Le mani delle donne. Rita B.

Capitolo 1: Le mani delle donne. Nonna

Capitolo 2: Le mani delle donne. Mara

Capitolo 3: Le mani delle donne. Giulia

Rita B., più che una persona, è un fatto di cronaca di un anomalo giorno autunnale.
Le sue mani erano livide, gonfie e sfigurate. Il sangue ricopriva la maggior parte della pelle ed era ormai rappreso. Alla sinistra mancava l’anulare e la fede che da un anno e mezzo gli stava attorno. Su entrambe i segni di percosse, di lotta e i graffi erano evidenti, come era evidente che non se li fosse inferti da sola. Il mignolo della mano destra era storto, mentre il pollice era completamente piegato, le ossa dovevano essersi rotte. La mano sinistra, se non fosse stato per l’anulare mancante, sarebbe stata integra. Le sue, avrebbero dovuto essere mani eleganti, con dita lunghe e affusolate, curate e ricoperte da uno smalto scuro di cui si intravedevano i segni nonostante la pioggia ed il sangue. I palmi, benché rovinati, non mostravano segni dovuti a lavori manuali, né calli di alcun tipo, soltanto il gonfiore e le ferite.
Perché sto parlando delle mani di Rita B.? Perché fui io il primo a ritrovare quelle mani in un angolo seminascosto di Villa Ada. Sì, fui io a trovarle, e trovai solo le mani, mozzate da colpi netti all’altezza dei polsi e buttate in quell’angolo seminascosto di Villa Ada. Il corpo venne ritrovato tre giorni dopo, tra gli alberi che costeggiano il tratto della tangenziale che arriva fino allo Stadio Olimpico, all’altezza di Viale della Moschea.
Con la mia fidanzata dell’epoca – avevo ventitré anni – avevamo deciso di fare una passeggiata, come spesso accadeva la domenica. Dopo aver pranzato in un ristorante nei dintorni, ci dirigemmo verso la salita che porta a Piazza delle Muse, la cui terrazza ci ha sempre incantati. Appena arrivati all’inizio, dove la pendenza cominciava a manifestarsi, decisi di girare a destra e imboccare una via poco nota, dove sapevo esserci un buco nel muro che circonda Villa Ada, grande abbastanza per farci passare senza sforzo una persona di media statura. La mia ragazza mi seguì, poiché non conosceva l’entrata. Con un po’ d’incertezza la guidai per un centinaio di metri, prima di scorgere il segno nella parete. Ci avvicinammo e la precedetti, piegandomi per passare attraverso la fessura. Mi seguì e ci addentrammo in uno dei luoghi più reconditi del parco. Lo stretto sentiero si snodava tra la fitta vegetazione. Potevo percepire l’umidità della settimana di pioggia precedente ancora nell’aria, benché dal giorno prima il tempo fosse stato sempre sereno e il sole ancora caldo nelle ore di punta. Ma lì il sole arrivava più di rado e non scaldava molto la zona, tanto che dovetti indossare la giacchetta che avevo in mano poco prima. I tronchi degli alberi caduti, di tanto in tanto, intralciavano il cammino e ci toccò aggirarli passando tra l’erba bassa che cresceva di lato. In lontananza vedevo le fronde più alte irradiate dalla luce fredda, ma non ancora invernale, di fine ottobre. Qualche raggio riusciva ad infiltrarsi nelle poche zone vuote tra una pianta e l’altra. Il giallo non ancora sbiadito delle foglie diventava brillante quando venivano attraversate dai fasci di luce e mostravano tutte le venature e i segni dell’appassimento imminente. Per terra, qualche altra foglia marrone ci finiva sotto i piedi e un paio di volte rischiammo di scivolare su piccole discese, distratti dalla natura circostante. Per diversi minuti ci sembrò di essere evasi dalla città; non un rumore si sentiva se non quello dei passi e dei rami spezzati dal nostro peso, né un segno di presenza umana si poteva percepire. Era come aver attraversato un portale ed essere entrati in un’altra dimensione, del tutto estranea a quella che avevamo a non più di qualche centinaio metri di distanza. Mano nella mano, percorremmo ancora per alcuni minuti il sentiero, finché la vegetazione cominciò a diradarsi e ci trovammo ai piedi di una salita sulla quale il sentiero si biforcava. Non avevamo molta voglia di sforzarci e percorrerla, quindi ci sedemmo per un po’ su un grande tronco posato in orizzontale sul suolo e restammo abbracciati, in silenzio. Non servivano parole per dirci quanto stessimo bene, quel silenzio valeva più di tutto.
Il pomeriggio stava ormai giungendo nelle ore centrali, perciò decidemmo di tornare indietro, così l’avrei accompagnata a casa e sarei tornato finalmente alla mia. Percorremmo scherzando e prendendoci in giro una buona parte del tragitto. All’improvviso, mi venne il forte desiderio di baciarla, così la afferrai per la mano e la trassi a me. Ci abbandonammo ad un bacio lungo e appassionato, un bacio che risvegliò in entrambi l’istinto più animalesco e primordiale che possa esserci tra due innamorati. Siccome eravamo soli, feci scivolare un po’ la mano dai fianchi fino al sedere, mentre il desiderio si accendeva entrambi. Mi staccai un momento e le indicai con uno sguardo malizioso e con un gesto degli occhi una zona in cui batteva leggero il sole. Lo feci un po’ per scherzare, ma le mie intenzioni erano serie.
«Ma sei pazzo?», mi chiese divertita. Capii che la sua riluttanza aveva ceduto il passo al desiderio ancor prima che pronunciasse quella frase, quindi feci un gesto con le spalle come a dirle “che te ne frega?”.
Ridendo per l’eccitazione della trasgressione e stuzzicandoci a vicenda, arrivammo in un punto in cui il sole, per quanto tenue, riusciva a scaldarci un po’. Ci guardammo intorno per assicurarci che non ci fosse nessuno. Eravamo soli. Cominciammo a baciarci e a toccarci, finché non fummo seminudi. Consumammo in fretta il nostro amplesso e restammo in uno stato comatoso e rilassato per pochi istanti, finché il sole che ci prima ci aveva scaldato non cessò di batterci addosso e sentimmo il freddo assalirci all’improvviso. Ci rialzammo e ci rivestimmo in tempi brevi, per poi cominciare a dirigerci verso la fessura da cui eravamo entrati. Nel percorrere il tragitto che ci doveva riportare sul sentiero, notai a diversi metri di distanza, tra il fitto dei cespugli, due oggetti scuri per terra, ma la progressiva assenza di una luce forte non mi permetteva di riconoscerli. In principio pensai ad un paio di scarpe abbandonato. Decisi di togliermi la curiosità. Mi avvicinai e capii che non era affatto come avevo creduto.
