Un muro di nebbia e una città visibile: Intervista a Michele Catozzi

Vi è mai capitato di leggere due testi contemporaneamente? E vedere le parole intrecciarsi, trovare concordanze e arricchimenti? I vostri occhi da lettore si sono mai allineati, confrontando nello stesso momento due mondi, e i dettagli invisibili di uno diventano visibili nell’altro? È ciò che accaduto a me questa estate, due letture contemporanee, che si sono specchiate tra loro. Il primo testo è il thriller di Michele Catozzi, Muro di nebbia (TEA, 2021), quarto romanzo della serie di successo del commissario Aldani, coadiuvato per un’indagine complicata dall’assistenza della commissaria Santoro giunta da Roma, specializzata in serial killer; uno scontro tra Aldani e i continui muri di nebbia della città di Venezia, alla ricerca dell’omicida di giovani studentesse. E mentre inseguivo le tracce dell’assassino seriale, Marco Polo rispondeva all’imperatore Kublai Kan: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia». E camminavo con Marco Polo, nel suo viaggio tra Le città invisibili dipinte da Italo Calvino, il secondo testo che leggevo. Vedevo un riscontro tra la Venezia descritta, con una penna silenziosa, da Calvino e la Venezia, con la sua nebbia avvolgente, di Catozzi. Due libri che si sono uniti per formare il ritratto compiuto della città di Venezia.

Sono felicissimo, perciò, di avere qui con me oggi Michele Catozzi per un’intervista, per parlarci del suo ultimo romanzo Muro di nebbia e della Venezia del suo commissario. Ciò che ti sorprenderà, Michele, e che sarà un’intervista diversa; ci sposteremo nella Venezia di Aldani attraverso la lettura di brevissimi estratti di Le città invisibili. Ho scelto cinque città, che mi hanno ispirato le domande da farti:

89 Smeraldina: A Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e s’intersecano. Per andare da un posto a un altro hai sempre la scelta tra il percorso terrestre e quello in barca […].

Ti devo confessare che mi sono divertito tantissimo a seguire i veloci spostamenti via acqua del commissario Aldani sul Toni, un’imbarcazione che diventa mezzo ad alta velocità. Attraverso i movimenti fluidi hai scelto delle zone di Venezia in cui Aldani, come fosse Marco Polo, ci mostra un pezzo della tradizione veneziana. E penso, per esempio, al rio terà dei Catecumeni, gremito di bancarelle per la festa della Madonna della Salute. Ti chiedo, quindi, per i nostri lettori: quali zone di Venezia hai deciso di rendere visibili nel tuo romanzo e soprattutto perché?

Fammi dire anzitutto, Antonello, che sono piacevolmente sorpreso per quest’intervista sui generis (d’altra parte da un “incendiario” non potevo certo aspettarmi di meno), onorato per l’accostamento ardito a un pilastro della letteratura e, parimenti, intimidito dai riscontri da te rilevati tra le due Venezie “narrate”. E ora veniamo al dunque.
Non c’è dubbio che quel passaggio su Smeraldina descriva, con la sintesi e l’evocatività che sono proprie di Calvino, la città di Venezia. Resta poco da aggiungere, se non che Aldani si sposta lungo rii e canali col Toni, il motoscafo senza insegne d’istituto (e unico natante della Polizia dotato di nome oltre che di sigla) pilotato dall’agente Vitiello, e dove non può arrivare col Toni va a piedi attraverso calli, campielli e ponti, muovendosi con estrema sicurezza in quella specie di labirinto urbano che per i foresti è quasi un rompicapo inestricabile.
Rispondo alla tua domanda: le zone che descrivo sono funzionali alla storia o all’evoluzione dei personaggi. Quella che tu citi, la visita alla Basilica della Salute e alle calli adiacenti durante la grande festa di novembre, forse la più sentita dai veneziani, è l’occasione per Aldani di lanciarsi nei suoi soliti amarcord che sono molto rivelatori di sé. Ma ci sono anche le sedi di Ca’ Foscari, campo San Barnaba e il sotoportego del Casin dei nobili o, spaziando su tutti e quattro i romanzi, ci sono il cimitero nell’isola di San Michele, la fondamenta delle Zattere, campo San Polo e tanti altri luoghi veneziani, che però quasi mai coincidono con le location più famose e abusate, come piazza San Marco o il ponte di Rialto o riva degli Schiavoni, che sono da tempo ostaggio delle orde di turisti.
Anche i “luoghi del cibo” sono importanti. A volte immaginari per quanto plausibili (come quelli – è una mia definizione – del quadrilatero magico: il bar da Bepi, la trattoria da Nane, la tavola calda da Dino e l’alimentari dei fratelli Mion, che sembrano intrappolati in una bolla temporale degli anni ’60 e ’70), altre volte davvero esistenti (come la rosticceria Gislon o il bar La Toletta, veri e propri monumenti alla gastronomia locale).
Ho risposto alla tua domanda? Forse no. Diciamo che un’altra risposta (quella vera?) è che molti di quei posti sono proiezioni dei luoghi della mia memoria.

