiammava ed esortava i più titubanti a tirare fuori le palle. La sua casa è stata la culla della congiura. Prima i bisbigli, i mezzi sorrisi, le occhiate. Infine qualcuno lo aveva detto:

«Uccidiamolo.»

A tutti loro piaceva pensare che a parlare fosse stata la voce di uno spettro. Un segno del Fato a cui non si può andare contro. Bruto aveva annuito per poi voler morire subito dopo. Erano scoppiate discussioni feroci e psicodrammi. Causa tradita, libertà minacciata, onestà deturpata…

Bruto aveva visto la sua fede diventare una stella morente nello spazio siderale. Adesso, stavano tutti a spasso per un deserto, insensibili alle frustate del sole, a occhieggiarsi con sospetto. Lui aveva animato la congiura. Il tentativo disperato di un innamorato di scuotere il suo amato; l’illusione dolce di agire per un dovere morale.

Deve cercare nel suo cuore. Scavare a mani nude fino a spezzarsi le unghie. Con Cesare scopa e si nutre. I tempi in cui facevano l’amore in segreto, e sedevano a tavola perdendosi nei rispettivi occhi a chiacchierare con lunghi silenzi sono finiti. Nello sguardo di quell’uomo, Bruto ormai vede quello che c’è sempre stato: nient’altro che un sorriso a sé stesso; un giuramento a sfruttare il prossimo.

La mattina del 14 marzo, Bruto ha provato a parlare con Cesare. Grida e gesti tra la sfuriata e la supplica. L’altro sorrideva e basta.

Era comunque tardi per tornare indietro.

Cassio lo sa.

La sera stessa aveva preso Bruto da parte dicendogli: «Il potere ti consente molte cose, tranne nascondere chi sei veramente.»

Sorge il sole. L’allungarsi dei suoi raggi è scandito dalla sirena del camion della nettezza urbana. Bruto è rimasto in piedi tutta la notte col naso schiacciato contro il vetro gelido. A fissare Roma. Così diversa da quando era bambino eppure ancora più disgustosa. E conosce benissimo il motivo per cui gli fa così schifo.

Gli altri stanno stringendo i pugnali convinti di riscattare la gloria e lo splendore traditi. Bruto li invidia e li commisera al contempo. Non è mai riuscito ad avere quel nitore.

Pensa a lui. Pensa al caffè che i domestici gli stanno servendo; alle decine di cravatte che avrebbe scartato per poi ricadere sempre sulle solite due o tre; agli agenti di scorta –quel giorno in licenza, che dormono stringendo le mogli; a una troietta bionda, magari roscia, che rimpacchetta la sua mercanzia prima di salutare con un bacio.

Ecco che il suo corpo si è ribellato nuovamente. Si ritrova col pugnale in mano, il riflesso traballante dei suoi occhi nella scanalatura. Quella lama così gelida è una promessa suadente di irreversibilità. E se deve venire la morte, che venga in un frastuono! Una fine assordante che annulla tutto, persino il dolore e la colpa.

Si infila la giacca e lascia cadere l’arma nella tasca interna, sperando che ne venga inghiottita. In quel momento l’auto di Cimbro frena bruscamente sotto casa. Prima di uscire Bruto si guarda allo specchio. Vuole vedere un uomo d’onore.

Cesare è un pericolo per il Paese.

Cesare farà di tutti noi degli schiavi.

Cesare pensa solo al proprio interesse.

Quando la portiera si chiude e la vettura parte svicolando il traffico di Roma grazie al lampeggiante, Bruto ha deciso.

Cesare mi tradisce.

Cesare mi opprime.

Cesare non mi ama.

«Devo ucciderlo.»

Alessandro Pestarino

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