Oltre il confine: la gabbia del fake

Considerate la vostra semenza: 

fatti non foste a viver come bruti, 

ma per seguir virtute e canoscenza”.     

Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI, vv. 118-120

La gabbia blocca, imbriglia, è il tratto di penna che sentenzia, è la nemica di una conoscenza in itinere non viziata dall’arrogante pretesa di appagamento. Eppure talvolta il limite serve proprio a riconoscere il recinto e ad imparare a superarlo, che sia il colle, la siepe o un pregiudizio mentale.

L’incontenibile grandezza leopardiana mostra il valore che si può trarre da una gabbia, da quella dorata delle mura paterne al provincialismo di un borgo sornione. Leopardi ha saputo forzare i confini, allargare sempre di più i margini fino ad abbatterli e creare un network in cui attingere a ciò che non è comodamente a portata di mano. Eppure il debito con la gabbia, la sua Recanati, non viene del tutto sanato. Riaffiora proprio quando sembra superato, si affaccia nell’incipit del celeberrimo idillio de L’infinito, rivendica i suoi meriti in un avverbio pregnante che sa di promessa eterna e di sicurezza concessa da un tempo liquido, senza confini. Leopardi ha trasformato la sua gabbia in un zampillo inarrestabile di conoscenza, nel salto vertiginoso fatto proprio per superare l’ostacolo che il guardo esclude. La gabbia torna a far sentire la propria voce nell’avversativa che, nel cuore dell’idillio, suggerisce tutta la forza dell’opposizione, di uno spazio illimitato solo dopo averne superato i confini, di un io che fuoriesce da sé stesso e si perde nell’indeterminatezza della coppia di gerundi: il confine, ora consapevole di sé, solletica la potenza dell’immaginazione e naufraga in un mare che sa di dolcezza.

Tuttavia, le gabbie più resistenti sono quelle mentali. Ne sono incastrate persone che continuano a storcere la realtà e a credere solo alle presunte notizie che confermano le proprie credenze pregresse. Vengono così manipolate le sicurezze che servono per dar senso alla complessità del reale e trasformate in sclerotizzati meccanismi mentali con cui l’individuo si sente al sicuro e dà risposte facile e ovvie a fenomeni complessi. Sia chiaro, ogni mente è strutturata, le linee guida e i bias cognitivi rendono più facile interpretare la realtà e dare un senso ad una vita ingarbugliata alla stregua dello gnommero gaddiano. Ma oggi come non mai c’è un piccolo manipolo di persone – assai rumorose sui social – ingabbiate nei loro pregiudizi e schemi mentali, che inquinano l’informazione, spargono fake news, mescolano le carte della verità e le sostituiscono con quelle della post-verità.

Parola dell’anno 2016 secondo l’Oxford Dictionary e preludio alla copertina dedicata dal Time a Donald Trump, la post-verità è stata la vera vincitrice degli appuntamenti elettorali delle presidenziali Usa e del referendum Brexit. La verità, Bene platonico a cui il filosofo deve tendere, perde l’aureola e come l’albatro baudelairiano, un tempo rois de l’azur e ora schernito dai marinai, viene offuscata dal prefisso post, che non indica la scomparsa della verità ma il suo superamento. Non importa più attenersi all’evidenza dei fatti ma alla percezione che la maggior parte delle persone ne hanno, al simulacro, alla copia platonica che, un tempo ancella delle idee, è pronta a usurparne il potere. Insomma, Trump docet, a nessuno – o almeno ad un certo tipo di comunicazione irrazionale ed emotiva che si rivolge solo alla pancia delle persone – importa più della verità ma solo delle interpretazioni, alternative facts che altro non sono che lo scudo per legittimare le menzogne e affermare il proprio punto di vista.

A distanza di cinque anni la situazione non è migliorata. Le onde del web 2.0 vengono cavalcate da surfisti anonimi, da utenti pronti a storpiare le notizie e a modificarle per infangare una versione ufficiale che non viene più percepita come vera: al posto della verità, regna l’opinione. I social network vengono usati come megafoni per urlare senza mediazioni o filtri tutto ciò che un non generoso IQ elabora. E così al posto di fatti supportati da prove scientifiche, si crede e si denuncia a gran voce lo stato dittatoriale in cui ci costringe la medicina, si cela l’evidenza di una malattia virale, si sbandiera ogni minima tragedia e si denigra il vaccino ancor prima che la scienza possa fornire spiegazioni. L’habitat di queste persone è proprio la gabbia, il confine delle loro menti atrofizzate, i meccanismi mentali dei bias che vengono abbandonati al loro primo, irrazionale, stadio e usati come fucina di spiegazioni illusoriamente facili. E così si rimane imbrigliati nel sempre leopardiano, non seguito dal ma, in gabbie così ristrette da inibire sinapsi e ricircolo di ossigeno.