91 Fillide: Felice chi ha ogni giorno Fillide sotto gli occhi e non finisce mai di vedere cosa contiene […]. Ti accade invece di fermarti a Fillide e passarvi il resto dei tuoi giorni. Presto la città sbiadisce ai tuoi occhi […].

Ti è mai capitato, Michele, di vedere la tua città svanire ai tuoi occhi? Iniziare a essere cieco davanti la sua bellezza, annebbiato dalle azioni meccaniche e quotidiane? La scrittura ti ha aiutato a rimettere a fuoco quei dettagli di Venezia che avevi perso?

Non so se sia possibile che la bellezza crei assuefazione, ma è evidente che vivere il quotidiano a Venezia possa rendere scontate le meraviglie che fanno rimanere a bocca aperta il turista. Però hai ragione, scrivere mi ha consentito di ricostruire una mia immagine di Venezia che negli anni si era offuscata. È stato un lavoro difficile, quello di conciliare i ricordi ormai datati con la realtà di una città profondamente cambiata, per mille motivi e non soltanto per l’invasione del turismo di massa che ne ha snaturato i connotati. Il risultato è una Venezia che, pur indulgendo a volte al ricordo antico e alla licenza narrativa resta pur sempre fedele al massimo realismo, e un’altra Venezia che fa i conti con l’oggi e con tutti i problemi della contemporaneità estrema. Mi tornano in mente le parole che in Laguna nera ho messo in bocca a un sostituto procuratore che a piazzale Roma osservava insieme ad Aldani gli “autobus granturismo che inghiottivano schiere di turisti esausti, reduci dal solito instant tour della città […] che in poche ore garantiva la, pur fugace, visione della Venezia da cartolina: «Ecco, vede, quelli sono la triste icona del domani di questa martoriata città. Non c’è un progetto, non c’è un leader, non ci sono prospettive. Manca una visione del futuro e, quando non c’è futuro, una città diventa l’ombra di se stessa, diventa vulnerabile. A quel punto, per me e per lei il lavoro è assicurato.»”

52 Valdrada: Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago […]. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. […] Anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle […], anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più sangue grumoso trabocca […], non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio.

La tua Venezia, come i tuoi personaggi, nello svolgersi dell’indagine si mostra doppia, si riflette nell’acqua. Tutto è duplice e confuso, limpido e chiaro o torbido e scuro. Perché non ci parli dell’evolversi dei tuoi personaggi in Muro di nebbia, e dello scontro o dell’acuirsi delle loro contraddizioni.

Credo che la doppiezza che tu descrivi, che Calvino magistralmente descrive, sia una caratteristica dei nostri tempi e non soltanto di Venezia. Non voglio rischiare di divagare e mi atterrò alla domanda, ma prima fammi dire che il tema della città doppia è un po’ quello cui accennavo prima, delle due immagini di Venezia che cerco di far coesistere, di far convivere nei miei romanzi: quella idealizzata e addolcita dai ricordi e quella della prepotente e contraddittoria contemporaneità. Forse inconciliabili.
Tornando ai personaggi, accenno soltanto ad Aldani, con quel rapporto quasi morboso con la sua altana veneziana, che nei romanzi diventa lo snodo fisico e concettuale delle indagini. In Muro di nebbia deve occuparsi di un serial killer ed è una prova molto difficile. Per fortuna le spigolosità del commissario vengono smussate, non senza qualche difficoltà preliminare, dalla commissaria Santoro, catapultata a Venezia da Roma, che non soltanto gli farà da sponda attiva durante l’indagine ma diventerà inconsapevole destinataria delle nostalgiche rimembranze del suo collega.

51 Cloe: A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro […]. Ma nessuno saluta nessuno […]

Attraverso questo estratto ho trovato un’interpretazione per il tuo muro di nebbia: un muro di noncuranza e indifferenza, che ha concesso al serial killer di poter uccidere indisturbato quelle ragazze. Ma lo voglio chiedere a te: che cos’è il muro di nebbia?

La tua interpretazione è molto plausibile ma vale per tutte le città, non soltanto per Venezia, anche se per quest’ultima, così idealizzata dal nostro immaginario, fatichiamo a farcene una ragione. In realtà non ti so rispondere. Non c’è persona meno indicata a “interpretare” un romanzo, del suo autore. Quando scrivo sono guidato dalla storia e non penso a come le mie parole potrebbero essere interpretate. Posso soltanto dirti che il romanzo fu scritto durante il lockdown totale della primavera 2020 e aggiungerei, autocitandomi dalla Nota dell’autore: “È dunque in questo scenario fosco e, per fortuna, irripetibile che il romanzo ha preso la forma che ha. […] Non c’è dubbio che l’atmosfera straniante e cupa del lockdown abbia avuto la sua parte nella genesi di Muro di nebbia.”

158 Teodora: Invasioni ricorrenti travagliarono la città di Teodora nei secoli della sua storia; a ogni nemico sgominato un altro prendeva forza e minacciava la sopravvivenza degli abitanti. […] Ma prima, per lunghi anni, restò incerto se la vittoria finale non sarebbe stata dell’ultima specie rimasta a contendere agli uomini il possesso della città: i topi.