La mia ragazza emise uno strillo agghiacciante e si voltò coprendosi gli occhi per la paura. Ero pietrificato. Avevo la pelle d’oca a causa dello strillo e sentivo i conati di vomito assalirmi per quella visione raccapricciante. Un brivido insostenibile mi attraversò da cima a fondo e rimasi bloccato finché le urla crescenti della mia ragazza non fecero riemergere una sorta di istinto di protezione, che non era solo verso di lei, quanto piuttosto verso me stesso. La abbracciai cercando di stringerla il più possibile per calmarla, o almeno rassicurarla, ma ero io stesso a tremare e a tenere gli occhi sbarrati. Lei, tra uno strillo e l’altro, si dibatteva tra le mie braccia e dovetti sforzarmi più del previsto per tenerla ferma. Intanto i conati di vomito non cessavano. L’impulso di guardare era troppo grande e non mi permetteva di resistere, per quanto la visione fosse cruenta e insopportabile. La mia mente imponeva questo comando perverso che non potevo spiegarmi, ma che eseguivo senza riuscire ad oppormi. Più guardavo e più mi sentivo corrodere dentro, mentre la mia ragazza seguitava a piangere disperata e ad urlare “Che cazzo sono? Che cazzo sonooo?!”. Sapevo che la domanda non cercava risposta e che era dettata dallo shock del momento. La strinsi ancora mentre mi impegnavo a riprendermi. Ma come si faceva? Tenevo gli occhi sbarrati ancora fissi verso quell’oscenità, incapace di spiegarmi perché lo facessi e di razionalizzare quanto mi stava davanti. Le lacrime e le grida non mi riscuotevano affatto, al contrario, mi angosciavano ancor di più. Stavo sudando in maniera incontrollabile per lo sforzo di tenerla stretta e per la tensione che era alle stelle. Per un attimo sperai e credetti che non fosse vero, ma ci fu un altro strillo a riportarmi alla realtà. Forse, più dello strillo, fu il vomito che sentivo salire lungo la gola a farlo ed ero certo che non avrei potuto trattenerlo, solo la necessità di proteggerla – per così dire – mi faceva resistere. Diedi un’altra occhiata a quello scempio e non potei più trattenermi. Mi staccai dalla mia ragazza che cadde a terra come priva di sensi, corsi per alcuni metri, mi piegai in avanti e buttai fuori tutto, proprio tutto quanto avevo in corpo a più riprese, ma non mi sentii per nulla libero una volta finito. Impiegai pochi secondi a tornare in me e la raggiunsi. Adesso era stesa in posizione fetale e piangeva coprendosi gli occhi. Mi accorsi che non se li stava solo coprendo, ma con le unghie afferrava le palpebre, quasi a volerle strappare, e intanto non smetteva di urlare disperata. Non sapevo cosa fare, allora la alzai istintivamente e la strinsi ancora. Aveva smesso di contorcersi, adesso era completamente abbandonata a peso morto addosso a me. Di nuovo un brivido mi percorse il corpo dopo aver guardato lo scempio. Cercai invano di parlarle, nella speranza che la mia voce la potesse calmare, ma non ero in grado di emettere parole. Ancora non dava cenno di reagire, così decisi di sedermi per terra e farla sdraiare, rivolgendo le spalle alla visione orribile. La feci poggiare con la testa sulle mie gambe, ma ricominciò a contrarsi e a piangere disperatamente col viso che le si contorceva in modo che mi parve innaturale, quasi grottesco. Mi chinai su di lei per abbracciarla, non potevo fare altro. Nel chinarmi, gli occhi si volsero ancora in direzione dell’orrore e di nuovo ebbi la sensazione di dover vomitare, forse fu solo perché avevo già buttato fuori tutto che non accadde. Mentre piangeva, la mia ragazza cominciò di nuovo a gridare e non potei far nulla per evitarlo. Ebbi l’impulso di avvicinarmi ma, nell’unico vero attimo di lucidità di quei minuti, il corpo si arrestò e mi trattenni. Non capivo quale perversione mi spingesse a desiderare di avvicinarmi, eppure, per alcuni istanti, fu una tentazione quasi irresistibile.
Mentre la mia ragazza sembrava cominciare a calmarsi, vedemmo tre persone avvicinarsi di corsa, una di queste trasportava a mano una bicicletta. Dovevano aver sentito le grida di lei. Giunsero a pochi metri di distanza e ci videro in quello stato: pallidi, a terra scossi dalla paura, lei che giaceva con gli occhi sbarrati e gonfi per il pianto, col trucco colato, io con le scarpe sporche del mio stesso vomito. Si avvicinarono allarmati e una signora ci chiese, con tono stupefatto: «Che succede?!». Non seppi rispondere, solo la mia ragazza provò ad articolare qualche suono confuso che si risolse in un nulla di fatto.
«Ragazzi, che è successo? Vi siete fatti male?», chiese l’uomo con la bici con tono premuroso.
«Dietro di noi… due… due mani… dietro di noi», fu l’unica serie di parole che riuscii a dire.
«Mani? Che mani? Parlami ti prego. Vi hanno aggredito?», domandò più deciso. Tornai in me e decisi di prendere fiato e rispondere.
«Due mani… lì per terra dietro di noi. Le abbiamo viste e…», presi un altro respiro profondo, «le abbiamo viste ed è stato terribile… io… la mia ragazza ha strillato e io ho vomitato e poi non so… siete arrivati voi», non riuscii a dire altro per il momento.
«Ascoltami», disse ancora l’uomo in bici che sembrava calmo, «che hai visto? Sono un dottore, stai tranquillo e parlami.»
«Alle mie spalle, due mani mozzate per terra.»
Ci fu una pausa. Mi fissò per alcuni istanti con sguardo interrogatorio, come aspettando che mi tradissi e dicessi dell’altro.
«Come stai?», si rivolse alla mia ragazza che ancora giaceva nella stessa posizione di prima con gli occhi sbarrati. Dovette pensare che fossimo due drogati in preda ad allucinazioni. Le toccò il viso per accertarsi che stesse bene, poi di nuovo si rivolse a me, dato che non rispondeva: «Che avete fatto? Dimmi la verità.»
«Eravamo qui», presi ancora fiato, «e le ho viste, proprio… là», conclusi indicando il punto che avevo fissato per molto tempo prima dell’arrivo dei soccorritori.
«State fermi qui, vado un secondo a controllare e torno». Evidentemente doveva aver notato almeno la sagoma di ciò che gli avevo indicato, quindi mi aveva dato fiducia.
«Ok», risposi con tirando su col naso.
Tornò indietro e si avvicinò agli altri due che intanto erano venuti a accudirci, cercando di farci parlare. Con qualche schizzo d’acqua la signora fece riprendere la mia ragazza che sollevò il capo. Il dottore si sincerò riguardo le nostre condizioni, poi si allontanò e fece una chiamata. Ci disse di aver telefonato alla polizia, cosa a cui proprio non avevo pensato. Mentre aspettavamo, gli altri due – la signora e l’uomo in tenuta da corsa – domandarono al dottore cosa fosse successo. Evitarono di chiederlo a noi perché forse sarebbe sembrato poco riguardoso. Il dottore spiegò tutto, la signora per poco non svenne e dovette sedersi dopo aver guardato lo scempio; l’uomo in tenuta da corsa si girò d’istinto verso le mani e fu scosso da un brivido mentre anche i suoi occhi si spalancavano, per poi coprirli, quasi a voler cancellare quella visione strofinandola via dalle sue pupille. La signora si riprese, la fecero respirare e le diedero da bere dell’acqua, fin quando non si rialzò col sostengo degli altri due. Tutti e tre tornarono da noi che intanto eravamo rimasti impassibili nella nostra posizione, forse per rassicurarci, ma anche per rassicurare sé stessi. Il tono del dottore durante la chiamata alla polizia non era certo stato calmo come quando aveva parlato con noi, me ne ero accorto dai gesti e dal modo affrettato di esprimersi, anche senza distinguere le parole. Cominciammo a sentirci meglio – se così si può dire – e perfino la mia ragazza fu in grado di emettere qualche parola. Non ci furono grandi discorsi, eravamo pur sempre sconosciuti che si incontrano in circostanze tremende. Non potevo fare a meno di volgere lo sguardo verso lo scempio, ogni tanto, era più forte di me e molto inquietante, a dirla tutta.
La polizia arrivò dopo circa venti minuti. Gli agenti ci invitarono ad allontanarci dal punto in cui eravamo per poter dare un’occhiata. Dopo qualche minuto, uno ci venne incontro e domandò chi fosse stato a trovare le mani.
«Io… Noi, scusi», risposi girandomi verso la mia ragazza, che ora aveva riacquistato colore.
