La questione afghana

Quello che è andato perduto è irrecuperabile.

Khaled Hosseini, E l’eco rispose, 2013

Nelle ultime settimane si è assistito a un vero e proprio bombardamento mediatico che ha riguardato la riconquista da parte delle forze talebane della città di Kabul, capitale dell’Afghanistan. Tra pagine online e mezzi di informazione tradizionale, si è potuto leggere davvero di tutto, da analisi del profilo di chi sono i talebani, per giungere ad argomentazioni che hanno a che fare più con l’ambito geopolitico, passando per materiale che, personalmente, ha più un retrogusto di benaltrismo che di vera e propria informazione. Sicuramente, le masse sono rimaste estremamente scosse dalle drammatiche immagini di quei profughi afgani che sono caduti dall’aereo in partenza dall’aeroporto di Kabul, che raccontano storie di drammi e di disperazione. Tuttavia, il centro del presente lavoro non vuole essere un raccontare drammatico di storie di persone che si trovano a vivere condizioni estremamente lontane da quelle che in Occidente sono considerate come basilari per una vita degna. Anzi, in queste righe si propone un’analisi che vuole consegnare al lettore un contesto nel quale inserire le numerose immagini e notizie che vediamo sui social e al telegiornale. Pertanto, sarà opportuno andare ad indagare quella che è possibile definire come “questione afgana”, decostruendone la storia e cercando di metterne in luce tutte le contraddizioni che hanno trascinato un paese intero in uno stato di occupazione da oltre cinquant’anni.

Dunque, è opportuno cominciare dall’inizio. Benché nell’opinione comune internazionale l’Afghanistan abbia acquisito una legittimazione solo a partire dall’11 settembre 2001, in seguito all’attentato al World Trade Center di New York, l’origine della “questione afgana” è da intercettarsi a partire dalla fine degli anni ’70. Nella fattispecie, si fa riferimento al 27 aprile 1978, quando il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA), di orientamento marxista-leninista, rovesciò la monarchia. Sebbene il Paese conobbe, in questo periodo, una stagione ricca di riforme progressiste, che avevano al proprio centro il passaggio da uno stato prevalentemente tribale a uno stato moderno, la prima Repubblica afgana ebbe una durata estremamente breve: l’assassinio di Nur Mohammad Taraki, capo del PDPA che ricopriva anche la carica di capo di Stato, scombussolò gli equilibri del Paese in termini prevalentemente di politica estera, comportando, di fatto, l’invasione da parte dell’armata rossa nel dicembre del 1979. Da qui in avanti, l’Afghanistan non conoscerà più l’indipendenza, in quanto l’occupazione sovietica durerà dieci anni, nel corso dei quali si assisterà a una cruenta guerra di resistenza con la realtà dei mujāhidīn. È importante soffermarsi su questo termine (in arabo مجاهدين) dal momento che, nel linguaggio dei mass media dall’inizio degli anni 2000, ha designato una significazione mediatica associabile al terrorismo. In realtà, lo studio del significato in lingua araba restituisce la traduzione di “combattente per la jihad”. Se si osserva il termine jihad (in arabo: جهاد), anch’esso generalmente associato all’ambito del terrorismo, designa il significato di “sforzo”, “lotta”, che nel Corano ha a che fare con una significazione prevalentemente introspettiva che implica il miglioramento della propria persona nell’orizzonte della fede. In sintesi, mujāhidīn, restituisce un significato associabile alla “lotta per la patria”, il che, per estensione, diventa patriota. Diventa fondamentale, inoltre, sottolineare che tale resistenza è sostenuta economicamente dagli Stati Uniti. Non bisogna dimenticare che, dal punto di vista temporale, si è in piena Guerra Fredda, il che non può che ridurre l’Afghanistan a essere l’ennesimo campo di battaglia silenzioso della rivalità tra Statunitensi e Sovietici. In ogni caso, la ritirata dell’Armata Rossa nel 1989 non lascia altro che macerie di quella che è l’Afghanistan raccontata nelle prime pagine de Il Cacciatore di Aquiloni di Khaled Hosseini (The Kite Runner, USA 2003). Qui si legge di un Paese prospero, ricco di tradizioni, non estraneo a una fiorente economia, seppur da collocarsi in un contesto legato ancora a una forma di Stato pre-moderno. Dunque, è su quelle macerie che i Signori della Guerra armati dagli USA intraprendono una cruenta guerra civile interna, al termine della quale è instaurato un governo di matrice religiosa nella sua forma più integrista. Prende forma, in questo periodo, l’Afghanistan come Stato integralista islamico, più vicino all’immaginario comune. Nel 1992, le forze vincitrici dei mujāhidīn si riuniscono, seppur precariamente, nell’organizzazione dei Talebani (formata prevalentemente da membri di etnia pashtun), dando il via a un dialogo sempre più frequente con l’associazione terroristica di Al Qaida, capeggiata da Osama bin Laden. Centrale, nell’ambito dell’economia dell’associazione di guerriglia afghano-pakistana, è il commercio degli oppiacei, il cui mercato consente di acquisire quei fondi necessari per gli armamenti e rimanere al potere. È introdotta, dunque, una stagione politica volta alla repressione ideologica, nell’orizzonte anti-occidentale: vige il diritto religioso e viene progressivamente meno la differenza tra Stato laico e integralismo islamico, il che comporta una normalizzazione delle violazioni di diritti base per una vita degna, specie per quanto concerne alle donne. Se si legge l’imposizione violenta della legge religiosa in sinergia con il basso livello di scolarizzazione della popolazione media, è restituita l’immagine di un’Afghanistan di fatto non in grado di porre opposizione alla propria situazione. Evocative, ancora, sono le parole di Hosseini, che ne Il Cacciatore di Aquiloni farà pronunciare all’austero Baba, padre del protagonista Amir: «Il più grande nemico dell’Afghanistan è l’Afghanistan». Il complesso sistema tradizionale afghano, in ogni caso, va contestualizzato anche con una forte discriminazione interna vigente tra le varie etnie che sono parte del popolo. Alla luce di ciò, è restituita ancora l’idea che il governo talebano abbia sfruttato la conquista del potere anche per costruire l’idea di popolo afghano, che ha portato all’inizio di una pulizia etnica non indifferente, in particolare dell’etnia hazara. In questo contesto, molto delicato, di forte instabilità politica, che è più una guerra civile che altro, gioca un ruolo fondamentale la propaganda talebana contro lo straniero, in particolare l’occidentale. Gli Stati Uniti, dunque, da alleati alla guerra contro i sovietici, divengono progressivamente nemici, nonché portatori di usi e costumi che non coincidono con la lettura integrista del Corano proposta dalle forze governative afghane. A ciò va ad aggiungersi, inoltre, una politica statunitense mossa dall’interesse intorno al mercato del petrolio, di cui, in ogni caso, il Medioriente è estremamente ricco. Tentativi di instaurare un’influenza politica nell’area da parte degli Stati Uniti erano già stati avanzati nel corso degli anni ’60 e ’70, specie in Iran, falliti definitivamente poi nel ’79 con l’occupazione dell’ambasciata statunitense a Teheran.