Mi sono chiesto se alcuni tuoi personaggi, in modo specifico i nemici del commissario Aldani, siano un po’ come topi, che agiscono per vie sotterranee, invisibili, per raggiungere i loro obiettivi. Cosa ne pensi di questa visione? I nemici di Aldani sono davvero dei topi che agiscono in un modo sotterraneo?

Antonello, mi hai strappato un sorriso! Ora mi spiego… A Venezia se parli di topi vengono subito in mente le pantegane, cioè i ratti di fogna, che per noi veneti sono una specie di marchio di fabbrica! Questi roditori, che si trovano tra l’altro a loro agio nell’acqua, proliferano da sempre in città e periodicamente balzano alla cronaca per certi loro eclatanti contatti ravvicinati con gli umani. A parte le battute, anche la descrizione di Teodora si attaglia alla perfezione alla storia di Venezia.
Uscendo dalla metafora, non riesco a immaginarmi gli antagonisti di Aldani come dei nemici. Lui è un servitore dello Stato, in fondo è un idealista che cerca di sovrapporre la giustizia teorica e “giusta” alla giustizia reale, spesso non riuscendoci, anche perché il suo compito di poliziotto termina nel momento in cui consegna il (presunto) colpevole ai magistrati. Il resto non lo riguarda. Se però vogliamo annoverare tra i “nemici” anche coloro che cercano di pilotare, insabbiare, sviare le indagini, o magari soltanto cercare di trarre il proprio meschino tornaconto dalle situazioni operando sottotraccia, ebbene, il paragone con i topi… pardon, con le pantegane, è calzante.

Arrivando alle domande finali, ti propongo un estratto di un capitolo in corsivo, dove l’imperatore prende parola con un’esclamazione:

-… Dunque è davvero un viaggio nella memoria, il tuo!

Ti rigiro l’esclamazione in forma di domanda: le tue scritture sono davvero un viaggio nella memoria?

A domanda diretta, risposta diretta. Sì, credo proprio di sì. A volte penso che tutta l’attività di scrittura sia un continuo viaggio nella memoria dell’autore, perché il proprio passato, il proprio retaggio non può non trapelare nelle parole dei romanzi. E se poi qualcuno mi chiedesse (e ogni tanto capita sul serio) se Aldani sia il mio alter ego, io risponderei con fermezza e sicumera che no, certo che no!

Come ultima domanda, faccio quella che sosteniamo al termine di ogni intervista: ci consigli una lettura, un nuovo libro, prosa o poesia, che ci possa permettere, soprattutto, di fare un nuovo viaggio, di vedere una nuova città in maniera visibile?

Mi perdonerai se approfitto della tua domanda e consiglio i romanzi del commissario Sorrentino, scritti da Lidia Del Gaudio, che è una mia cara amica nonché prima lettrice di ogni mio romanzo. Si tratta di storie ambientate a Napoli (città che ha molti punti di contatto con Venezia), tra il 1938 e il 1940, e nonostante il periodo storico lontano e inquinato dal Fascismo, la passione di Lidia riesce a trasmetterci un’immagina vivida della città che ne comunica l’essenza più di tanti saggi moderni: la sua “napoletanitudine” fa il paio con la mia “venezianitudine”. Il caso vuole che il secondo romanzo di Sorrentino sia uscito proprio in questi giorni. Il titolo è Il delitto di vico San Domenico Maggiore (Nero Italiano / Fanucci).

Il delitto di Vico San Domenico Maggiore di Lidia Del Gaudio, 2021, Nero Italiano / Fanucci


Prima di lasciarti vorrei però segnalare ai tuoi lettori un libro molto particolare, che ogni tanto mi è fonte di ispirazione e mi pare alquanto adeguato al contesto: si tratta dell’Atlante del mondo interiore, edito da Pendragon nel lontano 2001, un libro fatto di carte geografiche dove al posto delle città, dei fiumi, delle montagne, dei mari ci sono parole che “raffigurano un universo comune di esperienze, pensieri, sensazioni”. Un vero atlante della vita, insomma, in cui città dai nomi quali “Crescita”, “Cambiamento”, “Tumulto”, “Successo”, “Nostalgia”, “Buon tempo andato”, “Routine” sono gli snodi della vita interiore. È fuori catalogo, ma provate a cercarlo in giro, ne vale la pena.

Atlante del Mondo interiore, di Louise Van Swaaij e Jean Klare


A questo punto, Antonello, addio, e grazie per tutto il pesce! (sì, non ho resistito alla tentazione…).

Un saluto e un ringraziamento a Michele Catozzi da parte dell’Incendiario,

Antonello Costa

Un commento

  1. Michele Catozzi

    Come ho avuto modo di scrivere altrove, ma voglio ripeterlo qui – anche se ormai i commenti ai post nei blog sono pratica quasi desueta -, il risultato di questa intervista è soltanto merito delle acute domande di Antonello Costa che ha ordito questo inedito accostamento. Grazie di cuore.

    "Mi piace"

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