Ci chiese se potevamo spiegargli cosa era successo di preciso e come avevamo rinvenuto le mani. Gli raccontai tutto, sforzandomi e fermandomi spesso a riprendere fiato. Il poliziotto capì le mie difficoltà e non fece pressioni. La mia ragazza, nelle sue possibilità, confermò quanto avevo detto. Entrambi cercammo di omettere il lato intimo della vicenda, limitandoci a dire di aver fatto una passeggiata e di aver scorto per caso, in lontananza, le mani. Ma, ancora troppo scossa, la mia ragazza disse che ci eravamo appena rivestiti quando le avevamo viste, quindi fummo costretti a confessare. L’agente non si soffermò molto su quel dettaglio, si limitò ad ammonirci e ci intimò di non farlo di nuovo. Non potemmo fare altro che chiedere scusa e dargli ragione. Mi chiedo ancora quale fosse la rilevanza di quel gesto davanti ad una situazione tanto grave, ma non mi sembrava quello il momento per polemizzare.
Io e la mia ragazza scambiammo pochissime parole, non sapevamo cosa dirci in quel momento, tanto grande era stato lo spavento, ma restammo tutto il tempo vicini e ci sostenemmo l’un l’altro in quel modo. Il sole era ormai quasi del tutto calato e non avevamo idea di come sarebbe proseguita la serata. Entrambi telefonammo a casa per spiegare cosa fosse successo e dire che stavamo bene – mentimmo in maniera incredibile a noi stessi e alle famiglie. Non stavamo bene, avevamo vissuto un evento che negli anni a seguire ci avrebbe perseguitato negli incubi, quelli così realistici da farti svegliare col batticuore e grondante di sudore. Non stavamo bene, e tantomeno lo saremmo stati nelle ore e nei giorni successivi. Era stata una di quelle scene che si sentono sempre nei telegiornali e che, dopo un sussulto di falso sbigottimento, tornano nel dimenticatoio con altre migliaia di notizie tutte uguali la cui importanza è determinata dallo spazio mediatico che viene loro concesso.
I sopralluoghi continuarono e aumentò il numero dei poliziotti impegnati nelle ricerche. Pensai solo più tardi che, benché avessimo poco da temere, eravamo comunque coinvolti in maniera indiretta in quel delitto. Le mani mozzate di Rita B. avrebbero fatto parte della nostra vita per qualche tempo. Mi venne in mente la domanda più scontata: cosa era successo a Rita B.? Perché le sue mani erano lì? Chi aveva potuto compiere un delitto tanto terribile?
Per tornare al giorno del ritrovamento, dopo qualche ora passata lì – era ormai buio – ci lasciarono andare non prima di averci posto altre domande e aver preso i nostri recapiti telefonici, “sapete, se ce ne fosse bisogno”.  Ringraziammo il dottore, la signora e l’uomo in tenuta da corsa che erano stati con noi tutto quel tempo. Anche loro avevano ricevuto domande e anche loro non stavano del tutto bene, era evidente. La scena era troppo impressionante per poter stare bene dopo averla vista, eppure la loro presenza vicino a noi era stato un sollievo. Non ci eravamo sentiti soli e quello, data la situazione, era già molto. In realtà eravamo stati tutti soli, benché in compagnia. Ognuno era stato solo col proprio terrore e col proprio senso di ripugnanza che non si riescono a condividere davvero. Si condivide solo la straordinarietà della situazione in questi casi, al massimo lo sgomento, non le reazioni che rimangono dentro per quanto si possa esternarle strillando o vomitando.
Uscimmo dalla fessura e ci incamminammo verso il parcheggio. Arrivammo alla macchina senza aver scambiato più di una dozzina di parole riempitive. Appena entrammo nell’auto, la accarezzai sulla gamba e poi le sfiorai le mani. Per quanto paresse impossibile, cercai di farle capire che ero lì, accanto a lei. Mentre guidavo scoppiò di nuovo a piangere. Non sapevo davvero come comportarmi. A malapena potevo tenere a bada me stesso, come avrei fatto con lei? Continuavo a guidare e lei continuò a piangere. Accostai la macchina nel primo punto possibile e la strinsi a me finché, almeno all’apparenza, non si calmò. Smise di piangere e poco dopo di singhiozzare. Cercai soltanto di non farla sentire sola, tutto il resto sarebbe stato inutile. Le accarezzai i capelli con dolcezza, ma la mano mi tremava. Non stavo bene, nemmeno meglio. Era soltanto diminuito lo sgomento e lo strappo del trauma iniziale, non il turbamento. Continuai comunque per diversi minuti, fin quando non mi supplicò di accompagnarla a casa. La invitai a dormire da me, insieme sarebbe stata meno dura e lei accettò, ma i genitori preferirono farla rimanere sotto la loro sorveglianza, e così fu. Non capirono che in quel momento stare insieme nella nostra sofferenza sarebbe stato fondamentale, tuttavia non feci tragedie e accolsi senza oppormi la loro decisione.

Quella notte non riuscivo a dormire. Parlarne con i miei genitori non era stato d’aiuto perché, dal canto loro, non sapevano cosa dire e come affrontare l’argomento. Non mi sento di rimproverarglielo. Il non poter approfondire l’accaduto fu la parte peggiore. Se avessi potuto sviscerarlo, forse, sarei riuscito ad estinguerlo e a cominciare ad accettarlo, anche se mi parve improbabile come ipotesi. Alle quattro la mia ragazza mi chiamò, stava piangendo e voleva chiaramente essere consolata, ma non ne ebbi la forza e le tenni soltanto compagnia, finché esausti, con più silenzi che parole, ci salutammo meno di un’ora dopo. Sprofondai in un sonno che mi parve infinito. Non ricordo cosa avessi sognato, ma non fu una nottata tranquilla. Quando mi svegliai, erano da poco passate le dieci. Rimasi a lungo sdraiato a tentare di capire cosa fosse vero e cosa non lo fosse, ma erano speranze vane: era tutto vero. I brividi che mi attraversarono non sarebbero scaturiti nemmeno dal più vivido dei sogni. Fui costretto ad alzarmi e a camminare per farli passare. Chiamai subito la mia ragazza e ci accordammo per vederci poco dopo, assolutamente fuori casa per evitare gli interrogatori famigliari. Appena passato mezzogiorno, arrivai sotto casa sua. Il tono della chiamata non era stato un buon presagio e la conferma del suo stato la ebbi non appena la vidi camminare prima di uscire dal portone di vetro trasparente: ciondolava con lo sguardo assente. I miei avevano consigliato di cercare di parlar d’altro e, nel momento stesso in cui avevo ascoltato quelle parole, li avevo ritenuti degli imbecilli. Il problema non era tanto nell’intenzione, chiaramente buona di fondo, quanto nella presunzione di dover dire per forza qualcosa, e quando non si sa che dire non possono che uscire imbecillità dalla bocca. Non successe molto durante quell’uscita. Riuscimmo, nei rari momenti di distrazione, anche a ridere, ma poi la conversazione era inevitabilmente ricaduta sul fatto del giorno prima e la gioia di stare insieme era svanita d’un tratto. Era impossibile evitarlo, il trauma era fresco e troppo vivido davanti ai nostri occhi. Mi confessò di aver sognato le mani che dal terreno si alzavano e ci strangolavano, prima lei e poi me. Erano insanguinate e livide proprio come quelle di Rita B., terrificanti. Immaginai il sogno e ancora una volta arrivò quel brivido che mi tormentava. Pensai di dirle della perversione della mia mente nel fissare le mani mozzate, ma non mi parve il momento adatto. Nonostante tutto, era stato un sollievo passare del tempo con l’unica persona che davvero poteva capire la mia situazione.
Quell’uscita era stata nel complesso piacevole, o comunque migliore di quanto immaginassi, forse proprio per questo mi era parsa tale. Quando si parte da un’idea catastrofica, anche quel poco che va meglio del previsto ci fa considerare in maniera positiva il complesso dei fatti reali.
