Far web

Il World Wide Web, la vasta rete che in un abbraccio istantaneo avvolge il globo e ne connette i punti più distanti, rischia di degenerare in una landa sconfinata all’insegna del Wild. La rete virtuale, unica finestra che riesce sempre a rimanere spalancata sul mondo, in grado di veicolare messaggi rivoluzionari – è stata il principale canale di comunicazione delle primavere arabe – e di mantenere attivo il flusso vitale durante l’inaspettata clausura tra le quattro mura domestiche, ha reso possibile il contatto e il proseguimento delle relazioni: ha portato in casa il mondo e ha permesso che lo show non si fermasse. Le nostre vite dipendono dal web, sono avvolte e talvolta impigliate nella rete virtuale. Il web è una risorsa a cui attingere quotidianamente, il cilindro da cui trarre sempre una soluzione, ma per la natura sconfinata e aperta rischia di diventare un far west, terra di nessuno, paese dei balocchi che chiude in faccia la porta alle regole e rende tutto possibile.

Nella natura di un web 2.0 sempre più democratico, le barriere tra utenti vengono abbattute; nella vita confinata in uno schermo è magicamente possibile parlare con personaggi famosi, conoscere persone, interagire, commentare, far sentire la propria voce, inclinare la barra che sorregge una comunicazione top-down fino ad appiattirla in orizzontale e aprirla ad una dimensione peer to peer. Grande conquista democratica, che rischia tuttavia di degenerare in anarchia se lasciata a briglia sciolta e senza una regolamentazione.

E così capita che utenti il più delle volte anonimi usino i social network come palestra in cui sfogare il loro bisogno immotivato di insultare, denigrare, sminuire gli altri, riversando un odio impellente sul web e scaraventandolo, dietro lo scudo dell’anonimità, addosso agli altri. Il forum 2.0 si trasforma così in affollata piazza in cui ognuno strilla la propria opinione non richiesta e trasforma i social da regno della relazione a cassa di risonanza del proprio protagonismo.

L’odio 2.0 è talmente pervasivo e potente che non si lascia imbrigliare nei confini ristretti di uno smartphone, ma riesce a cavalcare le onde virtuali fino ad uscire da questa dimensione e provocare reazioni ed effetti reali.

Tra le lande sconfinate del far web si aggirano anonimi leoni da tastiera, che del re della foresta hanno solo l’arroganza e l’uso della forza. Questi utenti si arrogano il diritto di insultare gratuitamente chiunque decida di condividere momenti personali, conquiste, traguardi, accanendosi su post e immagini, dilaniati come prede succulente. E non importa se il contenuto sia un omaggio a una delle canzoni cult della musica leggera italiana o la partecipazione alla fase finale di un importante concorso di bellezza: questi utenti, bloccati nella loro dimensione egolatrica e narcisistica, avranno sempre l’irresistibile bisogno di far sentire la propria presenza nel mondo con commenti volgare, sessisti, offensivi, che calpestano il rispetto e la dignità altrui.

Un odio cieco quanto immotivato, che si regge sul puro desiderio di affermazione, in grado di distruggere e rovinare qualsiasi esperienza positiva. E così la celebrazione dei quarant’anni di Maledetta primavera diventa un pretesto irresistibile per insultare senza motivo una donna e artista del calibro di Loretta Goggi. L’odio immotivato acceca, bypassa la grandezza di una canzone entrata nella memoria collettiva, volta la faccia di fronte ad un’arena di Verona emozionata che canta all’unisono e che ondeggia a ritmo del celebre ritornello, ignora il luccichio dello sguardo di una donna che dopo tanti anni di carriera è ancora in grado di emozionarsi, e si sofferma sulla parte più irrilevante del momento: l’aspetto fisico della Goggi. Una cantante, imitatrice, prima presentatrice donna del festival di San Remo e di un quiz televisivo, viene ridotta al suo abito rosso “da pagliaccio”, ai presunti ritocchi di un volto levigato dalla chirurgia platica, ad un trucco che non si addice ad una persona di una certa età. Le note svettanti di una canzone che doveva solo essere omaggiata vengono zittite dal gracchiare di questi odiatori, evidentemente pieni di tempo libero per accanirsi con tanta dedizione contro sconosciuti. E purtroppo la cacofonia è riuscita veramente a sovrastare il “che importa see” e ad arrivare alle orecchie della Goggi che ha annunciato in un post pubblicato su Facebook il 12 settembre la chiusura tutti i suoi profili social. Alla stoltezza di questi utenti viene così chiusa la porta in faccia e la persona in torto è costretta improvvisamente a rinunciare alle autostrade globali della rete 2.0. Decisione netta, motivata dalla gravità e soprattutto assoluta gratuità – “indescrivibile” – di insulti ricevuti da leoni e leonesse da tastiera, le più accanite, come sottolineato dalla cantante. Un modo brusco per interrompere questo cicaleccio, per prenderne definitivamente le distanze, per rinunciare all’imbestialimento di social trasformati nella fiera dell’insulto gratuito. Un modo anche per distanziarsi dal body shaming, la subdola pratica che fa arrivare la vittima, attaccata per ragioni estetiche, a vergognarsi del proprio aspetto, lasciando invece colui che insulta in una posizione di forza: in un gioco delle parti, chi dovrebbe veramente vergognarsi ne esce pulito, lasciando il peso dell’insulto social(e) solo sulle spalle della vittima.

