La magia fragile

Josip Iličić: trequartista, mezza punta, giocatore chiave dell’Atalanta dei miracoli. Josip Iličić: 1,90m x 79kg, fisico da impiegato, sgraziato, leggermente ingobbito e col viso sempre sofferente per la stanchezza, soprannominato per questo dai compagni “la nonna”. Josip Iličić: trentatré anni, gambe esili ma tanta, troppa classe. Dribbling, sterzate, cannonate da fuori area, traiettorie che disegnano arcobaleni in campo, invenzioni, visione di gioco. Senza dubbio uno dei talenti più puri che l’est Europa abbia regalato al ventunesimo secolo. Da sempre accusato di discontinuità, alla Dea ha trovato la sua dimensione sotto la guida del maestro Gasperini e ha mostrato all’intero continente cosa vuol dire estro, magia. Chi come me lo segue da sempre aspettava soltanto questo: la definitiva consacrazione che zittisse i detrattori (se solo fosse esploso prima!). 

     Una serie di annate incredibili in maglia orobica e Bergamo conquista il sogno Champions League, trascinata dall’ex capitano Papu Gomez (altro sinonimo di classe assoluta) e da un fenomenale Iličić. L’Atalanta comincia a non essere più una sorpresa, anzi, le aspettative lievitano e i soliti maligni aspettano solo il crollo dell’ennesima Cenerentola (si vedano le varie Udinese, Palermo e altre di dieci anni fa). C’è solo una triste sorpresa: nell’estate del 2018, Iličić ha un’infezione batterica ai linfonodi che lo costringe all’ospedale per alcune settimane. Perde, in quell’occasione, l’esordio in campionato, cosa che non gli proibisce di partecipare alla conquista della prima storica qualificazione in Champions League della sua squadra. Josip incanta per l’ennesima stagione con gol incredibili, assist e giocate da urlo: un fenomeno. La Dea fa godere tifosi e non, passa il girone di Champions, acquisisce estimatori a destra e a manca e sembra non subire nemmeno troppo le conseguenze del doppio impegno in campionato. Lo sloveno segna addirittura quattro gol al Meazza nella gara di andata degli ottavi di finale di Champions contro il Valencia. Tutto meraviglioso, ma quella partita si gioca il 10 marzo 2020.

     Lo spettro Coronavirus blocca il calcio dopo quella sfida, e il mondo intero nei mesi successivi. Bergamo è la città più colpita: morti innumerevoli, carri armati che sfilano coi cadaveri dentro, terrore assoluto. Lacrime e sensazione di essere perduti che si alternano ai canti collettivi dai balconi. Tutti soffrono: chi ha problemi evidenti, li vede accentuarsi; chi ha dentro di sé fantasmi latenti, li vede esplicitarsi; chi non ha mai fatto i conti con sé stesso è inevitabilmente costretto a farlo. Ci è passato ognuno di noi, sportivi non esclusi, e non tutti ne sono usciti indenni.

     Iličić ha nel suo passato una storia durissima, che, riassumendo, si manifesta nella morte violenta del padre quando non ha ancora un anno, una serie di spostamenti infantili che dalla Bosnia ed Erzegovina (in cui nasce da una famiglia croata, minoranza rispetto all’etnia serba) lo portano in Slovenia con lo stato di profugo di guerra e, di conseguenza, una sensibilità delicatissima, che è al contempo croce e delizia per un essere umano. I mesi successivi al lockdown lo vedono quasi sparire dal palcoscenico calcistico di cui era stato protagonista e apparire per spezzoni di partite sporadici, senza però illuminare il teatro con la sua magia. Josip sembra spento e il calcio se ne rammarica. Si vede costretto ad allontanarsi da Bergamo e a rifugiarsi nella sua Slovenia, grazie a un permesso a tempo indeterminato concesso dalla società. Tutti si chiedono cosa succeda al fuoriclasse della Dea e soprattutto se e quando tornerà a far sognare gli appassionati. 