I problemi sopraggiunsero in seguito, o meglio si manifestarono, poiché prima erano stati abili nel nascondersi. Cercammo di tornare alla normalità, perciò, una sera che avevo casa libera, la invitai da me per cena. Decisi di cucinare e comprai del vino, volevo che il clima fosse il più disteso possibile. I giorni dopo quella prima uscita erano stati migliori, sempre nei limiti del possibile consentito dalla situazione, ma stavolta volevo una serata più leggera in tutto e per tutto. Preparai una amatriciana, il suo piatto preferito, e la divorammo buttando giù un bicchiere di vino dopo l’altro. Ci tenemmo per mano a lungo, accarezzandoci a vicenda, e ci guardammo in maniera dolce come non accadeva da tempo. Toccammo gli argomenti più disparati, spinti anche dall’alcol, e ridemmo, come non avevamo più fatto in quel periodo. Ridemmo, ridemmo, ridemmo. Ci tenemmo ancora per mano. In quei momenti sentivo aumentare l’effetto del vino e ricordo più che altro una percezione ovattata delle parole e dei gesti. Poi, come speravo da inizio serata, il desiderio ci colse e ci avviammo verso camera mia. Era dal giorno al parco che ci capitava l’occasione, era un momento irrinunciabile. La buttai con prepotenza sul letto e le saltai addosso mentre cominciavo a spogliarla con furia animale. Sentii un vago brivido che scambiai per una reazione alla situazione. La mia ragazza si avvinghiò a me con vigore e cominciò a spogliarmi a sua volta, finché ci ritrovammo nudi. L’eccitazione cresceva inarrestabile e decidemmo di passare ai fatti. Tuttavia, non appena cominciato, sentii quel brivido crescere e dovetti arrestarmi. Lo stomaco era sottosopra e una massa acida cominciò a salire lungo la gola. La mia ragazza cominciò a piangere. Piangeva a dirotto, come quel giorno, e non sembrava potersi contenere. Mi staccai e mi misi accanto a lei cercando di respirare profondamente e di arrestare la salita del fluido. Le domandai, pur intuendo, cosa fosse successo. All’inizio non mi rispose e, preso dalla confusione, insistetti più del dovuto, quindi mi gridò contro di smetterla di starle addosso. Presi quel rimprovero e mi limitai a stare lì vicino, senza fiatare e respirando in modo da aprire al massimo i polmoni. Sembrò calmarsi e decisi di accostarmi di più, ancora nudo e con l’emergenza fluido che pareva rientrata, per farle sentire la mia presenza. Smise per un momento di singhiozzare e mi parlò, in maniera secca e con tono basso, in apparente contrasto con l’atteggiamento di prima.
«Scusa. Scusa… ho rivisto tutta la scena, come se avessimo appena finito e mi fossi ritrovata davanti agli occhi quelle maledette mani», fu scossa da un brivido, «non so che mi ha preso, sembrava tutto normale e invece…».
Quel brivido e quel fluido che si arrampicava nella gola erano stati per me ciò che per lei era stata quella specie di improvviso risveglio della memoria. Il nostro inconscio aveva lavorato mentre all’apparenza ci eravamo rilassati e, alla prima occasione, ci aveva colti impreparati. Fare l’amore e ritrovare le mani erano due gesti troppo collegati tra loro in quel momento, al punto che ci causarono le stesse reazioni del giorno a Villa Ada.
«Pure io… Ho avuto una sensazione uguale a quella dell’altro giorno e mi stava venendo da vomitare di nuovo», le risposi con tono indebolito dalla sorpresa.
«Che schifo. Mi sembrava di essere tornata a Villa Ada davanti a quell’orrore», mi disse ancora scossa.
«Mi è preso lo stesso brivido… assurdo, peggio di un incubo».
«E se risuccede? Intendo, se ogni volta che ci proviamo risuccede ‘sta cosa?», aveva domandato preoccupata voltandosi verso di me.
Non mi ero posto il problema prima, ma quella domanda mi fece riflettere. E se fosse successo sempre? Non volevo crederlo e cercai soprattutto di rassicurarla.
«Non potrà succedere sempre, ti pare? Adesso siamo sotto shock, magari… con un po’ di tempo passerà.», le dissi, ma mi sbagliavo. Per settimane ci riprovammo e per settimane non riuscimmo ad evitare le reazioni di pianto e i conati. Fu un incubo. La situazione non migliorò nemmeno dopo aver scoperto tutta la storia di Rita B. e del suo corpo. Per mesi andammo avanti senza risultati, finché non optammo per l’analisi.

     Il corpo di Rita B. fu ritrovato a tre giorni di distanza dalle mani, come avevo già detto. La notizia ci arrivò direttamente dai telegiornali. Per fortuna furono rilasciate poche notizie sullo stato del cadavere, ma per ovvie ragioni la sua storia ci interessava. Non avremmo certo potuto conoscerla senza il colpevole, che per i primi giorni non si riusciva a scovare. Il telegiornale, inoltre, confermò che le mani erano state mozzate da colpi netti di un coltello assai spesso, restava da capire ciò che c’era dietro, la loro storia. Tutto faceva pensare ad un caso di omicidio domestico e quindi sembrava che la colpa fosse da imputare al marito trentacinquenne di Rita B.  Fu proprio lui a presentarsi di sua spontanea volontà alla polizia due settimane dopo, raccontando tutto l’accaduto.
Fui chiamato a testimoniare quanto avevo visto, il giorno del processo, quindi potei assistere alla confessione del colpevole. Mi domandarono il preciso luogo del ritrovamento, le circostanze e molto altro. Risposi non senza qualche difficoltà, il ricordo era tremendo, ma era necessario che mi sforzassi, quindi presi a raccontare per filo e per segno ogni dettaglio che mi veniva in mente. Il mio momento fu breve e la mia parte secondaria, ma in quel modo sono venuto a conoscenza di quanto sto per riportare, che si basa in buona parte sul racconto del colpevole, unito a testimonianze di personaggi più o meno rilevanti, ma comunque coinvolti direttamente.
Gelosia. Così aveva detto. La gelosia aveva spinto il marito di Rita B. a commettere quel delitto. Nel riportare i presunti fatti, quell’uomo mi era parso davvero disperato. La loro relazione durava da sette anni e da un anno e mezzo erano sposati. Lui era sempre stato un uomo geloso, ma mai si era spinto oltre i limiti – se così si può dire. Aveva sempre temuto che da un giorno all’altro qualcuno arrivasse e gli portasse via la sua amata Rita B.. Sinceramente, non ho mai capito molto la gelosia. Non sarà quella ad evitare, nel caso succeda, che qualcuno ci porti via ciò che amiamo. Come dicevo, era sempre stato geloso, ma mai ossessivo, almeno all’apparenza. Nei mesi successivi al matrimonio, però, qualcosa in lui era cambiato, era diventato sospettoso e paranoico. Sembrava che qualche tarlo inamovibile si fosse piantato nella sua testa. All’inizio aveva cercato di dissuaderla in maniera subdola dall’uscire troppo spesso, diminuendo a sua volta le proprie serate fuori casa per farla sentire in colpa. Aveva cercato anche di informarsi tramite le amiche di Rita B. riguardo i posti in cui si recavano nelle loro uscite, ma la voce era arrivata alle orecchie della donna. Quando aveva chiesto spiegazioni al marito, lui non aveva risposto e aveva preso ad insultare le amiche di lei, “delle terribili oche chiacchierone”. C’erano state grandi litigate, concluse con la promessa da parte di lui di non farlo mai più, che però era risultata campata in aria. Le chiedeva sempre dove si recasse in tono inquisitorio, anche quando sapeva benissimo che stava andando al negozio di scarpe a lavorare. Allo stesso modo, domandava sempre con chi si vedesse e se c’erano uomini, ma raramente ce n’erano, al massimo delle nuove conoscenze che qualche amica voleva presentare alla compagnia. Una sera – aveva ammesso – l’aveva seguita fino ad un pub nel quale Rita B. stava andando a cenare per festeggiare il compleanno della sua migliore amica, Carola. Aveva spiato da fuori la cena per diversi minuti, finché il proprietario non era venuto a chiedere se si volesse sedere, altrimenti lo aveva invitato ad allontanarsi dal locale. Per il timore di essere scoperto – riferì – era fuggito di corsa. L’unica nota stonata di ciò che aveva osservato era una presenza maschile al tavolo. Si trattava del nuovo ragazzo di Carola, ma questo il marito non lo sapeva. Quando Rita B. era tornata a casa, le aveva domandato in tono pacato chi c’era al compleanno. Lei aveva risposto elencando i nomi delle amiche, omettendo quello dell’unico uomo, consapevole della possibile reazione. Il marito non aveva posto ulteriori domande, ma dentro di sé non era affatto sereno.
