Io Incendio: Imparerò meglio

26 agosto 2021.

Cara lettrice, caro lettore,
Ho titubato molto prima di scrivere questo editoriale; sentivo crollare le mie competenze geopolitiche sotto il peso di una bomba. Non volevo perdere i fili nell’ago di illusorie tautologie, ma le corde sono state recise, in un momento di nulla e banalità. Scrivo questo editoriale in un momento di nulla e banalità, in un bar di Formia, sorseggiando un caffè, ascoltando in radio un’insipida canzone estiva. La noia fa aprire Instagram, e mi blocco leggendo questo post di Repubblica:

“Attentato suicida all’aeroporto di Kabul. A essere preso di mira è stato l’Abby Gate, uno degli ingressi dell’aeroporto. Secondo il Pentagono, allo scoppio sono seguiti colpi di arma da fuoco. Ci sono feriti e morti fra gli afghani che volevano fuggire. Fra loro, anche alcuni bambini”.

E quanto insulso diventa il mio caffè, il bar, la musica estiva, la mia noia, il mio tempo libero; quanto insulsa è la vita di un Occidentale, la libertà che porta a non comprendere cosa sia davvero quella violenza, la rende intangibile. Come due globi, due sfere distanti poco comunicanti. Ci vediamo incollati a sfere di cristallo, cannocchiali mediatici, notizie e televisione per sbirciare e vedere cosa sta accadendo. Ma i due mondi restano lontani, nello spazio e nel tempo; i nostri pensieri sono lontani: la mia eterna e insulsa indecisione tra lo zucchero o il caffè amaro, la loro eterna condanna e lotta tra la vita e la morte.

Disgustato dalla mia cecità, dalla mia inerzia e fortuna, ho deciso di scrivere questo editoriale, rivolgendomi al mio Sacro Graal, alla mia Bibbia, Uomini e no, 1945, di Elio Vittorini, romanzo neorealista che ho letto e riletto, a cui ho dedicato uno studio per il mio lavoro di tesi triennale. Un libro che ho scelto, e durante la lettura provavo invidia: Vorrei averlo scritto io, mi ripetevo. Non mi dilungherò sul romanzo, prevedo di raccontare e leggere criticamente la storia di Resistenza del gappista Enne 2, protagonista, in future occasioni. Voglio concentrarmi sugli ultimi capitoli, da CXXXII a CXXXVI, l’enigmatica chiusura del romanzo. Un giovane operaio gappista, iniziato da Enne 2, si rifiuta di uccidere un triste soldato tedesco che aspetta una bevanda in un punto di ristoro. Imparerò meglio, sono le ultime parole dell’operaio, che apparentemente si scusa con i compagni per non aver portato a termine la missione. Continua a ripeterlo, Imparerò meglio. Il significato di queste parole appare un mistero, che viene sciolto da Vittorini nella nota alla prima edizione del 1945: difendeva il suo libro dall’accusa di essere uno scritto sottoposto a spinte comuniste; come ha largamente fatto nella sua rivista «Il Politecnico», rompeva nella nota la convinzione che l’arte sia strumentalizzata dalla politica, elogiando il primato e il potere della prima. Il potere di Cercare in arte il progresso dell’umanità. In conclusione, ci indirizza alla giusta lettura della vicenda dell’operario: il ragazzo ripete a se stesso quelle parole, mente ai suoi compagni, che sono per lui omini di fumo. È ingabbiato nella sua mente, chiuso nel suo incantesimo: Imparerò meglio. Sta augurando a se stesso di essere migliore, di essere sempre più umano, di acuire il suo senso di umanità. Si sta prefiggendo di smettere di uccidere, che la pace arrivi per tutte le guerre: perché non c’è differenza tra alleati e nemici, siamo tutti essere umani, ed è inutile fare le guerre. Vittorini ci lascia questo monito, spera che il lettore diventi ossessionato dalla sua magia: Imparerò meglio, imparare ad essere umanamente migliori, perché in questo mondo tutti siamo esseri umani.

E io, dopo aver riletto quelle pagine, dalla mia noia occidentale, ripeto a me stesso, Imparerò meglio, e mi rivolgo a tutti gli esseri umani: impariamo ad essere meglio. E che i terroristi, i grandi presidenti che giocano a scacchi, gli occidentali sorseggianti un caffè ne prendano consapevolezza, con la giustizia e la responsabilità che ne conseguono: impariamo ad essere meglio, perché a Kabul, in Afghanistan, uomini, donne, bambini stanno morendo. E se la morte del corpo non giunge, potrà esserci una prospettiva peggiore: la morte di diritti, libertà, futuro. Impariamo ad essere migliori, ricercando i mezzi per rendere sostanza queste parole. Per esempio, L’Incendiario indica la Fondazione Pangea Onlus, organizzazione no profit, che opera a Kabul dal 2003, per la protezione, sicurezza, difesa di diritti e libertà di donne e bambini. Pangea dal 18 agosto è impegnata a mettere in salvo il loro staff, le beneficiarie e i bambini a Kabul. Pangea non vuole abbandonare il territorio afghano, per tutte le donne, per tutti i bambini, per tutti gli esseri umani che non possono essere lasciati soli: con una donazione a loro, oggi, puoi sperare di essere umanamente migliore, e aiutare chi viene strappato, lentamente, della propria umanità. Lascio qui il link per chi è interessato: https://pangeaonlus.org/contributo/emergenza-afghanistan/.

In settimana un articolo di Lorenzo Valerio, in modo più completo e adatto ritornerà su quanto sta accadendo in Afghanistan. Nel frattempo, io non smetto di ripetermi:
Imparerò meglio.

Antonello Costa per la redazione dell’Incendiario

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