Gli sciacalli del fake si appropriano di fatti drammatici e li usano come ulteriori prove a conferma delle loro tesi. Basta navigare un po’ tra le acque inquinate del web ed ecco spuntare come funghi notizie false, teorie del complotto, menzogne pronte ad acrobazie pur di infangare la versione autentica dei fatti. Green pass che discriminano, pizzerie che fanno lievitare assieme agli impasti i prezzi per i non vaccinati, rimedi stravaganti contro il virus che ci catapultano in un calderone di pozioni magiche. E si arriva persino ad elogiare l’operato dei talebani, uragani che in Afghanistan stanno sradicando tutte le libertà e le conquiste, a cominciare dalla campagna vaccinale, e ad auspicare anche per l’Italia uno stop del genere. In un momento storico così incerto e delicato, stanno affiorando sempre più spiegazioni alternative che sovrastano la verità e si abbattono sull’utente: tutto ciò che rimane è la confusione, la ritrosia per la versione ufficiale dei fatti e la corsa del virus della disinformazione.

Di tutta risposta, per cercare di smascherare queste gabbie mentali, subentrano i cacciatori di verità, fakebusters pronti ad affinare spirito critico e buon senso e a smascherare le notizie false che circolano a piede – e click – libero.  Il fact-checking di “Bufale un tanto al chilo”, fornisce, con Michelangelo Coltelli e Noemi Urso, esempi di bufale attualissime e insegna a non abboccare a tutto ciò che si incontra e a non cadere nella rete del clickbait o di titoloni strillati, sensazionali e privi di sostanza. Anche “Bufale.net” si sta impegnando assiduamente nello smascheramento di notizie presunte e inesistenti e nello svelare le gabbie strette in cui abitano coloro che si affidano solo a pregiudizi, per cercare di riporre al vertice la verità.

La battaglia è lunga, i nemici si annidano ovunque, sono pronti ad uscire nei momenti più delicati e a soffiare sulle paure più latenti per alimentare sfiducia nella verità e nelle spiegazioni obiettive. È una questione che riguarda tutti perché l’informazione è il mattoncino lego che serve per costruire la libertà e diventare cittadini consapevoli e responsabili. Per questo motivo si sono mobilitati anche organi istituzionali, come il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, che sui siti web ufficiali smascherano le principali notizie false e le sostituisce con spiegazioni obiettive supportate da prove scientifiche e dalla voce degli esperti. Esigenza percepita anche dagli stessi gestori delle piattaforme digitali che, in accordo con l’AGCOM e con il team di professionisti di News Guard, rendono meno visibili le notizie false e avvertono l’utente che prova a condividerle sui canali social, inviandogli notifiche sull’inattendibilità dei contenuti.

L’obiettivo più importante e ambizioso è quello non solo di arginare la chiusura mentale ma anche di aprirla, azione resa ancor più difficile dall’inconsapevolezza che guida gli ignoranti, vittime dell’effetto Dunning-Kruger, lo studio di due psicologi statunitensi che ha dimostrato quanto l’ignoranza non sia consapevole di sé stessa e tenda al contrario a sovrastimarsi. A maggior ragione di fronte a situazioni complesse quali crisi internazionali e sanitarie, in cui le conoscenze approfondite sono nelle mani di pochi specialisti, la marea di voci del web tende ad alzarsi e alcuni utenti pur non avendo le competenze si ergono a detentori della verità e la diffondono con toni arrabbiati e violenti. Al contrario, il vero sapiente non si mostra sicuro di sé e, invece di chiudersi in gabbie mentali atrofizzate, sfida i propri limiti, cercando di superarli giorno dopo giorno con uno studio assiduo. A scimmie strillanti chiuse in gabbia, subentra il saggio socratico che, con un gesto di umiltà di cui solo una grande intelligenza è capace, riconosce la sua gabbia ed è pronto ad uscirne: so di non sapere.

Questa settimana torna la critica del nostro Leonardo Borvi che ci regalerà la sua analisi del racconto buzzatiano Sette piani. Il nostro passerà al setaccio il testo di Dino Buzzati, grande maestro dell’assurdo e del fantastico, ne analizzerà i personaggi, si perderà nel labirinto kafkiano dell’ospedale e della burocrazia per aprirne i confini e spingersi oltre il testo, verso altri territori, buzzatiani e non solo. Una critica acuta, pregnante, che non lascia nulla al caso, pronta ad illuminare la forza di questo racconto e ad allargare vertiginosamente la visuale per regalarci un quadro che va ad arricchirsi sempre di più. Nulla è come sembra e i meccanismi dell’abitudine vengono scandagliati fino all’eccesso per mostrare la vera natura atrofizzata di una normalità che sa di assurdo.

Eleonora Bufoli per la redazione de L’Incendiario

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