Erano trascorsi diversi giorni dalla cena e la situazione sembrava essersi stabilizzata, per quanto il marito avesse continuato a fare domande sugli spostamenti della donna. Chiamare questa situazione stabile, con quella sfumatura che pareva significare “normale”, mi parve assurdo. La ripugnanza di questo termine che semplificava fatti già così gravi di fondo mi pervase il corpo, ma continuai ad ascoltarne il suono con contenuta indignazione.
In quello stesso periodo, Carola era andata a trovare Rita B. al lavoro con l’uomo che aveva portato alla cena, Paolo. Carola, alle prime avvisaglie della gelosia crescente, aveva messo in guardia l’amica, suggerendole di prestare attenzione e di denunciare qualsiasi azione se necessario, senza nemmeno sapere del pedinamento. Rita B. aveva trascurato, o per meglio dire sottovalutato, l’avvertimento che le era stato rivolto. È sorprendente come a volte proprio chi ha più sotto il naso l’evidenza di un fatto tanto palese non riesca a coglierla, oppure scelga di ignorarlo risultando accomodante, per paura di conseguenze peggiori o per errori di valutazione. Carola e Paolo avevano invitato Rita B. a prendere un caffè nel bar accanto al negozio di scarpe in cui lavorava. Il capo le aveva accordato il permesso per mezz’ora, data la poca quantità di lavoro tipica del mercoledì. Dopo aver preso posto al bancone, Carola si era assentata pochi minuti per andare in bagno. Il marito di Rita B. stava venendo al negozio per farle una sorpresa, ma si era trovato ad osservare la moglie e lo stesso uomo che aveva visto la sera del pedinamento seduti nel bar. Le mani di Rita B. erano posate su quelle di Paolo, che di mestiere faceva il fotografo e aveva accettato l’offerta per un servizio incentrato sulle mani femminili proposta da un’agenzia di pubblicità. Da quel che trapelò, le mani di Rita B. erano belle e curate, quindi le stava studiando per farsi un’idea. Il marito non era stato notato, perciò si era ritratto in fretta e subito se ne era andato via, dirigendosi verso casa. Rita B. aveva continuato ad intrattenersi con la coppia, mentre nel marito ribolliva gelosia incontrollabile.
Quando era tornata a casa la sera, aveva trovato il consorte seduto sul divano a guardare la televisione. Lo aveva salutato e subito aveva notato l’atteggiamento freddo con cui l’aveva accolta. Il marito aveva raccontato in maniera all’apparenza precisa quella che doveva essere stata la scena, riportando anche qualche stralcio di dialogo.
«Com’è andata?», aveva domandato.
«Mah, giornata come le altre, qualche scarpa venduta, qualche cliente con richieste assurde e tanta noia».   
«Beh, poteva andare peggio», le aveva detto serio. 
«Tutto bene?» 
«Più o meno.».
«Che è successo?», lo aveva incalzato.
«Continua a dirmi della tua giornata. Che hai fatto?» 
«Te l’ho detto, una giornata come molte altre. Niente di che.» 
«Non è venuto nessuno a trovarti?», aveva domandato con tono inquisitorio.
«Ancora co ‘ste domande? Ne abbiamo già parlato, mi sembra», gli aveva risposto con disappunto.
«Rispondi» 
«Abbassa i toni. Comunque è passata Carola e ci siamo prese un caffè con Paolo, il suo nuovo fidanzato.
«Paolo, eh…»   
«Sì, con lei e Paolo, punto. Manco dovrei stare a risponderti», il tono a quel punto era alterato.
«Con Paolo, punto… peccato che oggi al tavolo c’eravate solo tu e ‘sto tizio, ‘sto Paolo, se si chiama così, e mi sembrava che le vostre mani si toccassero. Carola che fine aveva fatto, eh? Era sparita?», chiese alzando la voce.  
«Mi hai seguita? Come cazzo ti sei permesso?!» 
«Ero venuto al negozio a farti una sorpresa e me la sono ritrovata io, la sorpresa, puttana», le aveva detto con tono alto e aggressivo. Raccontò di aver strabuzzato gli occhi e aver digrignato i denti per la rabbia e la gelosia che così non gli pareva più ingiustificata, ma concreta e solida.
«Chi hai chiamato puttana? Non ti azzardare. Tu sei pazzo, devi farti curare, porca troia», mentre parlava si era alzata dal tavolo, aveva cominciato a camminare con passo furioso verso la cucina e aveva aperto il frigo per prendere una bottiglia di vino, se l’era versato in un bicchiere e lo aveva bevuto con foga. Il marito l’aveva seguita.
«Come devo chiamà una sposata che va nei bar con uno sconosciuto che ha visto per la prima volta poche sere prima, eh? Come va chiamata una così? Dimmelo te.» 
«Quello è il nuovo ragazzo di Carola, quante cazzo di volte te lo devo di’?», aveva urlato ancora più alterata. Poi, come colpita da un’illuminazione, aveva domandato con tono più basso e risoluto: «E tu che ne sai che c’era l’altra sera, scusa?»
C’era stato un istante di silenzio. I ruoli sembravano essersi invertiti e anche la postura dei corpi – a detta sua – era diversa. Mentre lui si era ritirato sulla difensiva, lei si era spinta in avanti con le spalle con tutto il busto, assumendo una posizione aggressiva.
«Me l’hai detto… tu», aveva risposto, ma il tono lo aveva tradito ormai.
