Scuola mia…corri, corri ma dove vai?

Riaprono oggi, 13 settembre, le scuole in molte regioni italiane: Abruzzo, Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Umbria, Veneto, oltre a quelli della Valle d’Aosta e della Provincia di Trento.

Riaprono in presenza dopo un anno scolastico 2020-2021 pieno di asperità: iniziato in presenza è stato subito stroncato dalla seconda ondata di Covid-19 che ha costretto gli alunni a ripiegare sulla DAD, per poi di nuovo tornare sui banchi ma questa volta scaglionati, metà a casa, metà in aula.

Questo dovrebbe essere l’anno della ripresa: forti del vaccino e delle nuove regole di contenimento del virus, gli alunni non dovrebbero ricevere grandi sorprese, ma il virus ci ha insegnato a ragionare mese per mese, dati alla mano e sperando sempre che la curva sia piatta e non convessa.

Durante questi due anni maledetti si è parlato moltissimo di istruzione, ne abbiamo parlato anche noi sull’Incendiario, e ora se ne straparla: tra chi strumentalizza la cultura e l’istruzione per fini politici, a chi vede questo periodo come un rinascimento dell’istruzione, una rifioritura di quei valori fondanti della cultura e posti come cardine di una rinnovamento civile e morale del nostro Paese.

La realtà è che la situazione è ben diversa: non possiamo dire che qualcosa di nuovo sia nato solo perché durante la pandemia si è deciso di tenere aperte le librerie e, di conseguenza, i risultati delle vendite sono schizzati in alto. Inoltre, per cementare il concetto, c’è da dire che il sistema scolastico italiano rimane praticamente identico a quello della riforma Gelmini e alla pezza renziana della Buona Scuola. Si fanno orecchie da mercante davanti alle voci degli studenti e a quelle degli insegnanti. Rimane solo una speranza: i 19 miliardi di Euro del PNRR dedicati al settore dell’istruzione, un calderone misto che parte dagli asili nido, fino all’università, passando per ristrutturazioni delle infrastrutture e assunzioni insegnanti. Inoltre, se si considera la percentuale dedicata a questo settore e lo si paragona ai 223 miliardi che l’Italia riceverà nel PNRR, l’effetto è comico: come volevasi dimostrare la scuola non conta nulla.

Tutte queste considerazioni portano sempre ad uno stesso punto, per quanto nel nostro paese si cerchi di fare qualcosa di nuovo quel qualcosa avrà magari un’altra forma, un altro intento, ma porterà inevitabilmente agli stessi risultati: l’immobilità più totale.

Mi viene quindi spontaneo un paragone con un’opera letteraria importantissima, Oblomov. Pubblicato da Ivan Aleksandrovič Gončarov nel 1859, il romanzo narra le vicende di Il’ja Il’ič Oblómov, un possidente terriero apatico e indolente che piuttosto che l’azione preferisce la contemplazione e la fantasticheria. Lo stesso Oblomov è il teorizzatore di una filosofia del tutto particolare, l’“oblomovismo”. L’oblomovismo è una filosofia che punta a rinchiudere l’individuo in se stesso per fuggire dall’ipocrisia e dalle malefatte della vita attiva, vista come inutile al raggiungimento di un qualsiasi godimento pieno.

L’oblomovismo è la filosofia (o malattia?) che sembra adottare (o affliggere?) la scuola italiana: non si annoia, contempla le possibili soluzioni ai rimedi della sua condizione ma gira che ti rigira non fa altro che tornare al punto di partenza. Ad un certo punto sembra cambiare, ma molto spesso ha l’indole camaleontica di adottare le forme che tanto bene funzionano all’estero dato che è molto più difficile pensare a qualcosa di nuovo più che essere scossi dall’imitazione dell’altro.

Non me ne vogliano i lettori per la provocazione e il citazionismo ma qui “tutto deve cambiare affinchè nulla cambi”.

Questa settimana presenteremo una recensione di Eleonora Bufoli riguardante il romanzo di Ian McEwan Macchine come me (Einaudi, 2019): storia di fantascienza in cui l’autore rilegge il passato per introdurre negli anni ‘80 l’intelligenza artificiale. Gli esiti ve li lasciamo scoprire nella recensione di giovedì.

Lorenzo Buonarosa per la redazione de L’Incendiario

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