    Il “Papu” Gòmez rivela a tutti il mistero: Josip Iličić soffre di depressione. La malattia gli è sempre stata addosso, lo ha accompagnato sin dalla gioventù, ma la chiusura, con quelle continue notizie tragiche e il ricordo degli indicibili orrori dell’infanzia sono troppo forti e, alla fine, il demone emerge. La paura della morte, che il calciatore non ha mai negato, prende il sopravvento, soprattutto perché nel suo caso significa rischiare di lasciare per sempre una famiglia che ama. Nel calcio italiano, poi, è ancora fresco il dramma del compianto Davide Astori, difensore scomparso nel 2017 all’età di trentuno anni per un arresto cardiaco improvviso, alla vigilia di una partita di campionato. «Quello che è successo a Davide Astori è stato nella mia testa per giorni. Non riuscivo a dormire, ho pensato: “E se non mi svegliassi la mattina? E se non vedessi più la mia famiglia?”» dichiara in un’intervista dello scorso anno. 

     Lo sloveno è in una condizione quanto mai difficile, che troppo spesso viene sminuita per incomprensione e cattivo gusto. In ordine: l’errata attribuzione della depressione ad uno stato d’animo e la convinzione che da essa guarisca come passa un periodo di profonda tristezza; l’idiozia del credere che un atleta milionario non possa avere problemi di alcun tipo, figuriamoci mentali – alla fine il denaro fa la felicità e scaccia ogni brutto pensiero, giusto?

     La Serie A è da poco ricominciata e anche Iličić è tornato in campo, anche se per pochi minuti. La condizione fisica è ben lontana dall’essere sufficiente, ma la speranza è che il suo mancino torni a disegnare calcio, che l’ispirazione del suo gioco torni a brillare sui prati del nostro campionato. 

     Intanto, la questione principale è un’altra: sempre più giocatori – e sportivi in generale – stanno venendo allo scoperto, confessando la loro fragilità, che vorrei piuttosto definire umanità, eppure intorno all’argomento non si sviluppa abbastanza dialogo, né tantomeno sembra esserci la giusta comprensione. Avevamo già analizzato il concetto di umanità dello sportivo in un editoriale di Eleonora Bufoli riguardo la recente vicenda dell’atleta statunitense Simone Biles. Nel suddetto articolo, Eleonora si sofferma in maniera esaustiva su una ricerca di felicità ossessiva, che si maschera dietro il raggiungimento di obiettivi sempre più alti, ma a quale costo? La ragazza – perché di ragazza si parla – ha tirato per un momento i remi in barca, scegliendo sé stessa di fronte alle aspettative di tutti. A questo punto, tutto ciò che è stato detto su Josip Iličić potrebbe sembrare ridondante, invece ho voluto analizzare una situazione differente, malgrado le evidenti similitudini, e con un punto di vista diverso. L’uomo che sta dietro al calciatore non ha scelta, c’è un mostro dentro di lui che lo ha assorbito lentamente, gli ha tolto la luce e la sua partenza per la Slovenia è stata una necessità, più che una scelta. 

     Quello che preme sottolineare in questo senso è che non c’è solo umanità nelle problematiche di queste persone, ma anche una vasta declinazione di difficoltà, legate alla tipologia di malattia, di disturbo o di situazione in cui si vengono a trovare. Voglio evidenziare ancora una volta che il loro conto in banca non li può allontanare dai fantasmi, che la loro gloria non è per forza sinonimo di felicità, che tutti possono ammalarsi e che il passato prima o poi bussa alla porta, per quanto lo si possa chiudere fuori. Proprio questo sabato un piccolo sprazzo di luce è apparso durante la sfida contro la Salernitana. L’attaccante, durante il secondo tempo della partita ha regalato l’assist decisivo per la vittoria finale e, per un attimo, tutto è sembrato essere solo un brutto incubo, spezzato dalla grinta dello sloveno.

     Iličić è solo uno dei milioni di uomini e donne che soffrono di questa tremenda malattia, tra le più presenti al mondo al giorno d’oggi, ma è per me l’emblema stesso della sua essenza: la magia del suo calcio ha nascosto a lungo i suoi demoni al pubblico. Tuttavia, è bello pensare che questa stessa magia non possa essere cancellata così e che presto tutti esulteremo per il suo gol più grande: la guarigione.  

     Antonello Costa ha intervistato per noi Michele Catozzi, intrecciando la lettura di Muro di nebbia a quella del geniale Le città invisibili. Il dialogo tra i due procede attraverso l’analisi del ruolo della città di Venezia, creando un legame che si basa sulla selezione di cinque città calviniane in parallelo a quella raccontata dallo scrittore. Le intelligenti domande di Antonello sono lo spunto per un approfondimento di tematiche topologiche, quotidiane e letterarie.


Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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