«Non dirmi che mi hai seguito anche lì», aveva detto a voce più bassa, allibita, Rita B.. D’un tratto era diventata furiosa, la sua collera era incontrollabile e nella furia del momento aveva preso un piatto dal lavandino e lo aveva scagliato contro il marito, colpendolo sul collo. Lui, un po’ per il colpo e un po’ perché ormai era in trappola – non lo ammise, ma si percepiva dal suo parlare – le era piombato addosso come se non avesse sentito nulla e l’aveva sdraiata per terra, impedendole di rialzarsi, a cavalcioni su di lei. Rita B. aveva tentato di ribellarsi sferrando in maniera confusa pugni a vuoto e cercando di tirargli dei calci, ma le gambe erano immobilizzate dal peso del corpo che stava loro sopra. Uno schiaffo lo aveva centrato sulla guancia sinistra e a quel punto non ci aveva visto più, l’aveva presa per il collo con una mano e con l’altra l’aveva schiaffeggiata finché non le aveva fatto perdere i sensi. Solo dopo si era tolto da sopra di lei. Era rimasto per qualche istante a guardarla, col fiatone dovuto all’ira e allo sforzo. Aveva preso a respirare a fondo prima di rendersi davvero conto dell’accaduto. “Che faccio?” si era domandato. A posteriori – disse – non far nulla sarebbe equivalso a ricevere una denuncia e non mancavano le prove lasciate sul corpo della moglie. Aveva deciso di togliere tempo al pensiero e passare all’azione, quantomeno per guadagnare minuti preziosi. Dal terzo cassetto sotto i fornelli della cucina aveva preso il nastro isolante. Per prima cosa, le aveva bloccato le mani, poi l’aveva sollevata di peso e poggiata contro lo schienale di una delle sedie della cucina. Aveva fatto girare il rotolo del nastro adesivo spesso e nero molte volte attorno al busto e allo schienale, per assicurarsi che non potesse liberarsi, poi aveva unito e avvolto anche le caviglie e i polsi. Non aveva pensato di tapparle la bocca, lo strumento più pericoloso in quel frangente. Appena terminato il lavoro, si era seduto. La stasi del corpo non rifletteva minimamente il tumulto interiore, un naufragio dovuto allo scontrarsi di onde innalzate da correnti contrastanti: la certezza di non poterne uscire pulito, l’irrimediabilità del rapporto ormai distrutto e la vergogna per la violenza a cui si era abbandonato e che ne avrebbe compromesso la vita da quel momento in avanti – così aveva detto. Con tutti questi ragionamenti, gli era parso evidente che non avrebbe potuto tornare indietro, ma nemmeno aveva idea di come avrebbe potuto andare avanti. Rita B. si era risvegliata intontita, ma era stata rapida a tornare in sé. Così, aveva cominciato a dibattersi invano per liberarsi e subito dopo aveva urlato. Il marito le si era gettato addosso e le aveva tappato la bocca con le mani. Mentre con la destra stava continuando a soffocare le grida, con la sinistra aveva cercato di afferrare il nastro adesivo rimanente. Il rotolo era troppo lontano e nel mentre Rita B. si stava divincolando. Gli aveva dato un morso così forte che lo aveva costretto a staccare la mano dal viso, giusto in tempo per emettere un urlo breve e potente. Il marito, un po’ per il dolore e un po’ per la foga e l’imprevisto, le aveva dato un altro schiaffo che l’aveva stordita il tempo sufficiente per metterle il nastro adesivo attorno alla bocca.
«Zitta devi stare, maledetta cagna», le aveva detto mentre si stava impegnando a stringere bene il nastro adesivo. Il morso lo aveva acceso di nuovo, anche più di prima. Rita B. si stava riprendendo, ma stavolta era in trappola, non poteva gridare.
Il campanello aveva suonato: era il vicino, richiamato dall’urlo. Il marito aveva aperto la porta dopo essersi asciugato e aver messo sul viso la maschera più credibile che gli era riuscito di costruire.
«Ciao, scusa il disturbo. È tutto a posto? Abbiamo sentito strillare e ci siamo preoccupati.» 
«Ma sì, tranquilli», aveva emesso una risatina e subito si era ripreso, «stavamo vedendo un film dell’orrore e c’era una di quelle scene in cui piombano strane figure che ti fanno prendere un colpo. Grazie che vi siete preoccupati.»   
«Macché, figurati. Anzi, scusa il disturbo. Buon film», aveva detto l’uomo cordialmente.
«Ciao e buonanotte», aveva risposto il marito, freddo.
«Ciao Ri…», non aveva potuto completare la frase che già la porta era stata chiusa.
Il marito di Rita B. si era diretto di nuovo verso di lei che stava ancora emettendo lamenti, ma era troppo lontana dalla porta perché il vicino potesse sentire. Il marito si era seduto un momento per lasciar scivolare via l’agitazione dell’incontro con l’uomo. Rita B. aveva continuato il suo lamento. Il marito aveva i nervi a fior di pelle, quel rumore non faceva altro che aumentarne il nervoso.
«Smettila, cristo santo!», le aveva detto agitato.
La frase non aveva sortito alcun effetto, perché Rita B. aveva continuato ad emettere quel suono privo di articolazioni ancora e ancora, nella speranza – disse ipotizzando il marito – che cadesse nel suo tranello e le liberasse almeno la bocca. Se fosse riuscita a strillare, la partita si sarebbe rivolta in suo favore, ma la tattica non si era rivelata efficace. Era un gioco di nervi e lei, benché legata e in balìa dell’uomo che non poteva più chiamare marito, era sembrata quella più razionale. La freddezza e il calcolo sono strumenti preziosi in una situazione disperata, ma avere a che fare con qualcuno più agitato e meno incline al ragionamento, e per di più in una posizione di dominio assoluto, non dà garanzie di risultato, perciò è ancor più necessaria la cautela: quello è il vero gioco di nervi. Come dicevo, Rita B. era la più lucida, almeno all’apparenza, ma non tanto da rendersi conto che la sua presunta tattica stava peggiorando una situazione già precaria. Anche a me quella supposizione sembrò forzata, ma, se il marito avesse avuto ragione, non era stata certo una tattica ben studiata. Non accorta, aveva continuato per diversi minuti. Il marito – aveva riferito – aveva cercato di mantenere la calma il più a lungo possibile, per espellere la furia da sé e cercare una soluzione che non si manifestava. Intanto il suo sguardo si era posato sulle mani legate e il ricordo era andato alla mattina, a lei e a Paolo. Il rumore non lo stava aiutando e più di una volta aveva tappato le orecchie per non dare di matto. Ogni volta che aveva spostato le mani, era ricominciato il rumore, più intenso di prima e alla fine non ci aveva visto più. Ogni volta che aveva aperto gli occhi, aveva visto quelle mani unite che si agitavano. Benché avesse detto di sentirsi confuso nel raccontare, la sua ricostruzione risultò ricca di dettagli. Si era alzato da tavola, iniziando a camminare furiosamente attorno alla stanza, emettendo sbuffi ad ogni passo. Il lamento gli martellava le orecchie e il sangue gli faceva battere le tempie ad un ritmo assillante. Ogni passo corrispondeva ad un decibel in più del lamento e ad una tacca in meno sulla scala del suo autocontrollo. I suoni erano attenuati da un ronzio incessante che tormentava i timpani. La pazienza era terminata.
«Devi startene zitta, lurida zoccola!», aveva detto trattenendo l’urlo tra i denti stretti al massimo in un morso che aveva fatto indurire la mascella. Si era voltato verso il cestello in cui erano posati i coltelli e aveva preso il più grosso, molto spesso. Senza pensarci su troppo, lo aveva afferrato con due mani e lo aveva fatto cadere sul polso destro, il più vicino, emettendo un “AAAH” sempre a mascelle serrate, come fosse uno sfogo, come se con quel gesto si fosse liberato. Il sangue gli era schizzato addosso, sulla maglietta, sui pantaloni chiari, sulle mani e infine sul viso. La mano era mozzata, totalmente staccata dal resto del braccio, poggiata sul tavolo e abbandonata. Rita B. perdeva sangue in fretta, il braccio era finalmente slegato dall’altro, col quale sosteneva il moncherino rosso scuro. Aveva emesso un suono che lo aveva fatto tremare durante il resoconto, ma che in quel momento lo aveva eccitato ancora di più, perciò, pervaso da una follia carnefice, aveva preso il braccio ancora integro e lo aveva bloccato sul tavolo, aveva poi sollevato il coltello spargendo gocce di sangue ovunque e lo aveva fatto calare come la scure di un boia sull’altro polso – aveva detto – tranciando di netto anche la seconda mano. Sembrava essersi ripetuta la scena di prima: sangue ovunque e la mano abbandonata sul tavolo. Il lamento di Rita B. si era esaurito, era svenuta e perdeva sangue in abbondanza. L’occhio gli era scivolato sulla mano sinistra e sulla fede nuziale. La vista di quel segno di fedeltà ai suoi occhi tradita lo aveva accecato e per la terza e ultima volta il coltello si era abbattuto sulla carne ormai insensibile di Rita B..