L’odio virtuale riesce anche ad essere camaleontico, si adatta ai post in cui imbatte e li usa come pretesti per tornare a ruggire. Altra reazione è stata quella di Erika, che ha risposto a insulti e illazioni che denuncerebbero un presunto nesso tra l’accesso alle finali di Miss Mondo Italia e la sua omosessualità non chiudendo le proprie vetrine social ma usandole per mostrare l’ignoranza di questi utenti. La ventitreenne ha di risposta rafforzato la sua vita social e ha pubblicato la marea di commenti omofobi ricevuti che, improvvisamente sotto i riflettori, sono apparsi nella loro pochezza e insensatezza. Il presunto smascheramento delle corsie preferenziali date ai “ghei, più tutelati delle persone normali” viene messo alla merce di migliaia di follower che seguono Le perle degli omofobi, pagina gestita da Erika assieme alla sua compagna Martina e nata proprio per denunciare l’odio 2.0.

E forse solo questo approccio propositivo, combattente, che, come uno specchio, è pronto a riflettere tutto ciò che riceve e a renderlo pubblico riesce ad innescare maggior riflessione e consapevolezza e a smascherare l’idiozia di certi utenti. Solo denunciando e mostrando questi commenti può diffondersi la consapevolezza della gravità di un problema che sfugge troppo spesso alle maglie del web e conquista spazio nella vita reale. Consapevolezza ricordata anche ai suoi milioni di follower da Chiara Ferragni – che risponde a tono, condito da un pizzico di ironia, agli onnipresenti haters – o da sua sorella Valentina che ha più volte usato i canali social per trattare di body shaming, riportando gli insulti ricevuti per il suo aspetto fisico e invitando i molti adolescenti che la seguono a cercare di prendere in mano la propria vita, a non lasciarsi influenzare dall’ignoranza di alcuni utenti, ad accettarsi e piacersi per come si è.

Non è facile porre una barriera a questo sciame di insulti che cerca di inquinare i canali del web e il rischio è l’abbandono stesso di piattaforme che permettono un’interazione diretta e costante, uno scambio di esperienze e punti di vista. L’odio rischia di far rinunciare alle risorse del web e di trasformare un propulsore di comunicazione, contatti, conoscenze, in una bolgia dantesca che si desidera solo dimenticare. Per questo forse sarebbe più auspicabile un atteggiamento che svela l’inganno, prende gli insulti ricevuti e li mette alla merce degli utenti, rigira le accuse e le trasforma in occasione per sensibilizzare sulla presenza di un’ignoranza immotivata che può essere arginata bloccando i profili incriminati, denunciandoli e contemporaneamente cercando di diffondere consapevolezza dell’esistenza di questo problema. Impresa ardua, soprattutto nel regno dell’immagine di social quali Instagram, in cui l’aspetto esteriore troneggia assieme alla perfezione, chimera da raggiungere ad ogni costo. Ma solo con una dose di buon senso, ironia e consapevolezza si evita di trasformare il wide web di Tim Berners-Lee nella fiera dell’onnipossibilismo.

Questa settimana torna il nostro Leonardo Borvi con il nuovo capitolo di Mani, Rita B. Una passione improvvisa avvolta nello scenario romano, troppo romano di Villa Ada si trasforma in un macabro rinvenimento che mette a dura prova il rapporto tra il giovane protagonista e la sua compagna, aprendo una crepa destinata inesorabilmente ad allargarsi. Le storie di due coppie si intrecciano e la potenza di sentimenti del calibro della gelosia, del dolore, della paura fanno da collante ad una storia dagli esiti imprevedibili.

Credo che non sia giusto rinunciare alla rete globale e ai social, catalizzatori di comunicazione. Di risposta occorre ripulire il web, riappropriarsi della dimensione partecipativa, rispettosa, relazionale dei social, occasione unica e quotidiana per fuoriuscire dai nostri recinti mentali e implementare una conoscenza frutto di incontri/scontri con inediti punti di vista.

Eleonora Bufoli per la redazione de L’Incendiario

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