Dunque, è in questo clima di ostilità che si giunge all’11 settembre 2001, data emblematica che pone gli USA, ma per estensione tutto l’Occidente, davanti all’inevitabilità di un intervento armato in Afghanistan. È così inaugurata un’occupazione militare che ha come missione centrale la cattura di bin Laden. Risulta a questo punto abbastanza irrilevante, nonché retorico, il ripercorrere in maniera dettagliata questo scontro. Resta significativo, tuttavia, il riflettere su quanto sia stato un fallimento. La guerra intrapresa da Bush contro le forze Talebane si presenta più come uno scontro di matrice culturale, che come un qualcosa che ha davvero a che fare con questioni geopolitiche. Tuttavia, è abbastanza palese considerare che gli USA non hanno mai davvero rinunciato all’idea di poter avere un’influenza significativa sul mercato del petrolio mediorientale. Inoltre, ciò deve essere letto in sinergia con la crescita esponenziale delle economie cinese e indiana, che non hanno mai occultato troppo i propri interessi nell’area che si sta analizzando. Dunque, l’Afghanistan risulta essere solamente un pretesto, nonché un semplice teatro per uno scontro che non ha mai davvero interessato delle componenti autoctone. Anche perché, di fatto, le risorse geofisiche afghane non risultano decisive, né dal punto di vista economico né dal punto di vista bellico: un territorio prevalentemente montuoso e privo di petrolio, non può considerarsi di interesse geopolitico, se non fosse per il fatto che si trova sulla nuova via della seta. Le forze NATO, nell’invadere l’Afghanistan, hanno tentato di costruire una base geopolitica di influenza, dalla quale partire alla volta della conquista militare del Medioriente (non a caso, si è poi passato al Pakistan, per proseguire all’Iraq, sino a giungere all’Iran), ponendosi in una posizione che avrebbe avuto anche il vantaggio di rallentare le mire espansionistiche cinesi.