Il dito era stato staccato dal resto della mano. Non sembrava possibile al marito che in un corpo potesse scorrere tutto quel liquido. L’eccitazione si era placata con quell’ultimo taglio. Il marito si era accasciato sulla sedia, la tensione era calata all’improvviso e lo aveva lasciato scarico. L’espressione da folle, con gli occhi sbarrati e la pelle tesa, si era trasformata. Le sopracciglia avevano perso la tiratezza precedente verso l’alto e avevano un’inarcatura discendente, col volto aggrottato. Non sentiva più nulla, il rumore del coltello che era caduto, il rivolo di sangue che dalla guancia gli scivolava sul collo: erano solo contorni di un sostanziale niente.
A quel momento di vuoto era seguita la presa di coscienza, terribile, del misfatto che aveva compiuto. Si era avvicinato a Rita B., incosciente e l’aveva stretta a sé con tutta la forza che gli rimaneva. Aveva cominciato a versare lacrime amare e ad emettere singhiozzi rumorosi e incontrollabili. Sentiva – aveva detto – di aver causato a lei una condizione irrimediabile e a sé stesso un’eterna lacerazione interiore. A peggiorare la situazione, era subentrata la consapevolezza di essere senza vie di scampo. La disperazione lo aveva avvolto in un velo impossibile da squarciare, un tessuto misto di pianto e grida soffocate. Se lo avessero trovato, avrebbe passato anni, forse tutta la sua esistenza – aveva pensato – in carcere a rimpiangere due vite buttate nella maniera più indegna e per motivi futili. Era tornato ad abbracciare il corpo svenuto di Rita B. e, accanto a lei, si era accasciato. Il ragionamento non era potuto proseguire di fronte a quella visione.
La donna, dopo minuti di totale assenza, aveva avuto un momento in cui sembrava essersi ripresa.
«Ca… Carlo», aveva farfugliato sottovoce.
Il marito, nel sentire pronunciato il suo nome, aveva avuto un moto di speranza, caduto subito poiché era venuta a mancare nuovamente. Aveva provato a scuoterla per farla rinvenire, ma era stato inutile. Non riusciva a capire se fosse viva o meno. Era entrato in uno stato di agitazione che risentiva ancora dello spossamento precedente e compiva movimenti e pensieri come al rallentatore. Rita B. era rimasta senza coscienza. Dentro il marito era esploso un grande conflitto: avrebbe dovuto portarla all’ospedale per affidarla ai medici, ma l’istinto di sopravvivenza aveva esercitato pressione sulle sue considerazioni. Ancora sporco di sangue, che nel frattempo si era rappreso dopo essersi mescolato al sudore, si era alzato e aveva cominciato a fare su e giù per la stanza nervosamente. Non gli riusciva di venire a capo della situazione, tutte le opzioni lo avrebbero condannato. Rita B. era rimasta svenuta, e al marito era sorto il dubbio riguardo i rischi che stava correndo tenendola prigioniera in quello stato. Ospedale o no? Carcere o tentativo di salvezza? La ragione aveva perso la sfida contro l’istinto animale, la sopravvivenza e la ricerca della condizione meno tremenda, per quanto si possa definire tale, avevano preso il sopravvento e gli avevano regalato dei momenti di lucidità indispensabili per proseguire – aveva detto. Il lato più inquietante della faccenda è, mi pare, che le mosse successive abbondavano di ragione, quindi più che di una sfida tra questa e l’istinto, ci fu una collaborazione che lo aveva spinto sempre più in basso. Intanto, doveva capire cosa fare di Rita B. Avrebbe potuto lasciarla lì, ma se si fosse risvegliata o se qualcuno l’avesse cercata, avrebbe avuto troppo poco tempo per scappare, perché ormai aveva deciso di scappare. Aveva pensato a soluzioni improbabili, insensate, quando tutt’a un tratto aveva avuto un’illuminazione: avrebbe potuto nasconderla in un luogo appartato, lontano dalla gente. Anche se si fosse svegliata presto, ci avrebbe messo molto tempo a ritornare in un luogo più frequentato e a far scattare l’allarme. Se non si fosse svegliata, ci sarebbe voluto del tempo prima che la ritrovassero. Optò, quindi, per l’occultamento.
Il marito di Rita B. non aveva calcolato molti ostacoli che avrebbero reso difficile quell’impresa, ancor più di quanto aveva immaginato. Il primo gli si era parato davanti non appena si era risolto ad agire: come trasportarla senza dare nell’occhio? Avrebbe certamente potuto metterla in un bustone dell’immondizia – e si era sorpreso per la velocità con cui la soluzione gli era venuta in mente – ma se avesse incontrato qualcuno, sarebbe stato difficile spiegare il peso che trascinava. Per prima cosa, mentre rifletteva sulle soluzioni, si era lavato le zone del corpo imbrattate di sangue e si era cambiato i vestiti. Li avrebbe buttati una volta uscito. Aveva cercato di pulire la cucina per quanto possibile, ma c’erano delle macchie che non volevano cancellarsi dalle mura chiare della stanza. Aveva preso un grosso sacco nero e con enorme fatica, benché pesasse poco, vi aveva inserito dentro Rita B. in posizione fetale, senza coscienza. Ancora respirava, quando l’aveva messa là dentro, ma nonostante il suo stato, non le aveva tolto il nastro adesivo nero dalla bocca. Si era accorto di essersi nuovamente macchiato di sangue, quindi dovette ripetere l’operazione di lavaggio e cambio di vestiti. Inoltre, aveva deciso di pulire tutta la parte di cucina ancora sporca. Dopo aver preso un lungo respiro, aveva caricato il sacco in spalla e si era diretto verso la macchina. Il tragitto era stato, per sua fortuna, privo di incontri, ma il peso morto aveva rallentato il passo.
La parte che segue, non so se dire purtroppo o per fortuna, è più avara di dettagli. Il resoconto del marito di Rita B. era stato meno specifico, forse perché era stata la parte meno cruenta benché, a mio parere, altrettanto terribile. Forse aveva esaurito le forze per andare avanti nel racconto, o forse aveva ritenuto che i dettagli che potevano servire fossero già stati esposti. Non lo so, in sincerità, ma il fatto che la fine di quella vicenda fosse vicina, in parte mi sollevò. Ascoltare tutto nei dettagli e vedere sempre davanti ai miei occhi quelle mani mozzate, inermi, è l’esperienza più rivoltante e dura di tutta la mia vita. Pensare a quell’uomo che davanti al suo misfatto era fuggito piuttosto che affrontare le conseguenze delle sue azioni mi pareva riprovevole. Dall’altro lato, ci furono dei momenti che trovai quasi comprensibili. L’istinto era figlio della paura, non solo della condanna, ma anche delle ripercussioni successive. Questo pensiero non mi fece certo apprezzare le sue azioni, ma mi chiedo se non avrei agito allo stesso modo al suo posto. Non voglio saperlo, non voglio mettere quella che presumo essere la mia morale in discussione senza motivo.
Aveva messo in moto la macchina dopo molti tentativi di infilare la chiave falliti a causa del tremore delle mani. Ogni metro, da lì in poi, poteva essere pericoloso. Ogni sirena, luce blu lampeggiante, macchina vicina sarebbero stati motivo di spavento. Si era presentato solo allora il secondo problema: dove abbandonarla. Il luogo avrebbe dovuto essere appartato, ma non rischioso, e soprattutto raggiungibile considerando il peso di Rita B.. Ogni tanto pensava a quel corpo e sperava che rimanesse svenuta. Dove andare? Aveva spostato la macchina in una via secondaria e si era messo a riflettere. Aveva cominciato a pentirsi della scelta fatta in precedenza, ma ormai avrebbe dovuto portarla fino in fondo. Sicuramente qualche zona con una vegetazione fitta sarebbe stata un’ottima scelta, ma quante ce ne sono vicino a Collina Lanciani che siano non troppo vicine a Collina Lanciani? Villa Borghese era sempre controllata anche di notte, la zona di Pietralata era da escludere: non c’erano luoghi adatti. Come avrebbero potuto esistere luoghi adatti per ciò che stava per fare? Villa Ada! L’idea lo aveva folgorato. Quale posto migliore? In realtà ce ne sarebbero stati altri mille, ma quello era l’unico raggiungibile in tempi brevi. Dopo essere sceso da Collina Lanciani, aveva percorso la salita che collega la fine di Via dei Monti Tiburtini a Via Lanciani. C’erano poche macchine in giro. L’orologio della macchina segnava le 22:47. Dopo aver percorso via Lanciani, aveva girato a destra, incrociando Via Nomentana era arrivato fino a Piazza Istria e dopo aver percorso tutta Via Panaro, era arrivato su Via Salaria. Infine dopo essere entrato in Circonvallazione Salaria e aver invertito il percorso di marcia, era arrivato su Viale della Moschea. Nel tragitto aveva incontrato poche altre macchine e una sola volante della polizia che viaggiava in direzione opposta alla sua. Tutto era filato liscio, benché tre o quattro volte gli si fosse spenta l’auto nell’atto di ripartire. I nervi erano stati tesi al massimo per tutto il tragitto e i piedi gli erano tremati. All’arrivo, il marito di Rita B. si era sentito completamente privo di energie. Si era ricordato di un buco nella recinzione, che per sua fortuna ancora non era stato riparato. Aveva prima fatto passare il sacco con dentro Rita B., poi anche lui era entrato. Ogni passo veniva accompagnato da uno sguardo attorno, per controllare che non vi fosse nessuno. Appena entrato, aveva aperto il sacco per controllare le condizioni di Rita B.. Era ancora incosciente. Le si era avvicinato per sentire il respiro. Non respirava. Aveva controllato di nuovo. Non respirava. Rita B. era morta: il sangue perso era stato troppo e non aveva resistito. Era morta uccisa come una bestia da macello nelle mani di un carnefice, che in quel momento aveva cominciato a piangere sul cadavere dilaniato. Aveva raccontato di aver pianto come mai gli era capitato in vita sua, aveva pianto perché era stato la causa del male irrimediabile di entrambi. Aveva soffocato ogni rumore per paura di essere scoperto, ma non aveva smesso per un instante di versare lacrime. Il racconto in questo punto divenne confuso. Dopo essere rimasto abbracciato al cadavere per diverso tempo, senza smettere di piangere, l’aveva rimessa nel sacco e aveva cominciato a trascinarla verso una zona più nascosta, tra alberi e vegetazione fitta e l’aveva tirata fuori dal sacco nel punto che gli era parso più recondito, lo stesso in cui fu ritrovata. Si era steso vicino a lei e aveva pregato, aveva pregato Dio per l’anima di Rita B. e aveva pregato che lo condannasse e che lo prendesse con sé in quel momento. Dopo aver pregato invano, era tornato indietro e si era diretto verso la macchina. Aveva portato altri vestiti, sapendo che si sarebbe sporcato. Dopo essersi accertato che nessuno fosse nei paraggi, si era cambiato in fretta e furia. Era entrato e aveva messo in moto l’automobile. Non ricordava molto del tragitto. Aveva fatto inversione di marcia per dirigersi verso Via dei Parioli. Dopo aver guidato per diversi minuti, gli era venuto in mente di fermarsi a pulire il portabagagli. Se per caso lo avessero fermato, eventuali macchie di sangue lo avrebbero incastrato. Si era affrettato a prendere lo scottex per asciugare i possibili segni rossi, ma, aprendo il bagagliaio, si era trovato di fronte ad una terribile sorpresa: le mani erano rimaste lì. Dovevano esser scivolate dal sacco quando lo aveva tirato fuori. Si era affrettato a richiudere subito. La prima reazione era stata tapparsi la bocca con una mano per evitare di emettere qualsiasi rumore di troppo. Subito dopo era entrato in macchina e, senza pensarci due volte, l’aveva messa in moto. Era necessario nasconderle, ma non sarebbe tornato per nessun motivo al mondo nel luogo in cui l’aveva abbandonata, sarebbe stato chiedere troppo a sé stesso. Gli era venuto in mente un altro luogo che conosceva abbastanza bene: l’entrata nascosta di Villa Ada, che era molto vicina da lì, la stessa della mia storia. Si era diretto in fretta verso la via deserta dopo aver avvolto le mani in qualche giro di scottex. Il solo vederle una volta riaperto il bagagliaio gli aveva procurato una fitta al petto che lo aveva bloccato per qualche istante. Erano le mani di Rita, della donna che aveva amato e deciso di sposare. Non si perdonava nulla di ciò che aveva fatto, non cercava attenuanti o giustificazioni e, se lo avessero acciuffato, probabilmente non avrebbe negato nulla di quanto aveva compiuto. Stava cercando solo di salvarsi e forse per questo stava provando ancora più vergogna, ma ormai aveva intrapreso una strada e aveva deciso di cercare la propria salvezza fino in fondo. Del resto, per Rita B. non c’era più nulla da fare. Aveva chiuso le mani nei numerosi strati di carta e si era affrettato ad entrare nella fessura. Il buio non lo aveva aiutato ad orientarsi, ma, non appena aveva intravisto un luogo abbastanza nascosto, aveva avvicinato le mani al petto, le aveva strette e le aveva lanciate nella speranza sciocca che non fossero ritrovate. Nella caduta dovevano essersi ridotte nella maniera in cui le abbiamo trovate. La carta doveva essere stata logorata dalla pioggia, al punto da disperdersi Non aveva dato loro il tempo di sbattere a terra che già era scappato via correndo. Era inciampato un paio di volte, ma non si era fatto male. Aveva riportato la macchina a casa e l’aveva pulita in fretta, ma con cura. Si era diretto nell’appartamento e aveva preparato degli indumenti da mettere di corsa in valigia, nel mentre aveva chiamato un taxi perché lo portasse alla Stazione Tiburtina. A quell’ora non passavano treni, ma una volta arrivato avrebbe atteso le prime corse della mattina per allontanarsi e avrebbe deciso cosa fare sul momento. L’urgenza era scappare da Roma.
Aveva raccontato i suoi spostamenti in maniera piuttosto confusa, ma si era soffermato sui pensieri e sulle riflessioni che lo avevano portato a fare marcia indietro e a presentarsi volontariamente alla polizia, consapevole delle conseguenze. Il senso di colpa lo stava divorando, giorno dopo giorno. Non aveva mai negato a sé stesso la verità e quell’istinto di salvarsi era stato cancellato dalla necessità di dare spiegazioni, di dare un volto – sebbene fosse ovvio – al carnefice, dalla spinta ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni senza cercare giustificazioni. Alla fine era stato condannato, dopo molto tempo. Avrebbe scontato la sua pena. Non ottenne mai il perdono da nessuno, nemmeno da sé stesso.

     Io e la mia ragazza non ce l’abbiamo fatta, ma ci abbiamo provato fino all’ultimo. La terapia non ha dato i suoi frutti, la ferita che avevamo dentro non si è mai rimarginata e non ci ha permesso di tornare alla normalità. Erano bastate due mani nel momento sbagliato a dividerci in maniera irrimediabile. Forse non era la donna della mia vita, forse nemmeno esiste questa donna. Non ho serbato rancore nei suoi confronti e nemmeno lei nei miei, ma entrambi abbiamo provato un dispiacere profondo. Per molto tempo mi sono domandato come sarebbe potuta andare senza le mani di Rita B. nella nostra vita, ma sono giunto ad una conclusione: i traumi molte volte sono eventi rivelatori, necessari a mostrare ciò che non avremmo visto da soli. Forse senza le mani di Rita B. saremmo stati insieme altri cinquant’anni, magari con figli e nipoti, magari estremamente infelici. Non lo so, non credo nel destino, ma la forza degli eventi ha un potere epifanico che solo da quel giorno ho capito fino in fondo.

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