Ora, è d’uopo porsi una domanda: lo spirito interventista che ha animato i primi anni del 2000 (e che in parte sopravvive in alcune fazioni politiche attuali), ha portato a un successo? Sebbene, la missione militare di cattura di bin Laden abbia avuto esiti positivi – almeno, stando alla cronaca ufficiale statunitense, da leggersi anche al vaglio della propaganda e dello spirito americano – è comunque fondamentale sottolineare quanto questo conflitto sia costato in termini di vite umane e non solo. Un conflitto duraturo, che ha visto impegnate diverse forze a livello mondiale, sicuramente implica costi ingenti su qualsiasi punto di vista. Tralasciando la retorica della distruzione portata dalla guerra, la quale non è mai banale e deve sempre avere uno spazio in un discorso riguardante la geopolitica, risulta interessante riflettere su quali sono stati gli esiti politici di tale intervento in Afghanistan. L’apparente facilità di sbaragliamento di forze comunque disorganizzate e disunite, come erano appunto i Talebani, risulta essere solamente un falso mito costruito dalla cosiddetta “narrazione del vincitore”. Di fatto, con l’inizio della presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno avviato un processo di smilitarizzazione dell’area afghana, delegando alle forze alleate (in particolare ai Paesi dell’UE) il compito della ricostruzione. Per ricostruzione è intesa l’apertura di un canale di flusso di capitali economici che avevano come scopo l’occidentalizzazione dell’Afghanistan, dunque una, seppur mascherata, operazione di imposizione culturale ed economica che non aveva, se non nell’intenzionalità, lo scopo di guidare il Paese verso l’indipendenza, bensì il mantenimento di una qualche forma di influenza nell’ottica geopolitica. Superando la presidenza Obama, è significativo anche considerare che Trump abbia inaugurato una politica di isolazionismo a livello internazionale, nonché di disinteresse per le questioni in atto che vedevano l’attiva partecipazione statunitense nelle dinamiche del Medioriente. Di conseguenza, è legittimo affermare che sebbene i Talebani abbiano perso sul campo la guerra, almeno da un punto di vista puramente ideologico, hanno ottenuto ciò che volevano, ovvero degli USA isolazionisti e protezionisti, che hanno, almeno nell’ultima decade, progressivamente perso la propria centralità nelle dinamiche economiche internazionali. Da tutto ciò ne guadagnano paesi come la Russia e la Cina, che si sono innestati nelle partnership economiche in particolare con l’Unione Europea, specie nell’ambito delle risorse energetiche e della tecnologia. In definitiva, è restituita l’immagine di un’Afghanistan che ha avuto il solo ruolo di spettatore in prima persona, tuttavia pagante. Dell’Afghanistan degli aquiloni, raccontata da Hosseini, ad oggi non esiste più nulla. L’occupazione occidentale del paese, per quanto sia stato un successo in termini infrastrutturali e anche culturali (si pensi alla riapertura dell’università di Kabul, ora oggetto di attacchi terroristici da parte della compagine talebana), comunque non è riuscita a penetrare in quella che Žižek definisce sub-cultura. Conseguentemente, la già significativa distanza sussistente tra città e zone rurali preesistente all’occupazione sovietica con l’opera di occidentalizzazione si è andata amplificandosi, cementando l’idea dell’invasore occidentale, mai davvero superata. In questo contesto, era di fatto inevitabile la riconquista del Paese da parte dei Talebani, che poi è quella ufficializzata il 15 agosto 2021. Dunque, ci si trova davanti a una situazione estremamente complessa, che se letta nella sua interezza, potrebbe confondersi con il complottismo. In ogni caso, è importante sottolineare che l’Occidente, che negli ultimi vent’anni si è trovato a dover fronteggiare il terrorismo islamico, ha comunque responsabilità storiche decisive, che lo hanno portato a costruirsi un nemico da combattere.

In ultima battuta, le presenti righe non sono affatto un discorso esaustivo sulla questione afghana; tuttavia per esigenze di spazio, si rimandano approfondimenti ad eventuali lavori futuri.

Formia. 31.08.2021

di Lorenzo Valerio

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